VARIE 14/1/2017, 14 gennaio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - IL RATING ABBASSATO MOODY’S MULTATA NEW YORK - L’agenzia internazionale Moody’s ha patteggiato il pagamento di circa 864 milioni di dollari alle autorità federali e statali Usa per porre fine all’inchiesta nata dall’accusa di aver gonfiato il rating di mutui ipotecari rischiosi negli anni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008-2009
APPUNTI PER GAZZETTA - IL RATING ABBASSATO MOODY’S MULTATA NEW YORK - L’agenzia internazionale Moody’s ha patteggiato il pagamento di circa 864 milioni di dollari alle autorità federali e statali Usa per porre fine all’inchiesta nata dall’accusa di aver gonfiato il rating di mutui ipotecari rischiosi negli anni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008-2009. L’accordo è stato raggiunto col dipartimento di Giustizia, al quale andranno 437,5 milioni di dollari, e con le autorità giudiziarie di 21 Stati Usa, più il District of Columbia dove si trova la capitale Washington. Moody’s, insieme alle altre due grandi agenzie di rating internazionali Standard & Poor’s e Fitch, è dagli anni della crisi nell’occhio del ciclone con l’accusa di aver favorito il terremoto finanziario partito dai mutui subprime per aver assegnato un basso livello rischio a titoli invece molto rischiosi, a fronte di commissioni incassate molto vantaggiose. Moody’s ha riconosciuto di non aver seguito i suoi standard di giudizio. A SUO TEMPO MILANO - In Italia ha fatto sorridere gli scettici l’iniziativa della procura di Trani che ha aperto una inchiesta per verificare l’operato delle agenzie di rating durante la crisi e i giudizi nei confronti del debito sovrano in italia. Ma i giudici pugliesi non sono poi così soli nelle loro iniziative. Confermando l’invesione di tendenza degli ultimi mesi, i signori del rating se la dovranno vedere ancge con la giustizia americana. I vertici di Moody’s e Standard & Poor’s dovranno difendersi in tribunale Usa dall’accusa di frode per aver assegnato rating inflazionati a titoli venduti da Morgan Stanley e garantiti dai mutui sub-prime. Lo ha stabilito il giudice distrettuale Shira Scheindlin, secondo quanto riferisce Bloomberg, respingendo il ricorso delle due agenzie di rating di liquidare il caso e accettando così la richiesta degli investitori istituzionali, fra cui l’Abu Dhabi Commercial Bank, avviata nel 2008. L’America si aggiunge all’Europa che ha già mosso i suoi primi passi ufficiali. Ai primi di luglio, L’Ente europeo di regolamentazione dei mercati (Esma) aveva aperto un inchiesta contro le tre principali agenzie di rating Usa, per determinare se il modo in cui queste valutano le banche è sufficientemente rigoroso e trasparente. L’Esma, entro fine anno, dovrebbe concludere il rapporto sulle "Tre Sorelle" del rating, Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s Investors Service, tutte e tre molto criticate, in questi ultimi anni, per non aver identificato in tempo e anzi, aver fornito informazioni fuorvianti, eccessivamente ottimiste, sugli strumenti derivati che avevano portato alla crisi finanziaria globale, e ora per i loro downgrade di massa contro i paesi dell’Eurozona, downgrade che non fanno altro che trascinare in un vortice negativo di pessimismo che rende più acerba la crisi. Del resto, l’atteggiamento complessivo della giustizia americana è cambiato nei confronti delle agenzie di rating, fino a pochi mesi da considerati uno dei santuario del capitalismo finanziario. Il ministro della Giustizia statunitense, Eric Holder, alla fine del luglio scorso, ha chiesto ufficialmente, attraverso i canali diplomatici, di poter consultare le carte dell’inchiesta della Procura di Trani relativa alle agenzie di rating. L’amministrazione americana ha ottenuto l’invio delle oltre 8 mila pagine dell’indagine che ha coinvolto Moody’s e Standard & Poor’s per un reato considerato molto grave oltreoceano, quello del market abuse, ovvero la manipolazione pluriaggravata del mercato per cui si rischiano fino a 12 anni di carcere. La decisione del governo degli Stati Uniti ha segna anche una vera inversione di atteggiamento nei confronti dell’inchiesta italiana, visto che fino a pochi mesi fa al Pm Michele Ruggiero erano state negate persino le autorizzazioni necessarie per svolgere anche nel Paese d’origine delle due agenzie di rating alcune indagini di approfondimento, (18 agosto 