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 2007  marzo 16 Venerdì calendario

ALESSANDRO PENATI

Capitalia, Pirelli/Telecom ed Enel sono da qualche tempo in prima pagina. Lo sono per ragioni diverse, ma hanno un elemento in comune, che le lega anche alla mancata fusione Abertis-Autostrade e alla contesa per Gemina-Adr: sono società figlie della stagione delle privatizzazioni.

Le privatizzazioni dovevano servire a risanare i conti pubblici. Ma soprattutto a creare le grandi aziende private che l´Italia non ha mai avuto; a promuovere un mercato dei capitali affrancato dalle banche; e a supportare regole di governance che assicurassero la gestione delle imprese a chi è in grado di gestirle meglio, nell´interesse di tutti gli azionisti. Queste recenti vicende tratteggiano una realtà ben diversa.

Capitalia. Geronzi ha guidato la banca fin dalla privatizzazione: nei primi sei anni il titolo ha perso fino al 60% del valore rispetto all´indice di settore. Dovrebbe bastare per perdere la poltrona, ma le relazioni contano più degli utili. Nel luglio 2003, la gestione è passata a Matteo Arpe, che ha salvato la banca dal dissesto e l´ha rilanciata. La Borsa lo ha premiato, anche se almeno il 70% del rialzo del titolo da allora è attribuibile all´andamento del settore e all´"effetto Draghi", che ha reso contendibili le banche. Ma Capitalia rimane al 56° posto per redditività in Europa (su 64 banche quotate): inevitabile che sia assorbita da un altro Gruppo. Così, tra Geronzi e Arpe è scattata la corsa a negoziare la fusione più favorevole al mantenimento della propria poltrona. Una decisione che spetterebbe al consiglio di amministrazione, rappresentante degli interessi degli azionisti. Nella famosa lettera consegnata alla stampa sembrava che Arpe chiedesse proprio una decisione chiara e trasparente da parte del consiglio su chi avrebbe negoziato, e con quali obiettivi, rompendo con la tradizione delle segrete stanze dei patti. Posizione subito rinnegata, con un´imbarazzante lettera di pubbliche scuse. Suvvia, siamo in Italia. Perdonato Arpe, si è tornati alle manovre di corridoio.

Telecom. Tronchetti Provera ha finalmente deciso chiudere la disastrosa avventura Telecom. La possibilità che Pirelli venda ha scatenato le solite invocazioni: che le banche intervengano a difesa dell´italianità! Mediobanca e Generali si sono già prenotate un posto in prima fila, con un diritto di prelazione. Il problema sta nel controllo e nel suo prezzo. Per limitare i danni, Tronchetti ambisce al massimo premio possibile. Ma per incassarlo, deve dimostrare di esercitare il controllo su Telecom; cosa che ultimamente non gli riesce facile. Gli rimangono due carte da giocare: cambiare il consiglio di Telecom a proprio favore; o trovare un russo qualunque disposto a strapagare, per costringere le banche italiane ad alzare il prezzo. Alla fine, di fronte alla difesa dell´italianità si troverà un accordo: Tronchetti vuole 3 euro, in Borsa vale 2,14, facciamo 2,6 euro e non se ne parli più. Sembra che l´unico problema sia il controllo. Ma rimane Telecom: mal gestita, in ritardo rispetto al settore, paralizzata di fronte all´inesorabile riduzione di margini e ricavi, senza idee per il rilancio.

Enel. Il management di Enel, stanco di limitarsi a pagare dividendi, vuole giocare al grande risiko europeo. Dopo il goffo tentativo di conquistare Suez, ci riprova: sborsa 10 miliardi (un quinto del valore di Enel) per il 25% di Endesa; lo stesso prezzo che la tedesca E.On offre per il controllo, attraverso un´Opa. Ma Enel il controllo non ce l´ha, né pare volerlo (a differenza dei tedeschi, non chiede la rimozione del tetto del 10% ai diritti di voto; né ambisce al 22% di Acciona). Se la logica finanziaria dell´acquisizione non è evidente, le sinergie industriali lo sono ancor meno: col 25% di Endesa non risparmia sugli acquisti di gas e petrolio; né può fare trading di elettricità (la rete spagnola non è interconnessa all´Europa). Forse, in cambio dell´intervento che ha bloccato i tedeschi, ha negoziato un accordo per spartirsi le attività di Endesa. Molto astuto. Ma violerebbe la legge spagnola che, come quella italiana, proibisce le azioni di concerto per bloccare un´Opa. Per lo Stato Italiano, azionista di riferimento di Enel sarebbe imbarazzante: la mossa non sembra troppo dissimile da quella che Bpi ha tentato per bloccare gli olandesi in Antonveneta. Ma in tema di movimenti di capitale, due pesi e due misure sembrano la norma, anche per i governi.
Con la privatizzazione di Enel, si è separata la rete, e parte della generazione è stata scorporata in tre società (Genco): una è stata ceduta a Endesa. Poi lo Stato ha deciso di mantenere il controllo su Enel e Terna attraverso la Cassa Ddpp. Ora, con l´ingresso di Enel in Endesa, diventa indirettamente azionista di riferimento anche di una delle Genco, il cui secondo azionista Asm (Comune di Brescia), si sta fondendo con Aem (Comune di Milano), che insieme allo Stato francese ha il controllo congiunto di Edison e di un´altra Genco. Quello che si è voleva spezzettare e privatizzare, si sta ricomponendo sotto l´ombrello pubblico.

Sono passati 13 anni dall´avvio delle privatizzazioni, e cosa è successo? Relazioni, poltrone e controllo rimangono prioritari. Le regole di buona governance sono troppo spesso disattese. Banche, fondazioni, comuni e Cassa Ddpp hanno sostituito lo Stato nella cabina di regia. Troppo poco per quella che doveva essere la grande occasione di rinnovamento del capitalismo italiano.