Mara Gergolet, Corriere della Sera 16/3/2007, 16 marzo 2007
DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – La lista dei ministri consegnata al presidente, il governo formato. Quando Ismail Haniyeh lascia l’ufficio dove ha incontrato Abu Mazen, a Gaza, può finalmente annunciare alle telecamere: «Sabato siamo pronti a giurare. Speriamo che questo governo segni l’inizio d’una nuova era, che ci permetta di voltare pagina». Ma è proprio questa la domanda. Il governo d’unità nazionale palestinese, messo insieme dopo otto mesi di incontri, rotture, rinvii, sarà l’inizio della fine dell’isolamento internazionale, a cui gli islamici di Hamas hanno portato i palestinesi? O semplicemente cambia tutto senza che nulla cambi, come ha già detto Israele?
La lista dei nomi ha alcune sorprese. Balza agli occhi come nei posti più prestigiosi e esposti ai contatti internazionali, Hamas abbia ceduto il passo agli «indipendenti»: un politologo di Bir Zeit, Ziad Abu Amr, studioso fin dagli anni ’80 di movimenti islamici, agli Esteri. Salam Fayyad, l’uomo del Fondo monetario (Fmi), volenteroso riformista che s’è fatto un nome in Occidente cercando d’arginare la corruzione ai tempi d’Arafat, alle Finanze. Soprattutto, il semi- sconosciuto Hani Kawasmi agli Interni: una scelta al ribasso, quest’alto funzionario pubblico, nata dai veti incrociati di Fatah e Hamas. Ma avrà il posto più delicato: controllare sicurezza e milizie, fermare la violenza tra fazioni che ha portato Gaza sull’orlo della guerra civile. Nove ministeri per Haniyeh, sei per Abu Mazen, c’è spazio pure per il comunista Bassam Salni alla Cultura. Un programma che mette al primo posto la «resistenza»: «La resistenza è un diritto legittimo del popolo palestinese». La risposta da Israele arriva in neanche mezz’ora. «La nostra posizione non è cambiata – dice una portavoce di Olmert ”. Non riconosceremo né avremo a che fare con questo governo, ci aspettiamo che anche la comunità internazionale resti ferma alla richiesta che siano rispettati i tre principi di fondo». Riconoscere Israele, rinuncia alla violenza, accettazione dei trattati di pace. Il nuovo governo palestinese, si sa, dice no a queste condizioni. Ma la partita, ormai, è tutta a livello internazionale. Riuscirà Israele a mantenere il blocco economico e politico, messo in atto da tutta la comunità internazionale, che ha stritolato il primo governo islamico? L’America prende tempo, «cercheremo di capire», ma è sostanzialmente con Olmert: avanti per ora a trattare con il solo Abu Mazen. L’Europa invece pare più aperta a dare una chance al governo. Qualcuno scalpita come la Francia (Douste- Blazy già si dice «pronto ad incontrare il nuovo ministro degli Esteri»); in Italia Massimo D’Alema si congratula con Abu Mazen: «Un’opportunità importante». Qualcuno frena come la commissaria alle relazioni esterne Ue Ferrero- Waldner. Anche se, avverte Solana, nulla è ancora deciso: «Valuteremo il programma e il governo».