2012) PEZZO DEL CORRIERE DI STAMATTINA ROMA Addio alla lettera «A». L’agenzia di valutazione canadese Dbrs rivede al ribasso il giudizio sull’Italia e taglia il rating, portandolo dal livello A al livello BBB. In pratica Dbrs certifica un aumento di rischiosità del sistema Paese, confermando le previsioni circolate alla vigilia dell’esito della valutazione, avviata lo scorso mese di agosto, sul rating sovrano italiano. L’agenzia, con sede a Toronto, era l’unica ad avere mantenuto un giudizio che assegnava ai titoli di Stato un valore in area A (il più elevato). Le altre società di rating avevano già rivisto al ribasso il merito di credito italiano: Standard & Poor’s lo classifica come BBB-, Moody’s lo giudica Baa2 e la valutazione di Fitch è BBB+. La decisione di Dbrs era in parte attesa alla luce della caduta del governo Renzi e dell’interruzione del processo di riforme avviato negli ultimi tre anni. Il taglio del rating, l’ outlook, cioè la tendenza resta stabile, è destinato ad avere effetti sulle modalità adottate dalla Banca centrale europea per procedere al finanziamento delle banche italiane. Un giudizio meno positivo sul merito di credito impone, infatti, l’obbligo da parte di Francoforte di aumentare la quota di trattenuta effettuata sui titoli di Stato, forniti come garanzia dalle banche per ottenere liquidità. Vale, peraltro, ricordare che Bankitalia ha indicato che un eventuale downgrade da parte di Dbrs avrebbe avuto un «effetto limitato» sulla capacità di accesso al rifinanziamento da parte degli istituti italiani. Resta che il cosidetto aumento di haircut discenderà dalle considerazioni rese note ieri dagli analisti di Dbrs. A cominciare dalle incertezze sulla capacità politica di sostenere riforme strutturali. A questo l’agenzia aggiunge il timore di una persistente debolezza del sistema bancario, tanto più in una stagione caratterizzata da una crescita economica assai debole. Le considerazioni contenute nel report fanno cenno al passaggio referendario e alla bocciatura delle riforme proposte da Renzi, spiegando che l’approvazione delle modifiche costituzionali avrebbe garantito maggiore stabilità all’esecutivo. L’esito negativo, al contrario, ha determinato le dimissioni di Renzi e il nuovo governo, guidato da Paolo Gentiloni, potrebbe faticare a fare passare misure in grado di avere effetti positivi sull’economia. Del resto, come ricordato da Dbrs, il governo in carica è stato varato «con l’obiettivo principale di facilitare la discussione parlamentare sulla legge elettorale». Un quadro a cui va aggiunto il rischio di elezioni anticipate, tanto più dopo il pronunciamento da parte della Corte costituzionale sulle nuova legge elettorale. La valutazione sull’Italia resta, inoltre, correlata allo stato di salute del sistema creditizio, dove «il livello delle sofferenze rimane molto elevato». Un fattore che pesa sulla «capacità del settore bancario di agire come un intermediario finanziario a sostegno dell’economia». Tra le convinzioni inserite nel documento che accompagna il downgrade va aggiunta la sottolineatura sul «contesto di bassa crescita dell’economia, che ha comportato ritardi persistenti nella riduzione dell’elevato debito pubblico (oltre 2.229 miliardi di euro, ndr), lasciando il Paese esposto al rischio di shock». Un contesto che non preoccupa il ministero dell’Economia, così come il taglio del rating, che, secondo fonti del Tesoro, «non avrà impatti rilevanti sulla spesa per interessi sul debito pubblico». Eventuali conseguenze «potrebbero esserci sui titoli più a breve, ma questo si potrà dire soltanto nei prossimi mesi». Andrea Ducci TAINO SU CDS DI OGGI DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO La perdita dell’ultima A da parte dell’Italia, a opera dell’agenzia di rating canadese Dbrs, non dovrebbe avere conseguenze troppo gravi nell’interfaccia con la Banca centrale europea. Ma sarà significativa sia in termini di costi per le banche italiane sia in termini di prestigio dei titoli di Stato della Repubblica. Non ci saranno però conseguenze dirette sulla possibilità di comprare titoli italiani da parte della Bce nel programma di acquisti in corso sui mercati per 80 miliardi di euro al mese (Quantitative Easing): potrà andare avanti come ha funzionato finora. Ieri, prima del declassamento canadese a BBB (high), un portavoce della Bce ha chiarito che «il downgrading da parte di Dbrs non impatterebbe