Alberto Cairo, Corriere della Sera 16/3/2007, 16 marzo 2007
Stamani gli impiegati arrivano vestiti a festa. Abituato a vederli in camice o tuta, stento a riconoscerli
Stamani gli impiegati arrivano vestiti a festa. Abituato a vederli in camice o tuta, stento a riconoscerli. Ogni anno, più o meno in questo periodo, la Croce Rossa Internazionale organizza per loro un pranzo. Sono oltre 500 nella sola Kabul. La metà lavora al centro protesi e riabilitazione, tutti disabili. Le ragazze, truccate con cura e tanti colori, sfoggiano gioielli in quantità. Si fanno grandi complimenti. Degli uomini, molti sono in giacca e cravatta, l´aria compiaciuta. Munir e Najib battono tutti con i capelli tinti nero pece e il tonìc, la permanente. Si muovono in coppia, vestiti uguali, giubbotto e jeans attillati che rivelano le protesi. Quasi non zoppicano. A chi li fissa sorpreso, chiedono innocenti «sì, che c´è?». Alle dodici in punto, dopo una ripassata allo specchio, tutti pronti. Si va al Marco Polo, ristorante per sposalizi. Ce n´è un´infinità, per ogni tasca. «Occorre prenotare con largo anticipo», spiega Wakil. Alle sue nozze, 2 mesi fa, aveva 700 invitati: «Ho debiti per 5 anni», sospira. Il Marco Polo è un edificio di 4 piani, forse 5: vetri a specchio marrone-arancio lo ricoprono per intero. Ne fanno un cubo lucido attraversato da una scritta luminosa. Di simili costruzioni la città ne ha tante, le vetrate a specchio sono di moda. Chiedo dov´è Nabì, un impiegato con un handicap molto grave. Era indeciso, i colleghi hanno insistito venisse, ora non lo vedo da nessuna parte. Telefono ai guardiani rimasti al centro affinché lo cerchino. I camerieri, all´ingresso, sembrano sorpresi non dal gran numero di disabili (a Kabul ce n´è ovunque), ma dal trovarli tutti in ghingheri. L´orchestra suona a un volume che stordisce. Siedo accanto a Wakil, completo bianco e cravatta rosa, in sintonia con arredamento e luci. Parla, ma non lo sento. Con rapidità, il pranzo è servito. Anche i musicisti mangiano ed è pace. Mi guardo intorno. A destra le donne, a sinistra gli uomini, rigorosamente separati. E´ già tanto non abbiano tirato le tende. Conosco tutti, alcuni da quasi vent´anni. Gli afgani sono festaioli. Anche negli anni più cupi, bastava loro un giorno senza spari per convincerli a far baldoria. Arrivavano tirati a lucido, magari con barbe lunghe una spanna, turbanti o burqa, un orecchio alle bombe, ma non perdevano occasione. Ora, intenti al pranzo, sembrano una grande famiglia, armoniosa. La realtà è diversa. Etnie, religione, politica, lingua, interessi economici li dividono profondamente. In Afghanistan villaggi confinanti sembrano nazioni diverse. Rivalità la regola. Sospetto. Ognuno pensa per sé. Sopravvivere. Lo Stato è debole? Famiglia e clan diventano rifugio e difesa, gli unici. Le fratture sono profonde. Come ricucirle? I guardiani chiamano dal centro. Naim si era chiuso in bagno. Ha spiegato che in un ristorante non è mai entrato. Mangia con difficoltà, tutti lo guarderebbero. Si vergogna. Me lo aspettavo. Intanto, rapidissimi, i camerieri sparecchiano. L´orchestra riprende, si aprono le danze. Scappo, prima che qualcuno mi inviti a ballare. ( lavora per il Progetto ortopedico della Croce rossa internazionale in Afghanistan)