varie, 21 luglio 2007
MOSCA Carlo
MOSCA Carlo Milano 12 ottobre 1945. Membro del Consiglio di Stato. Laureato in Giurisprudenza e Scienze politiche alle università di Sassari e Napoli, fu nominato prefetto nel 1993. Fu capo di Gabinetto del ministero dell’Interno. Dal 3 settembre 2007 prefetto di Roma, il 13 novembre 2008 fu sollevato dall’incarico: «Se l’aspettava. Sapeva che sarebbe successo, prima o poi. Troppi i contrasti sulla sicurezza con il sindaco Alemanno e il ministro dell’Interno Maroni, che [...] - in piena bagarre sul censimento dei nomadi - avevano chiesto la testa del prefetto di Roma, contrario a far prendere le impronte ai bambini rom. Un braccio di ferro durato quattro mesi, anche all’interno dello stesso governo, con il sottosegretario Gianni Letta impegnato a battersi come un leone per scongiurarne la sostituzione. Fatica vana. [...] 14 mesi vissuti all´insegna di una fede profonda e della Costituzione. Con le quali subito sfidò il sindaco Alemanno sulla gestione della sicurezza. Entrando in rotta di collisione con il Viminale. Le prime frizioni arrivano a luglio, sul censimento dei rom. Il governo vuole prendere le impronte digitali anche ai bambini ma Mosca dice no, suscitando il plauso del mondo cattolico. Ad ispirare la sua azione istituzionale, sottolineano i collaboratori, è un grande spirito umanitario. “Prima di sgomberare campi nomadi e stabili occupati bisogna trovare una soluzione per le famiglie che ci abitano” ha ripetuto fino allo sfinimento. Uno scontro concluso con la soluzione suggerita da Mosca: a Roma solo foto e non impronte per i piccoli zingari che non hanno compiuto 14 anni. Proprio quella che consentì all’Italia di scongiurare la pesante accusa di razzismo ventilata dalla Ue. Tuttavia, chiuso un fronte se ne aprirono subito altri: lo sbarco dei militari nelle città, che il prefetto volle lontani dal centro, e il patto per Roma sicura, la cui cabina di regia il sindaco Alemanno gli avrebbe volentieri scippato per affidarla al generale Mori. Incassando da Mosca l’ennesimo rifiuto. Forse quello fatale. [...]» (Giovanna Vitale, “la Repubblica” 14/11/2008).