generalmente sullo status dell’eleggibilità dei titoli di Stato ma porterebbe a un aumento della valutazione dell’ haircu t (il margine di garanzia che le banche devono versare quando chiedono denaro alla Bce, ndr) – sulla base programma di haircut applicabile nel quadro di collaterali dell’Eurosistema. Alcune controparti che hanno mobilizzato tali asset potrebbero quindi dovere mobilizzare ulteriore collaterale per mantenere i livelli di collaterizzazione». Traduzione. Le banche che vanno a prestito dalla Bce devono depositare presso di essa garanzie, cioè collaterali nella forma di titoli. Fino a che almeno una delle quattro maggiori agenzie di rating mondiali dava una A all’Italia, le banche che portavano come garanzia titoli di Stato o equivalenti avevano l’obbligo di un certo collaterale, abbastanza basso, per esempio dello 0,5% se portavano Btp a cedola fissa con durata residua entro l’anno. Ora che è caduta l’ultima A, dovranno portare un margine di garanzia maggiore, perché i titoli dello Stato italiano sono considerati più rischiosi di prima: nell’esempio indicato il collaterale sale dallo 0,5 al 6% del prestito. Per le scadenze del Btp entro tre anni passa dall’1 al 7%; per quelle a cinque anni dall’1,5 al 9%; per i Btp fino a dieci anni dal 3 all’11,5% e così via per le diverse durate dei titoli. Finanziarsi presso la Bce — operazione centrale nel funzionamento di qualsiasi banca — diventa quindi più costoso per le italiane, le quali fanno grande uso di titoli del loro Stato (ne possiedono per 350 miliardi). Rabobank ha calcolato che in media il collaterale aumenterà dall’1,5% al 9%: significa che, per avere lo stesso livello di prestiti, le banche italiane dovranno presentare alla Bce 6 o 7 miliardi in più di titoli di Stato in garanzia. Occorre però tenere conto che la maggior parte delle banche già oggi versa margini di garanzia maggiori di quelli stabiliti dalle tabelle dell’Eurosistema e quindi per parecchie di esse potrebbe non esserci la necessità immediata di aggiungere garanzie. Altri dovranno invece fare fronte con altro collaterale. Un effetto indiretto potrebbe essere la diminuzione generale di appetito per i titoli di Stato italiani da parte delle banche stesse. Se infatti per rifinanziarsi presso la Bce devono depositare, per pura ipotesi, un margine del 6% nel caso usino un titolo italiano e meno per un titolo spagnolo, potrebbero preferire detenere e poi usare quest’ultimo. @danilotaino FUBINI SU CDS DI OGGI Sarebbe stato sorprendente, purtroppo, se Dbrs avesse deciso di non ridurre il giudizio sull’Italia a questo punto. Fino a ieri sera il rating dell’agenzia canadese sul debito di Roma era migliore di quello di tutte le sue concorrenti più grandi. Soprattutto, era di ben cinque gradini sopra alla valutazione diretta degli investitori su questo delicatissimo argomento: i prezzi dei derivati di credito, strumenti di assicurazione sui titoli di Stato, da tempo pongono implicitamente l’Italia nel segmento «junk» (o «spazzatura»). Il premio da pagare per avere questi derivati disegnati come polizze contro l’ipotesi di un default sottintende, nel caso dell’Italia, un rating più basso di quello della più severa delle agenzie, Standard & Poor’s. Queste realtà contengono un messaggio per la classe politica di uno Stato che ha bisogno di circa 400 miliardi di euro l’anno solo per la gestione ordinaria. Dicono che ogni giorno di ritardo nelle misure per modernizzare il Paese — tutte già note, spesso già scritte — va direttamente a danno di milioni di famiglie che lavorano, risparmiano e cercano di preparare un futuro per i propri figli. È infatti ormai impossibile dissimulare la portata dei rischi, ora che la Banca centrale europea si avvia in modo graduale, ma inevitabile, a rallentare sempre più gli acquisti dei titoli di Stato. Non è chiaro chi ne comprerà al suo posto tra qualche mese, o l’anno prossimo. Un punto però colpisce più degli altri, nelle parole con le quali l’agenzia canadese ieri ha motivato la sua scelta. Dbrs ricorda la «debolezza persistente del settore bancario» anche perché — scrive — «la decisione di creare un fondo (pubblico, ndr ) da 20 miliardi di euro non rimuove completamente la vulnerabilità del sistema, né apre la strada a una significativa riduzione dell’elevato livello di crediti in default». Significa che molte banche dovranno affrontare altre svalutazioni di quei prestiti e