Stefano Vecchia, Avvenire 14/1/2017, 14 gennaio 2017
LA CINA IN FRENATA SI AFFIDA AI ROBOT
Tecnologia avanzata, robot e intelligenza artificiale. Sono le tre scommesse di Pechino in un momento in cui la Cina ha di fronte problematiche immense. Tra queste l’invecchiamento della popolazione aggravata dalla fallimentare politica trentennale del figlio unico, accantonata solo da poco. Al punto che alla metà del secolo i cinesi tra 16 e 59 anni saranno scesi del 23% rispetto a oggi, attestandosi su 700 milioni, all’incirca la metà del totale. La risposta sul piano produttivo per mantenere una crescita annua del Pil di almeno il 4,9% potrebbe arrivare dalla robotizzazione e dall’automazione spinta. Per un rapporto del McKinsey Global Institute, uno sviluppo rapido dell’industria dell’automazione recupererebbe l’opera di almeno 100 milioni di lavoratori e consentirebbe conservare la spinta produttiva necessaria.
La situazione cinese chiama all’urgenza, come dimostrano nuovi e discordanti dati sull’intero 2016. Dopo quelli moderatamente positivi riguardo la produzione industriale, il mercato immobiliare e la ripresa del credito bancario, ieri la conferma di una caduta del valore congiunto di esportazioni e importazioni determinato in dollari. Un -6,8% non solo significativo in sé, ma che aggiunto a quello del 2015 (-8%) evidenzia una tendenza sicuramente non positiva perché segnala un rallentamento della crescita della seconda economia mondiale. Disaggregati, export e import sono scesi in valore rispettivamente del 7,7% e del 5,5% per cento con un valore di 2.090 e 1.580 miliardi di dollari. Con un recupero però significativo dei beni in entrata rispetto al crollo del 14,1% del 2015.
La discesa del valore del commercio a due vie con la comunità globale è per Pechino aggravato dal brusco calo delle esportazioni proprio nell’ultimo mese del 2016, -6,1%, superiore al previsto e conseguenza anche di una domanda mondiale ancora debole. Complessivamente, l’avanzo commerciale cinese è sceso da 594,5 mi- liardi di dollari nel 2015 a 509,9 miliardi. Anche questo un trend biennale che ha rotto una tendenza nonostante tutto positiva dal 2009.
A pesare, secondo gli analisti, soprattutto tre fattori: protezionismo, debole domanda interna e il ’fattore Trump’. Congiunti allungano ombre consistenti sulla volontà di ripresa del sistema-Cina e sul suo assestamento. Come ma più di altre, l’economia cinese è strettamente legata a quella Usa. Il 30% di export che dalle aree produttive del Paese si dirige verso il mercato statunitense rappresenta una parte insostituibile e non solo utile a alimentare benessere e orgoglio nazionale, ma anche a evitare condizioni destabilizzanti sul piano sociale. La discesa del 6,7% di import e export con il partner americano è nettamente superiore a quello con l’Unione Europea (-3,1%) e Giappone (-1,3%).
Che questi dati emergano in un tempo in cui Donald Trump prosegue nella sua campagna accusatoria contro Pechino per la perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti in diversi settori produttivi e per manipolazione dei cambi, apre scenari incerti ai quali non danno sollievo l’innalzamento dei toni di questi giorni sulla volontà di controllo cinese in aree marittime non assegnate alla Cina dal diritto internazionale e la fermezza della futura amministrazione Trump sulla questione fino a arrivare a velate possibilità di conflitto. Alla fine, una situazione che segnala anzitutto la necessità di quella stabilizzazione che solo cambiamenti strutturali potranno garantire. Una sfida per il potere cinese, che nell’avvicinarsi di un determinante Congresso del Partito comunista dovrà garantire non solo il proprio potere ma dare al Paese risposte concrete, con il rischio altrimenti di perdere la legittimità che persegue tra riforme, controllo e crescente impegno contro corruzione, fuga di capitali e malgoverno. Anche con la tentazione di giocare la carta del nazionalismo e dell’intimidazione militare.