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 2007  marzo 16 Venerdì calendario

DUE ARTICOLI SULLA FAMIGLIA PREISTORICA


ROMA – «Il matrimonio invenzione del Neolitico». Così titolava ieri «L’Avvenire» il suo fondo in prima pagina firmato da Maurizio Cecchetti e dedicato alla scoperta degli «amanti di Mantova», due scheletri ritrovati abbracciati in una sepoltura, appunto del Neolitico, poche settimane nella bassa Lombarda: «La famiglia ha, fin dall’inizio, l’essenza di cellula che sostiene la società, la rende possibile». A corredo della tesi, nelle pagine della cultura, un’intervista all’archeologo Emmanuel Anati, fondatore in Val Camonica del Centro camuno di studi preistorici. Anati parte da alcune incisioni del 3000 avanti Cristo ritrovate proprio in quel luogo (una famiglia con due bambini, l’uomo e la donna uniti da una linea ai piedi «come un giogo, non scordiamo che questo è il significato di "coniugi", uniti dal giogo») e prosegue con l’analisi di casi simili in Australia, Siberia, Libia, Svezia. Sua conclusione: «Non c’è civiltà antica che non abbia avuto la sua concezione ben netta di unione matrimoniale e di nucleo familiare». Tesi culturale che, di questi temi di forte contrapposizione tra matrimonio tradizionale e Dico, tra «family day» e le piazze mobilitate per le unioni gay, rischia di pesare assai più di una semplice ipotesi accademica.
Non tutti sono dello stesso avviso. Avverte con pacatezza Anna Maria Bietti Sestieri, presidente dell’Istituto italiano di Preistoria e protostoria che raduna 120 tra musei, soprintendenze e centri di ricerca: «La varietà di possibilità, nel campo delle unioni maschio- femmina, è immensa e non esiste una legge che sia valsa sempre e per tutti. Prendiamo l’Età del Ferro in Italia: anche nelle rappresentazioni, i Latini erano molto rigidi rispetto alla coppia e ogni devianza doveva essere non esplicitata. Gli Etruschi erano assai meno intransigenti. Direi insomma che l’idea di matrimonio mononucleare è assai tarda, quasi moderna. Tra la fine del II Millennio e i primi secoli del I, cioè nell’Età del Ferro, specialmente nelle realtà non urbane erano assai frequenti i casi di famiglie allargate e di contesti familiari molto ampi».
Incalza invece con molta foga Luigi Maria Lombardi Satriani, ordinario di Etnologia a «La Sapienza» di Roma, cattolico, ex senatore Ds: «L’intera letteratura etnologica cita, anche per le lontane antichità, sia società monogamiche che poligamiche, cioè un uomo con più compagne. Ma anche casi di individui con una pluralità di legami all’interno dello stesso gruppo e non obbligatoriamentemaschio- centrici, quindi con femmine non monogame. Chi sostiene il contrario, in un clima come l’attuale in cui si combatte erroneamente una guerra di religione intorno all’istituzione matrimoniale monogamica, ha l’onere della prova. Altrimenti rischia un’affermazione non scientifica ma solo ideologica». Lombardi Satriani si definisce un «cattolico non subalterno» e ammette di temere «questo voler trovare a tutti i costi nel passato un riflesso di ciò che viene ritenuto come l’istituto fondamentale della nostra società. In un dibattito scientifico non dobbiamo partire da un’opzione di valore, altrimenti si assiste a uno slittamento di piani e si rischia di avvalorare come scienza ciò che al contrario è una preferenza ideologica».
Conclude Paolo Domenico Maria Palmieri, ordinario di Antropologia culturale a «La Sapienza» di Roma, in passato docente in Senegal e in Camerun (l’Africa è terra prediletta dei suoi studi): «Io concordo con la tesi che la famiglia sia alla base della nostra civiltà. Ma bisogna vedere "quale" famiglia. Grandi classici dell’antropologia come "Ancient society" di Lewis Morgan o "Razza, storia e altri saggi" di Levi Strauss certificano che la famiglia-base è composta alle origini da madre e figli: l’uomo cambia spesso, non è presente e quindi la promiscuità è la regola delle prime organizzazioni umane. L’idea di matrimonio monogamico è assolutamente moderna, e direi anche occidentale».