altre perdite, prima di tornare a un funzionamento normale. Serviranno altre risorse per ricapitalizzare gli istituti, anche perché le carenze nelle misure approvate nel 2016 nelle procedure di recupero crediti contribuiscono a svalutare questi ultimi e erodere il patrimonio delle banche. Quegli stessi problemi nei tempi e nella certezza della giustizia civile contribuiscono anche a tenere lontani gli investitori privati. Non è dunque difficile prevedere che presto salirà la pressione perché lo Stato si faccia carico di altri aiuti dopo quello al Monte dei Paschi, come se il debito pubblico fosse una variabile irrilevante. Non lo è. Più le banche avranno bisogno di sostegno, più il debito pubblico salirà, più i prezzi dei titoli di Stato rischiano di scendere. Ma più questi scendono, più le banche che ne detengono per 380 miliardi subiranno perdite, più esse avranno bisogno di nuovi aiuti. Naturalmente l’Italia non è caduta in questa spirale, per il momento. Ma il governo non può fare i propri conti come se questa possibilità non esistesse nella meccanica del sistema finanziario. ANDREA GRECO PER REPUBBLICA NAZIONALE - 14 gennaio 2017 CERCA 4/5 di 60 14/1/2017 economia L’analisi. Gli istituti italiani dovranno pagare di più per accedere alle risorse di finanziamento messe in campo dall’Eurotower di Mario Draghi Un salasso da cinque miliardi per l’intero sistema del credito ANDREA GRECO MILANO. L’agenzia dei canadesi si è mangiata l’ultima A dell’Italia. Da due mesi gli operatori del credito (banche e fondi grandi e piccoli che si scambiano i miliardi di titoli con cui queste fanno provvista) si interrogano su due temi: la tenuta dei depositi per la crisi di Mps e la tenuta della liquidità per il rating di Dbrs, l’ultimo che permettesse lo sconto quasi alla pari (99,5 euro in contanti ogni 100 euro portati in collaterale dalle banche alla Bce) nei rifinanziamenti con titoli di Stato. Dbrs in queste settimane sembrava incerta: chi ha incontrato gli analisti canadesi, meno grandi e noti di quelli statunitensi di Moody’s, S&p e Fitch, li aveva trovati combattuti: dopo la crisi di governo seguita al ko del referendum costituzionale si dicevano intenzionati a declassare a BBB il voto sull’Italia, ma la discreta tenuta del mercato europeo e milanese a dicembre aveva ridato qualche speranza di conferma. Da oggi invece si passa nella serie B del livello a cui Francoforte sconta i titoli sovrani, di fatto cautelandosi dal loro rischio di default. Così quei 100 euro di titoli varranno 94 euro per cassa, o anche 93, secondo le scadenze. È presto per dire quanto costerà al sistema il nuovo prelievo: si stima un drenaggio di liquidità per gli istituti per almeno 5 miliardi, o in alternativa il valore in titoli da aggiungere per avere la cassa di prima. «Di certo il costo del finanziamento bancario in Italia aumenterà leggermente — dice un gestore di fondi — ma non vediamo una situazione drammatica legata a questo giudizio». In teoria dovrebbe seguirne un minor credito al sistema, dopo che negli ultimi 12 mesi Unimpresa ha registrato per le aziende un calo di oltre 18 miliardi (-2%). Proprio ai guai bancari si è rifatta Dbrs: «La decisione riflette una combinazione di fattori, tra cui la persistente debolezza del sistema bancario, in un periodo di crescita fragile», oltre al «livello di sofferenze creditizie che rimane molto elevato, tale da compromettere la capacità del settore banche di agire come intermediario finanziario per sostenere l’economia». Il groppo bancario, e non lo scopre Dbrs, incombe sull’effettiva ripresa della ciclo, e sulla capacità del Paese di uscire dalla vulnerabilità in cui si trova da un decennio. A questo punto ci sono due scenari possibili secondo analisti macroeconomici e operatori. Nel primo, più ottimista, il sistema bancario si muove con fatica erculea fuori dello stagno rappresentato da 200 miliardi di euro di crediti inesigibili lordi, ripulendo i bilanci degli istituti peggio messi — oltre a Siena Carige, Vicenza, Veneto Banca, Banco Bpm — e accentuando il taglio dei costi e il rilancio della redditività per rendere nuovamente “investibili” i supposti volani dell’economia (non si dimentichi che a febbraio vanno trovati 13 miliardi sul mercato per ricapitalizzare Unicredit, e sarà una prova del nove). Nel secondo, più pessimista, il sistema bancario, come un sismografo troppo sensibile, procede per choc successivi