la Repubblica, 14 gennaio 2017
La confessione del figlio: «Mi davano del fallito». L’amico: «Li ho uccisi per togliergli un peso»
CHE LEZIONE possiamo trarre dalla terribile vicenda di Codigoro? Che responsabilità ha la società quando due adolescenti commettono l’irreparabile? La barista del Club One, il circolo dove i due giovani passavano interi pomeriggi, ammette che, anche quando li si conosce bene, nessuno può sapere «cosa hanno dentro i ragazzi». Anche quelli che, venuti a conoscenza dell’atroce crimine, si sono detti increduli.
BOLOGNA «Non passava giorno senza che mi dicessero che non valevo niente, che ero un buono a nulla, un fallito. Per questo li ho uccisi». C’è la lunga confessione del figlio di Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni nella convalida dei fermi emessi mercoledì mattina dalla pm Silvia Marzocchi. E ci sono anche le ammissioni del diciassettenne che poi quell’omicidio lo ha eseguito materialmente: «Non l’ho fatto per soldi, ma per amicizia. Per togliergli il macigno che aveva sul cuore. L’avrei fatto anche gratis, i soldi non mi interessano. Dopo, lui mi ha detto che mi avrebbe dato tutto quello che avrebbe trovato in “cassa”, ma ripeto: lo avrei fatto comunque».
Sono entrambi racconti drammatici, le due facce della stessa medaglia. Sono la ricostruzione puntuale, dettagliata, di quanto avvenuto nella villetta di Pontelangorino di Codigoro (Ferrara) prima, dopo e durante la notte tra lunedì e martedì scorsi, quando i due ristoratori sono stati massacrati a colpi di ascia mentre erano ancora a letto.
Verbali che, assieme alla ricostruzione fatta dai carabinieri di Ferrara, hanno portato il gip del tribunale dei minori di Bologna Luigi Martello a decidere, accogliendo la richiesta dell’accusa, che i due ragazzi devono stare in carcere, sia pure in due istituti diversi. L’amico a Bologna, il figlio in un’altra regione. Una decisione legata alla «facilità con la quale hanno pianificato ed seguito un delitto di tale efferatezza, con l’aggravante dei futili motivi». Sconvolgente, soprattutto alla luce dell’assenza di motivazioni che possano anche lontanamente giustificare un gesto di tale violenza.
Il movente del delitto, emerso durante le udienze (le due posizioni sono state valutate singolarmente) che si sono svolte al centro di prima accoglienza del Pratello, sono quelle riconducibili ai continui rimproveri dei genitori a un figlio disinteressato allo studio e alle regole. La prima bocciatura era già arrivata all’inizio della scuola media, e anche dopo il ragazzo non si era impegnato sui libri. Le scenate della madre negli anni non erano mancate, ma da quando l’adolescente aveva chiesto di cambiare sezione all’istituto tecnico di Codigoro che frequentava senza più alcun risultato, gli scontri si erano intensificati e acuiti. In generale, il sedicenne era accusato di non interessarsi a niente, «di essere un fallito, un buono a nulla». E questo, secondo quanto lui stesso ha ammesso davanti ai magistrati, «non riusciva più a tollerarlo», al punto da iniziare a pensare «di farla finita». Da qui il coinvolgimento dell’amico, con il quale aveva condiviso praticamente tutto nella sua vita e a cui raccontava la sua sofferenza e i suoi propositi. «Gli ho detto: devi aiutarmi, altrimenti io da solo non ce la faccio». Gli aveva promesso denaro, non una cifra specifica, ma «tutto quello che trovo appena quelli non ci saranno più». Non ce n’era bisogno, perché a detta del diciassettenne che ha poi impugnato l’arma per fracassare la testa ai Vincelli «sono stati uccisi per togliere un peso insopportabile dal cuore di un amico, non per soldi».
Nella mente dei due ragazzi tutto sarebbe filato liscio. Il complice li avrebbe uccisi a colpi d’ascia, quindi li avrebbe messi in macchina trascinando i corpi che, legati a dei massi, sarebbero dovuti sparire in fondo ad un ramo del Po. Il figlio: «Non ho voluto assistere, non ce la facevo a vedere i miei genitori mentre venivano ammazzati». Così, all’alba, l’amico si è avvicinato al letto e ha iniziato a colpire prima uno e poi l’altro, «continuando fin quando ho visto che non si muovevano più». Il piano, però, si è inceppato subito: «Erano pesanti da trasportare e lui non mi ha dato una mano, diceva che non ce la faceva a vederli morti. Ero sfinito, e quando mi sono reso conto della situazione siamo scappati a casa mia».
Nella loro mente di adolescenti cresciuti a pane e videogiochi, i due avevano immaginato di riuscire a non lasciare tracce. Di ripulire il sangue, di eliminare le impronte e di mettere in scena una scomparsa, come in un giallo. La confessione dell’amico è stata spesso interrotta dai singhiozzi. Il ragazzo che ha brandito l’ascia per cancellare due vite scoppia di nuovo a piangere ogni volta che riaffiorano i ricordi. Il figlio invece, anche in aula, ha mantenuto un’espressione vitrea, quasi imbambolata, sconvolto, ma incapace di lasciarsi andare.
Non sanno spiegare fino in fondo quello che è successo, l’incubo di quei momenti, le sensazioni. Si fermano al racconto dei fatti, dei gesti compiuti istante dopo istante, con una dovizia di particolari «impressionante», racconta chi li ha ascoltati, anche per i dettagli meno importanti. Come macchine snocciolano immagini, orari, gesti, ma non emozioni. Il figlio parla solo di «un peso che lo stava schiacciando», dell’accusa di essere «un buono a nulla», ma la sua rabbia non riesce a definirla. Non ricorda uno schiaffo, una punizione, nulla che possa anche lontanamente somigliare a un maltrattamento da parte dei genitori. Era solo «un peso», «un’angoscia», la consapevolezza di essere per loro «un fallito».
Nessuno dei due cerca giustificazioni. È successo e non sanno spiegare perché. Dicono entrambi di essere pentiti, ripetono «mi dispiace», non sanno aggiungere altro. Mancano le parole.