Il Messaggero, 14 gennaio 2017
Alessandro Mannarino: «Canto la mia Roma al ritmo del Brasile»
Orgoglio romano. Carbonaro della musica cresciuto nelle cantine di Monti, Alessandro Mannarino apre il suo nuovo album, che alla solidità delle radici unisce un gusto terzomondista, insomma chitarre romane e timbales baiani, rabbia metropolitana e spirito ribelle, con una canzone spietata dedicata alla città dove è nato 37 anni fa. Non è un inno e neppure una nuova Roma Capoccia: «Venditti ha scritto in anni in cui l’acqua del Tevere era ancora limpida, oggi questa città è vittima di grandi tradimenti» commenta, durante la sua visita a Il Messaggero, il cantautore diventato un portabandiera della musica che non vuole arrendersi ai canoni della canzone fatta in serie. E poi, se deve dare un’immagine della città che gli piace, evoca il volto di Claudia Cardinale, guardacaso carbonara nel film In nome del papa re: «Era bellissima e sfidava la morte per un’idea di ribellione che veniva dal cuore».
Mannarino, lei che ha iniziato a muoversi nelle cantine, come spiega i palasport pieni, come si annuncia il Palalottomatica per il suo debutto il 25 e 26 marzo?
«Ho sempre cercato la coerenza, dal primo disco Bar della rabbia ambientato in una bettola popolata da diseredati al secondo, Supersantos, dedicato alle donne, depositarie del vero spirito ribelle perché hanno rifiutato la storia che le cancellava, al terzo, Al Monte, più cupo, che analizzava i meccanismi della società. Fino a questo Apriti cielo, il disco della mia maturità, della consapevolezza, che guarda dall’altra parte del monte».
E cosa vede?
«Tanti colori, l’incontro dei popoli, la migrazione. In una fase storica in cui si alzano barriere e fili spinati, ho cercato quello che unisce e il cielo, per me, è questo. Un grande abbraccio, uguale, dappertutto, anche con le sue diversità. E l’ho accompagnato con i suoni vitali del Brasile, terra che mi ha conquistato con il tropicalismo di Caetano Veloso e Gilberto Gil, con Chico Buarque, loro che negli anni della dittatura dovevano servirsi della metafora per sfuggire alla censura. E Vinicius de Moraes con la frase della sua canzone Samba da bençao in cui parla della tristezza che balla».
Faccia un esempio di metafora.
«In Apriti cielo puoi sentire al primo ascolto la storia di un uomo e una donna che dall’Africa vengono in Europa per salvare le loro vite, ma se la riascolti puoi immaginare, con le stesse parole, che siano invece un uomo e una donna che fuggono dall’Occidente verso un paese forse più povero per salvarsi dal nostro di mondo».
La canzone, molto orecchiabile e elegante, mescola ritmi tropicali e parole in romanesco. In un altro dei pezzi, Babalù, i tamburi hanno i colori dell’Africa, mentre l’Arca di Noè risuona del ricordo di Manu Chao.
«I ritmi rappresentano il battito cardiaco che per me è lo spirito vitale dell’uomo, quello che ti fa ballare, invita a fuggire dalla razionalità per sognare la possibilità che al governo ci sia l’irrazionale».
Tutto ciò dal vivo come viene reso, ci sono innesti nella band?
«Viaggerò con una rosa ampia di musicisti. Ho chiamato Mauro Refosco che avevo visto con i Red hot chili pepper, percussionista e leader del gruppo brasiliano newyorkese Forrò and the dark. C’è poi Evandro dos Reis di San Paulo, chitarrista e specialista di cavaquinho».
Da cosa nasce l’incontro musicale fra tropicalismo e romanità?
«Ho cominciato facendo il dj di world music nei locali di Monti. Avevo 19 anni, una sera ho incontrato un percussionista e un chitarrista brasiliano, ci siamo messi a suonare insieme e io cantavo lo stesso le mie cose romane, anche se a prima vista non c’entravano nulla».
La sua rabbia è la rabbia delle periferie romane?
«Io vengo da San Basilio, ma la mia famiglia viveva a via dei Coronari. Poi, subito dopo la guerra, mio nonno, come tanti altri, venne cacciato e mandato nella periferia estrema. Così il popolo romano è stato cacciato dalla sua città, lasciata in balia del turismo, privata della sua identità».
L’album Apriti cielo è stato registrato con la collaborazione di trenta musicisti, fra gli ospiti oltre a Refosco anche Enzo Avitabile. Il tour chiuderà a Napoli il 10 aprile.