a trascinare l’economia in una nuova crisi, davanti a una classe politica impotente perché sfaldata e intenta ad agende elettorali (non solo a Roma, anche a Parigi e Berlino). L’unico giudice vero promette d’essere, ancora una volta, la Bce, che in un quadro di inflazione crescente a fine 2017 potrebbe smettere di comprare 60 miliardi al mese di titoli sovrani, a prezzi non sempre corrispondenti ai loro rischi (il Btp 10 anni paga l’1,9, detratta l’inflazione siamo allo 0,4%; il Btp 3 anni ha un rendimento reale a — 1,44%). A quel punto lo spread con i Bund tedeschi, ieri a 156 punti base ma visto dai maggiori operatori allargarsi verso quota 200 a dicembre, potrebbe disancorarsi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA La sede della Banca Centrale Europea a Francoforte ROBERTO PETRINI ROMA. La “quarta sorella” del rating, la canadese Dbrs, ha declassato l’Italia che perde l’ultima “A”. L’agenzia che formula i giudizi di qualità e sostenibilità del debito emesso dagli Stati sovrani ha deciso di abbassare il voto sul nostro paese dal livello di “A-low” al magro “BBB-high” con trend “stabile”. La misura era attesa da tempo, almeno dall’estate scorsa, quando l’istituzione nordamericana annunciò l’apertura di una procedura di revisione del giudizio sollevando peraltro qualche irritazione da parte del Tesoro italiano. Ieri Via Venti Settembre ha comunque inviato messaggi rassicuranti: «Nessun impatto rilevante sulla spesa per interessi». Fino all’ultima ora non si è dato per scontato il verdetto e anche lo spread, la differenza tra il rendimento dei Btp italiani e il Bund tedesco, ha veleggiato tranquillamente sotto quota 160 punti lasciando sperare in un ripensamento. Invece il giudizio, che muove da argomenti politici e più strettamente economico-finanziari, è giunto puntuale. Si tratta del primo declassamento vero e proprio dopo il referendum e la caduta del governo Renzi: il 7 dicembre Moody’s si era limitata a tagliare l’outlook da “stabile” a “negativo” confermando il rating “Baa” mentre già il 21 ottobre si era mossa Fitch che analogamente aveva rivisto da “stabile” a “negativa” l’intonazione del proprio giudizio lasciando inalterato il voto a “BBB+”. La Dbrs (Dominion bond rating service con sede a Toronto) spiega che la misura deriva sostanzialmente da due fattori: l’«incertezza sulla capacità politica di sostenere le riforme strutturali» e la «debolezza del sistema bancario in una fase di bassa crescita per l’Italia». La nota di Dbrs sottolinea come dopo la bocciatura del referendum costituzionale, che avrebbe consentito maggiore stabilità di governo al Paese, e le dimissioni del premier Renzi, il nuovo governo “ad interim” creato per fare una nuova legge elettorale per andare al voto, ha «meno spazio per approvare ulteriori misure pro-crescita, limitando le prospettive di rialzo dell’economia». Senza contare, aggiunge l’agenzia canadese, che c’è anche una mancanza di chiarezza sulla data delle prossime elezioni italiane. L’altra questione, dove Dbrs è piuttosto severa, è quella bancaria: nonostante i recenti piani di intervento pubblico, il livello dei crediti in sofferenza viene giudicato «molto alto» e questa circostanza colpisce «la capacità del settore bancario di agire come intermediario per il sostegno dell’economia». La combinazione di questi fattori, uniti al debito elevato e alla crescita «più bassa della media europea», porta dunque al declassamento del rating delle nostre emissioni di Bot, Btp e degli altri titoli. Con l’aggravante che le banche italiane faranno più fatica a portare i Btp allo “sconto” presso la Bce, dovranno pagare di più e ne risentiranno sul piano della liquidità. La decisione di Dbrs inaugura uno scenario, da molti temuto, sul dopo crisi di governo. Non si può fare a meno di ricordare che si attende dalla Commissione europea un rapporto sul nostro debito pubblico sul quale pende una procedura e che l’”ombrello” del quantitative easing, moneta facile che ha evitato il rialzo dello spread e che ci ha consentito vita tranquilla negli ultimi tempi, scadrà a fine anno. Qualche campanello d’allarme già suona: ieri la Bankitalia ha diffuso i dati sul debito pubblico che ha raggiunto in novembre i 2.229,4 miliardi. Si tratta di un aumento di 35,1 miliardi dall’inizio del 2016 pari all’1,59 per cento, ma soprattutto dopo la flessione di luglio-settembre il debito ha ricominciato a salire.