la Repubblica, 14 gennaio 2017
Atlante, il gigante debole che non salva il credito
ROMA Presentato a fine aprile in un lussuoso albergo del centro di Milano, il Fondo Atlante doveva costituire il punto di svolta della crisi bancaria italiana. Sotto lo sguardo benevolo di Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia, gli istituti di credito e la Cassa Depositi e Presiti si erano tassati per mettere su un forziere da 4,25 miliardi di euro.
Gli obbiettivi erano tre: mettere in sicurezza gli aumenti di capitale di alcuni istituti in difficoltà; far partire un mercato dei crediti deteriorati; garantire un ritorno di circa il 6% annuo agli investitori. «Non è una gara di 100 metri, ma una maratona», aveva detto Alessandro Penati, presidente del gestore Quaestio Capital Management, durante la presentazione. Oggi, a quasi nove mesi dal via, sembra utile offrire un primo rilievo cronometrico della corsa di Atlante. Il risultato, anche considerando il fardello che il gigante si è caricato sulle spalle, è quello di una partenza lenta e di tanto fiatone.
GLI AUMENTI DI CAPITALE
Il primo obbiettivo di Atlante era quello di eliminare “l’eccesso di offerta rispetto alla domanda di azioni negli aumenti di capitale di banche in difficoltà patrimoniale”, per evitare il rischio bail in e il materializzarsi di effetti sistemici. Il fondo è così intervenuto nelle ricapitalizzazioni di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, investendo, rispettivamente, 1,5 e un miliardo di euro. A questi si sono aggiunti altri 940 milioni circa, che Quaestio ha stanziato a fine dicembre per rafforzare ulteriormente i due istituti. Le due banche venete continuano però ad avere bisogno di soldi, circa 2,5 miliardi, secondo le stime di alcuni analisti. E poiché gli investitori privati latitano, la prospettiva è quello di un intervento pubblico, utilizzando parte dei 20 miliardi di euro messi dal governo per una “ricapitalizzazione preventiva” che accompagni una possibile fusione.
Questo intervento richiederà il coinvolgimento degli obbligazionisti subordinati, un rischio che si voleva evitare con l’intervento iniziale di Atlante. Il metro di questo fallimento è dato dalla valutazione dei junior bond delle due banche: nella sua presentazione, Penati aveva illustrato come il loro valore fosse salito del 20% circa dal lancio del fondo, toccando rispettivamente i 92 e i 91 centesimi. Oggi questi titoli valgono circa 56 centesimi, oltre il 25% in meno.
Il giudizio su Atlante diventa un po’ meno negativo se si considera quali sarebbero state le alternative a quella operazione. UniCredit aveva garantito l’aumento di capitale di Bpvi e c’era il rischio che avrebbe dovuto pagare per l’iniezione di capitale iniziale e per quelle successive. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha poi comunque scelto di chiedere al mercato 13 miliardi di euro, ma grazie ad Atlante ha potuto farlo mettendo in piedi un piano industriale credibile. Anche Intesa, che era garante per Veneto Banca, ha potuto risparmiare un po’ di soldi rispetto al miliardo messo nel fondo (la stessa cifra di UniCredit).
Ove le due banche si fossero sfilate, l’alternativa sarebbe stata la risoluzione. Tuttavia, come dimostra la vicenda di Banca Marche, Banca Etruria, CaRiFe e CariChieti, la cattiva gestione di questo processo può avere anch’essa dei costi esorbitanti.
I CREDITI DETERIORATI
Il secondo obbiettivo di Atlante era quello di “promuovere la creazione e lo sviluppo di un mercato efficiente del credito distressed”. Per Penati, questo avrebbe contribuito ad aumentare il valore di questi asset, permettendo alle banche di cederli a prezzi più vantaggiosi. Per ora, questo obbiettivo è stato completamente mancato. Atlante era al centro della cartolarizzazione dei 28 miliardi di euro di sofferenze del Monte dei Paschi di Siena, di cui avrebbe rilevato una porzione di rischiosità intermedia (mezzanine) investendo 1,6 miliardi. Il fallimento dell’aumento di capitale privato ha congelato anche l’operazione sui crediti deteriorati. Sebbene l’intervento di Atlante sia ancora possibile, Quaestio appare intenzionata a guardare altrove. I soldi risparmiati saranno in parte impegnati in un’operazione che completerà l’acquisto di Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti da parte di Ubi Banca. Atlante investirà circa 500 milioni per rilevare le sofferenze che si sono create quest’anno, oltre al portafoglio di operazioni di leasing. Tuttavia, questa non è certo la maxi-operazione che Penati aveva in mente. Nel frattempo UniCredit sta cedendo le sue sofferenze ad un prezzo di 25 centesimi, rendendo più difficile la creazione di un nuovo benchmark più alto per l’intero sistema.
I RENDIMENTI
Penati aveva parlato di un rendimento di circa il 6% annuo per il fondo. L’orizzonte temporale è di otto anni, dunque è presto per stilare un giudizio definitivo. Tuttavia, appare piuttosto chiaro che Atlante è per ora destinato a perdere dei soldi almeno sui 2,5 miliardi che sono stati investiti inizialmente nelle due banche venete e che saranno diluiti nell’aumento di capitale. Per il futuro, molto dipenderà dall’andamento del settore, che si è ripreso in borsa dopo il salvataggio pubblico di Mps. C’è un paradosso dunque in questa vicenda: dopo che Atlante non è riuscito a evitare che i contribuenti mettessero i soldi nelle banche, potrebbero essere i contribuenti a salvare i soldi di Atlante.