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 2017  gennaio 14 Sabato calendario

Libia, la produzione di petrolio cresce

La produzione di greggio in Libia è salita dai 200 mila barili al giorno dell’anno scorso ai 708 mila di oggi, secondo gli ultimi dati resi noti dalla Compagnia petrolifera nazionale. La ritrovata forza energetica, però, in una Libia divisa, in cui nelle ultime ore un ex primo ministro, Khalifa Ghwell, ha annunciato di aver preso controllo di alcuni ministeri chiave, un primo ministro in carica, Fayez al-Sarraj, ha smentito il tentato colpo di Stato, e da settimane un aspirante rais, il generale Khalifa Haftar, minaccia di marciare su Tripoli, ha la potenzialità di diventare un’ulteriore fonte di scontro. I primi segnali di una guerra per i pozzi sono già arrivati a dicembre.
Prima della caduta del colonnello Muhammar Gheddafi, la Libia produceva 1,6 milioni di barili al giorno. Le divisioni tra Est – Tobruk e Bengasi – e Ovest, il governo di Tripoli, la minaccia reale dello Stato islamico e lo strapotere di milizie armate che bloccavano il funzionamento delle installazioni energetiche hanno fatto crollare l’anno scorso la produzione a un minimo storico. 
Il presidente della Noc, la Compagnia petrolifera nazionale, Mustafa Sanalla, ha però da poco annunciato che nel 2017 la Libia in profonda crisi economica e di liquidità potrebbe arrivare a una produzione di 900 mila barili al giorno. Se l’instabilità non avesse la meglio sulle buone intenzioni. Il rischio, spiega Geoff D. Porter, direttore di North Africa Risk Consulting, è che l’aumento della produzione rafforzi i già reali conflitti per il controllo dei pozzi. Dopo mesi di negoziati tra la Noc e gruppi di potere locali, a dicembre si è arrivati alla riapertura delle operazioni nei giacimenti di Sharara, il più vasto del Paese, ed el-Fil (Elefante), nell’Ovest. Tra agosto e settembre, le forze del generale Haftar hanno conquistato le installazioni nell’Est. La raffineria di Ras Lanuf, il porto di Brega, il terminal di Essider sono stati negli ultimi anni sotto il controllo di una milizia che bloccava la produzione. Ora, «Haftar si muove in maniera furba – spiega Porter – Avrebbe potuto avviare la produzione e spostare i profitti all’Est ma, in cerca di legittimità politica, non lo ha fatto». 
Le rendite petrolifere vanno alla Banca centrale che, benché ancora divisa tra Est e Ovest, ha le sue casse a Tripoli e continua a pagare i salari dei funzionari pubblici, membri delle milizie inclusi. Come spiega Claudia Gazzini dell’International Crisis Group, non fornisce però danaro al governo in carica di Sarraj, perché il Parlamento rivale di Tobruk, all’Est, non ha mai votato la fiducia al suo esecutivo, alleato di Bruxelles e Washington. «La situazione è fragile, e ci sono gruppi che hanno intenzione di cambiare questa realtà», spiega Gazzini. A inizio dicembre, infatti, milizie vicine a Tripoli hanno già tentato di riconquistare i pozzi dell’Est, nelle mani di Haftar. «L’offensiva è stata respinta, ma loro non si sono arresi». La possibilità di nuovi scontri per il controllo delle installazioni energetiche resta dunque alta. In questo momento, la forza in grado di ricostruire la Libia sembra essere la sua compagnia petrolifera, la Noc. Ne è convinto Geoff D. Porter: «È l’unica istituzione che funziona a livello nazionale ed è anche l’unica realtà in grado di negoziare la risoluzione di conflitti tra diverse comunità in Libia senza ricorrere a violenza, coercizione, corruzione». 
In estate, la Noc si è opposta alla riapertura delle installazioni dell’Est in cambio di pagamenti alle milizie che le controllavano e, come già detto, la riattivazione delle operazioni a dicembre a Sharara è arrivata dopo mesi di negoziati tra le parti. «Per Sanalla e i vertici della compagnia la ripresa petrolifera è interesse nazionale. Sembrano essere i soli a spingere l’idea di Libia come nazione, e a dimostrare come il compromesso funzioni. In alternativa, la probabilità di conflitto aumenterà con l’aumento della produzione. E per ora, la produzione libica dipende da Haftar».