Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Quattro anni fa, all’alba del 19 marzo 2003, gli americani cominciarono a bombardare Bagdad. Poche ore dopo i marines varcarono il confine da sud e si misero in marcia verso Bassora.
• Potremmo ricordare come andò?
Il presidente degli Stati Uniti era Bush, lo stesso di adesso. Il presidente dell’Iraq era Saddam Hussein, uno dei più sanguinosi tiranni del Novecento. Costui, nel 1990, aveva invaso il Kuwait, accampando dei diritti assai vaghi e in realtà perché aveva un debito di dieci miliardi di dollari con i kuwaitiani e non voleva assolutamente pagare. Ricacciato da una coalizione voluta dall’Onu, era stato puntito, tra l’altro, con il divieto di esportare petrolio (se non in minima parte). Grazie a questo divieto aveva messo in piedi un contrabbando gigantesco che gestiva personalmente e che aveva coinvolto per una quindicina d’anni i potenti dei paesi occidentali, ben felici di chiudere un occhio in cambio di rimesse di denaro enormi. In questo modo, e con la complicità occidentale - che ne condannava gli atti solo a parole - Saddam aveva perpetuato la sua dittatura, ammazzando centinaia di migliaia di persone, gassando interi villaggi dello stesso Iraq, tenendo l’intero paese in uno stato di indicibile miseria e infelicità. Arrivò l’11 settembre 2001. Il presidente Bush, dichiarando guerra al terrorismo arabo ed erigendosi a difensore di tutto l’Occidente, sostenne dei aver le prove che: il principale alleato dei terroristi era proprio Saddam; Saddam nascondeva, in Iraq, armi di distruzione di massa con le quali avrebbe potuto mettere in pericolo tutto l’Occidente.
• Non era vero?
No, non era vero. Ma questo si seppe dopo. A quell’epoca, e con questi argomenti, il presidente Usa tentò di ottenere una copertura dell’Onu, ma inutilmente: i tedeschi e soprattutto i francesi, che avevano in Iraq interessi enormi, riuscirono a isolarlo. Bush partì all’attacco dell’Iraq, perciò, relativamente da solo, ovvero avendo al suo fianco quei paesi che ne avevano condiviso l’analisi (come gli inglesi e, con compiti non belligeranti, gli italiani), ma senza la solidarietà internazionale che aveva accompagnato gli americani in Kuwait. Quel tipo di solidarietà avrebbe potuto dargliela solo l’Onu.
• Che differenza fa? Tanto ho la sensazione che a far la guerra siano in ogni caso sempre gli americani.
Non avrebbe forse fatto troppa differenza se le cose fossero andate come Bush sperava: rapida presa di Bagdad, cattura di Saddam, creazione di istituzioni democratiche (Parlamento, eccetera), modernizzazione del paese, petrolio per tutti, arricchimento degli stessi iracheni. Bush si immaginava che, una volta abbattuto Saddam, gli americani sarebbero stati accolti a braccia aperte. Non andò così.
• Però Bagdad fu presa rapidamente e anche Saddam venne arrestato in poco tempo.
Sì, ma gli americani non capirono il paese in cui erano sbarcati. Credevano che, vinta la guerra sul campo, il periodo successivo sarebbe stata una festa. Invece, sparito Saddam, i vari capetti locali, feroci anche loro, si misero a far la guerra all’invasore con l’obiettivo di occupare posizioni di forza da far fruttare nel momento in cui gli occidentali se ne sarebbero andati. Cominciò una stagione dolororisissima di agguati, sequestri, battaglie e soprattutto attentati con gli shahid, i poveri infelici che si fanno saltare in aria perché credono che in Paradiso li aspettino 72 vergine libidinose. Gli americani, che durante il mese di guerra vera e propria avevano perso qualche decina di uomini, hanno lasciato sul campo nel periodo della cosiddetta pace quasi quattromila soldati. Nel frattempo l’area è sconvolta dalla tensione: in Iran un presidente estremista si sta fabbricando l’atomica, nel Libano meridionale gli hezbollah sparano ogni giorno razzi su Israele, in Afghanistan i talebani si sono alleati con gli uomini di Bin Laden e si preparano a una controffensiva. E Bin Laden è ancora vivo. E il terrorismo è tutt’altro che sconfitto.
• Dunque, un’impresa totalmente fallimentare? Gli americani farebbero bene ad andarsene al più presto?
Gli americani non se ne possono andare. E l’impresa non è completamente fallimentare. Ma di questo, parleremo domani. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 16/3/2007]
(leggi)