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 2017  gennaio 14 Sabato calendario

I controlli italiani? Persi nella burocrazia

Che fine ha fatto il massiccio programma di controlli sulle reali emissioni inquinanti dei veicoli promesso da Graziano Delrio? Impantanato nella burocrazia italica. Favorendo gli attacchi all’Italia da parte degli altri Paesi europei che hanno una forte industria dell’auto: l’accusa è quella di proteggere il costruttore “nazionale”, Fca, e prende vigore dopo i procedimenti avviati ora negli Usa.
Mille test aveva annunciato il ministro delle Infrastrutture e trasporti davanti alle telecamere di Porta a Porta a fine settembre 2015, appena dopo che il Dieselgate era deflagrato.Qualche giorno dopo, sui giornali finì anche un primo elenco di modelli da provare. Quindici mesi dopo, però, siamo a stento a quota 25. E, per giunta, tra molte contestazioni di parzialità, se non addirittura di inaffidabilità.
Spiegazioni ufficiali non ce ne sono. Ma il problema pare essere quello già emerso all’avvio dell’operazione: la lentezza dei procedimenti burocratici per individuare il soggetto cui affidare i test. Inoltre, non ci sono risorse: Delrio aveva quantificato in otto milioni il costo dei mille test, ma la Legge di stabilità 2016 ne aveva stanziati solo cinque, per giunta da mettere in comune con altri test (su caschi, seggiolini eccetera) e da impegnare entro lo scorso 31 dicembre aggiudicando la gara (si veda Il Sole 24 Ore del 5 aprile 2016).
Non risulta che l’aggiudicazione sia ancora avvenuta, per cui è verosimile che sia sia anche posto il problema di rifinanziare il programma. Non è la prima volta che si va per le lunghe: per esempio, in passato varie innovazioni (come gli esami patente informatizzati in aule “blindate”) sono state attuate in ritardo anche rispetto a scadenze fissate per legge.Il fatto è che – tra reperimento dei fondi, stesura del bando e del capitolato, espletamento della gara vera e propria e convalida dei risultati – sono richiesti troppi passaggi. Anche esterni al ministero di Delrio (per esempio, alla Ragioneria dello Stato). 
Va detto che nessun altro Paese è riuscito a fare mille test dopo il Dieselgate: anche i migliori (Francia, Regno Unito e Germania) sono rimasti nell’ordine delle decine. E forse Delrio non si riferiva al numero di veicoli da testare, ma al totale delle prove da fare (ogni mezzo deve essere sottoposto a più di un esame, sia in laboratorio sia in pista). Senza contare che i risultati italiani sono incompleti (e lo saranno fino a fine febbraio-inizio marzo) anche perché il segreto istruttorio (c’è un’indagine della Procura di Verona) sui confronti fatti su modelli Volkswagen prima e dopo il richiamo imposto dopo il Dieselgate.Ma anche così il confronto rischia di diventare impietoso, perché l’Italia è sotto attacco, soprattutto dalla Germania. Lo si è visto anche l’altro ieri davanti alla Commissione d’inchiesta del Parlamento europeo sullo scandalo diesel (Emis). Il vice di Delrio, Riccardo Nencini, è stato incalzato da una pioggia di domande tese a ipotizzare anche malignamente che il governo italiano “copra” irregolarità di modelli Fca.
Alcune questioni sollevate non sono infondate: per esempio, può non sembrare casuale che i test durino 20 minuti e su alcuni motori Fca sia prevista una modulazione diversa del sistema Egr appena due minuti dopo, allo scopo dichiarato di proteggere il motore da danni. Ma anche altri costruttori hanno usato strategie discutibili, limitando o escludendo i sistemi antinquinamento in una gamma molto ampia di temperature, sempre per proteggere il motore.
Ogni Paese sostiene che le strategie del costruttore che impiega più persone sul suo territorio sono lecite. Difficile dimostrare il contrario: le norme europee di omologazione finora hanno lasciato molti spazi a scappatoie. Invece di accelerare sull’approvazione di norme più serie, gli europei preferiscono accusarsi a vicenda.