Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Gli operatori milanesi devono sapere qualcosa che né noi né gli operatori americani sappiamo perché ieri a Milano hanno comprato a man bassa il titolo Fca (Fiat Chrysler Automobiles) spingendolo fino a un +7,4% sul giorno precedente, solo placandosi nella seconda parte della seduta, e vendendo quindi fino a portarlo a un +4,6. Il giorno prima la casa automobilistica guidata da Marchionne aveva perso il 16%, a causa delle accuse rivolte dall’Ente americano per l’ambiente (Epa) a un certo software montato sulle Jeep Grand Cherokee e sulle Dodge Ram americane, che altererebbe i dati sulle emissioni inquinanti dei relativi motori diesel. Mentre il titolo brillava in piazza degli Affari, continuava mestamente ad afflosciarsi a Wall Street, -4,2% mentre scriviamo (e giovedì aveva lasciato sul campo un 10).
• Come si spiega?
Intanto la difesa risentita di Marchionne, che al Wall Street Journal ha detto: «Solo chi ha fumato qualcosa di illegale può paragonare la nostra situazione a quella della Volkswagen». La Volkswagen finì nei guai nel settembre 2015 per questioni simili, e deve tirar fuori adesso - tra multe, risarcimenti provocati dalle class action e oneri finanziari - almeno 22 miliardi di dollari. E potrebbero non bastare. Tra le pieghe delle varie dichiarazioni dell’amministratore delegato di Fca si capisce che la casa automobilistica italo-americana potrebbe ammettere al massimo un errore, ma mai un’operazione fraudolenta. Mancando il dolo, l’Epa dovrebbe/potrebbe abbassare le ali e la multa da comminare a Fca potrebbe scendere fino a un minimo di 450 milioni (si prevede che si attesterà intorno al miliardo). Resta l’incognita delle class action e dei risarcimenti ai proprietari delle macchine, i contraccolpi sulle vendite, le cause in tribunale di investitori e consumatori. E tuttavia Fca sta andando bene e dovrebbe chiudere il 2016 con un utile di oltre 2,3 miliardi e debiti ridotti a 5 miliardi. Non bisogna neanche sopravvalutare la caduta in Borsa. Volkswagen era scesa a 100 dollari per azione subito dopo lo scandalo del 2015, e adesso, grazie anche alle buone vendite in Cina, sta a 150 dollari, appena 10 punti in meno della quotazione di un anno e mezzo fa.
• Sta in piedi l’insinuazione secondo cui tutta questa cagnara è stata sollevata da Obama per mettere in difficoltà Trump?
La Casa Bianca, ieri, ha emesso un comunicato per smentire queste voci: «La decisione dell’Epa è stata presa indipendentemente dalla Casa Bianca». Marchionne però ha detto: «Spero che le accuse non siano una conseguenza del cambio di amministrazione». Trump ha infatti già annunciato l’intenzione di rimuovere la presidente obamiana dell’Epa, Gina McCartney, e di sostituirla con Scott Pruitt, repubblicano, generale dell’Oklahoma e noto alleato dell’industria dei combustibili fossili.
• Ha senso mettere un generale a capo dell’Agenzia che si occupa di ambiente?
Così è fatto Trump. Aspettiamo a giudicare. Marchionne ha fatto capire che si aspetta un aiuto dal nuovo presidente della Repubblica, il quale è forse intenzionato a darlo, col problema però che è alleata con l’Epa, in questa vicenda, la California. L’Epa californiana è molto potente e il governatore dello Stato è il democratico Jerry Brown.
• E le accuse ai francesi?
Vuol dire il caso Renault? Qui gli americani non c’entrano. Sono gli stessi francesi, cioè tre giudici del Tribunale di Parigi, che hanno messo sotto inchiesta la compagnia, dando seguito a un rapporto della Direzione generale per la Concorrenza, i Consumi e la Repressione delle Frodi. Le indagini da cui è nato il rapporto sono durate undici mesi.
• Quali sono i capi d’accusa?
«Falsificazione dei controlli che hanno reso la commercializzazione delle auto pericolosa per la salute degli uomini e del animali». Anche qui si sospetta che i risultati relativi alle emissioni dei motori diesel siano stati truccati. Il titolo alla Borsa di Parigi ha perso il 4,06%. La casa automobilistica ha risposto con una nota in cui si ribadisce che «Renault rispetta la legislazione francese ed europea» e si afferma che «i veicoli Renault sono conformi alle norme in vigore e non sono equipaggiati di software per la frode». C’è anche una preoccupazione della Commissione europea sia per l’inchiesta americana che per l’omologazione in Italia di un modello della Fiat 500X contestata lo scorso settembre dal ministro tedesco dei Trasporti.
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