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 2007  luglio 21 Sabato calendario

Nicola Grigoletto Guzzetta e i suoi, incuranti del solleone, hanno praticamente portato a termine la raccolta delle firme per i referendum elettorali

Nicola Grigoletto Guzzetta e i suoi, incuranti del solleone, hanno praticamente portato a termine la raccolta delle firme per i referendum elettorali. Già sappiamo che i quesiti mirano a ridurre il numero dei partiti e a restituire ai cittadini un più ampio diritto di scelta su chi mandare in Parlamento. Proviamo adesso a immaginare che il comitato promotore abbia effettivamente raggiunto le 500 mila firme necessarie. Che la Corte di Cassazione le abbia esaminate giudicandole buone. Che la Corte Costituzionale si sia pronunciata favorevolmente circa l’ammissibilità dei quesiti. Che il Parlamento non sia stato in grado di trovare l’accordo per una legge elettorale migliore. Che si sia tenuto tra aprile e giugno 2008 il referendum elettorale. Che i «sì» abbiano vinto. E che si debbano, infine, tenere nuove elezioni. Ecco, arrivati a questo punto, qualche politico comincerebbe a studiare seriamente tutte le opportunità che la nuova legge elettorale può offrire. E si accorgerebbe, per esempio, che al Senato il premio di maggioranza, pur continuando a essere assegnato su base regionale, andrebbe alla lista più votata e non alla coalizione di partiti. Stando così le cose, potrebbe succedere che in alcune regioni del Nord, quelle che più stanno soffrendo la crisi di «produttività» della politica, i riformisti di destra e di sinistra trovino conveniente dare vita a un vero e proprio «Partito del Nord», o comunque a un partito radicato nel territorio, attento alle competenze e al merito, che abbia nel suo programma le cose che tanto Berlusconi quanto Prodi non sono riusciti a realizzare per l’eterogeneità delle coalizioni che rappresentavano. Dal taglio delle tasse alla riforma delle pensioni, passando per le liberalizzazioni, fino alla tutela del lavoro flessibile (un partito dove, per intenderci, potrebbero stare insieme Giulio Tremonti o Nicola Rossi, nonostante quest’ultimo sia meridionale, o Roberto Maroni e Riccardo Illy, nonostante e proprio per le dichiarazioni di indipendenza che il governatore del Friuli ha anche di recente professato verso l’attuale sistema dei partiti). Potrebbe anche succedere che questo Partito del Nord, o «del fare», sia maggioranza in più di qualche regione con il risultato di essere determinante per qualsiasi colazione al Senato (se non addirittura il primo partito in questo ramo del Parlamento), potendo così negoziare le proprie riforme con il centrodestra o con il centrosinistra e, per questa via, vederle infine realizzate. In tutto o in parte, a seconda dell’abilità dei propri rappresentanti. Ma con una forza considerevole che gli deriverebbe dall’avere avuto quel mandato direttamente dagli elettori (e non dall’avere negoziato quelle riforme prima del voto e all’interno di una coalizione con interessi spesso contrapposti). Del resto, se la Spagna oggi è un Paese con una crescita economica mediamente doppia della nostra, lo deve anche alla forza e alla responsabilità di un partito catalanista (Convergència i Unió di Jordi Pujol) che si è fatto carico per molti anni di promuovere le istanze della parte più moderna del Paese, la Catalogna appunto. Tutti i maggiori costituzionalisti dicono che una legge elettorale nuova è come un budino. Per sapere se è venuto bene o male, bisogna assaggiarlo. E c’è la possibilità che le nuove regole siano anche meglio di quanto gli stessi referendari ci hanno detto finora. Stampa Articolo