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CINZIA DAL MASO
ROMA - L´uomo è un inguaribile "mammone". E lo è da sempre. Almeno da 160.000 anni, come dimostra ora una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences.
Già allora, quasi agli albori della comparsa di Homo Sapiens sulla terra, c´erano a Jebel Irhoud, in Marocco, bambini che avevano tempi di crescita molto simili ai nostri oggi. Non diventavano adulti in fretta come gli scimpanzè e come gli ominidi che ci hanno preceduto. Neppure abbandonavano presto la madre per vivere autonomamente. Venivano invece curati e nutriti, e il loro cervello aveva il tempo necessario per apprendere di più e formarsi in modo molto elaborato. E sappiamo che per fare tutto ciò serviva un´organizzazione sia familiare che sociale abbastanza complessa e sofisticata. Non abbiamo mai saputo quando esattamente l´uomo ha sviluppato tale caratteristica, ma credevamo in tempi molto recenti, più o meno gli ultimi 40-30.000 anni. Invece è una caratteristica antichissima. Già i primi Sapiens non avevano solo forme simili alle nostre, ma anche lo sviluppo corporeo e una – seppur primitiva – vita sociale. Insomma, in qualche modo erano già "moderni".
Lo prova l´analisi dettagliatissima di alcuni denti dalla mandibola di un giovane Sapiens marocchino. Con tecnologie avanzate di microtomografia con luce di sincrotrone (sviluppate all´European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble), è stato possibile ricostruire virtualmente i denti per poi analizzarne in dettaglio la morfologia. In particolare sono stati individuati i tempi di crescita, che lasciano il proprio marchio su smalto e dentina proprio come fanno gli anelli sui tronchi degli alberi.
«La risposta è stata davvero sorprendente e inaspettata», dice Tanya Smith del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia e coautrice della ricerca. «Il piccolo Sapiens marocchino, che alla morte aveva circa otto anni, aveva uno sviluppo dentario molto simile ai suoi coetanei di oggi. Il suo primo molare è apparso attorno ai sei anni di età (mentre negli scimpanzè il primo molare appare a quattro anni), e a otto anni la formazione del dente era pressoché completa. E si sa che i tempi di crescita dei denti sono specchi assolutamente fedeli della crescita complessiva degli individui e in particolare dello sviluppo del cervello umano».
Tempi di crescita lenti che, strano a dirsi, condividiamo con i nostri "cugini" Neandertal. Lo sappiamo dal novembre scorso, quando un team di ricercatori franco-anglo-italiano ha pubblicato sulla rivista scientifica Nature lo studio dei molari di un neandertaliano di 130.000 anni fa trovati a La Chaise-de-Vouthon, in Francia. Sempre grazie alle nuovissime tecnologie del laboratorio di Grenoble, per primi sono riusciti a "entrare dentro i denti". E a dimostrare che, al pari del più antico Sapiens marocchino, anche il Neandertal francese cresceva più o meno come noi.
Dopotutto, noi condividiamo coi neandertaliani il 99,5 per cento del patrimonio genetico, come ci è stato rivelato solo pochi mesi fa. E così i confini tra noi e i nostri antenati nella scala evolutiva si fanno sempre meno rigidi.
«Ma questo è solo l´inizio promettente di una nuova stagione di studi che ci permetterà di scoprire molti lati oscuri sull´evoluzione dell´uomo», afferma Luca Bondioli del Museo Pigorini di Roma, coautore dello studio sul Neandertal. «I denti sono una fonte di informazioni importantissima sulla vita degli individui. Ci possono svelare origine, sviluppo, alimentazione, abitudini di vita. Finora però l´unico modo per ottenere queste informazioni era sezionare un dente e dunque distruggerlo. E non abbiamo mai voluto distruggere denti così antichi e preziosi. Ora questa nuova tecnologia non distruttiva ci aiuterà a sciogliere molti grandi dubbi sui nostri antenati».