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 2007  marzo 16 Venerdì calendario

ROMA Erano i giorni dell’improvviso addio di Prodi alla politica italiana, i suoi fedelissimi non avevano il coraggio di dirgli che si sentivano abbandonati e così, quel 24 marzo del 1999, nel piccolo studio a largo di Brazzà il Professore provò a sbloccare con queste parole: «Ho avuto l’offerta di guidare la Commissione europea, secondo voi cosa dovevo fare?»

ROMA Erano i giorni dell’improvviso addio di Prodi alla politica italiana, i suoi fedelissimi non avevano il coraggio di dirgli che si sentivano abbandonati e così, quel 24 marzo del 1999, nel piccolo studio a largo di Brazzà il Professore provò a sbloccare con queste parole: «Ho avuto l’offerta di guidare la Commissione europea, secondo voi cosa dovevo fare?». Nessuno se la sentì di dirgli che non era il caso di lasciare il campo con l’”usurpatore” D’Alema a Palazzo Chigi, ma poi nel silenzio prese la parola Albertina Soliani, una cinquantenne nubile, credente vera, che arrossendo, disse: «Romano, se te lo chiede il Signore...». Pathos interrotto dal gigantesco Angelo Rovati, uomo concretissimo, che con le sue manone da ex giocatore di basket, abbracciò la Albertina: «Ma solo questo sai dire?». Poche altre istantanee raccontano come questa l’originale impasto di sacro e profano che compone il mondo prodiano. E la vicenda Sircana è l’ultima conferma: attorno a sé Romano Prodi ha costruito uno staff curiosamente diviso a metà, nel quale si ritrovano affiancati ”monaci” e ”mondani”, personaggi austeri come Enrico Letta, Riky Levi, Enrico Micheli, ma anche frequentatori di salotti chic come Angelo Rovati e Alessandro Ovi. Certo, tutti quelli che hanno lavorato a fianco del Professore - da Massimo D’Alema a Francesco Rutelli, da Walter Veltroni a Gerardo Bianco - hanno sempre raccontato confidenzialmente che quello di Prodi è un «clan chiuso e ristretto». Testuggine impenetrabile quella prodiana, è vero, ma al suo interno più sfrangiata di quel che appare: «Diciamo la verità: la nostra non è una vera squadra - racconta uno dei fedelissimi - Romano ha un rapporto verticale con ognuno di noi, non gli dispiace che si sviluppi una certa concorrenza, ma siamo tante monadi e il lavoro di squadra è raro». E’ così che ha via via preso corpo uno staff molto meno omogeneo di quelli raccolti attorno a Berlusconi, D’Alema, Fini o Rutelli. L’uomo nuovo dell’entourage, colui che in 9 mesi è diventato il personaggio più potente di Palazzo Chigi si chiama Daniele De Giovanni: è un palermitano di 46 anni, con le ”credenziali” giuste (ex Iri e ex Università di Bologna) e che si è trasformato nell’ombra di Prodi. Silenziosissimo, enigmatico, «Degio» accompagna il Professore ovunque, a fare jogging, al centro anziani e da Bush. Nelle riprese televisive il suo viso è puntualmente dietro quello di Prodi, è il primo ad arrivare a Palazzo Chigi e l’ultimo ad andarsene e per questo i suoi detrattori lo chiamano «il tappo», colui che impedisce agli altri di avvicinare confidenzialmente il Capo. E guarda caso l’altro collaboratore più stretto di Prodi, Silvio Sircana, è l’anti-De Giovanni. Se quello parla sottovoce, Sircana (che oggi torna a lavorare a Palazzo Chigi) è capace di fare in pubblico una battuta dissacrante su Prodi o, di punto in bianco, mettersi a suonare il pianoforte, cantare e dedicare alla inviata del berlusconiano ”Giornale” una vecchia canzone dei Procol Harum: è accaduto la mattina del 10 febbraio nella hall dell’hotel Taj Coromandel di Madras, in India. E anche se gli estrosi finora hanno creato qualche problema in più dei metodici, stessa polifonia caratteriale, anche tra gli uomini che tengono il polso del mondo economico: accanto a Prodi c’è un personaggio come Alessando Ovi che è di casa alla Mit, l’austero Enrico Letta che da quando è arrivato a Palazzo Chigi non ha rilasciato mezza intervista «e così farò fino alla fine», entrambi diversi anni luce dal vulcanico Angelo Rovati, gran raccontatore di barzellette (famosa tra i prodiani quella di Zambo, un africano superdotato con tutto quel che ne segue) e che era adorato dal Professore per la sua capacità di «riportare il buonumore» nei momenti più difficili con spassose zingarate. Come quando, nei giorni caldi in cui la Cdl non riconosceva la vittoria dell’Unione, Rovati chiamò per telefono Prodi e, camuffando la voce, gli disse: «Sono Silvio Berlusconi...». E il Professore, sottovoce alla senatrice Helga Thaler che gli stava davanti: «Lei sta per assistere ad un momento solenne per la democrazia italiana...». Ma dall’altra parte del telefono Rovati-Berlusconi disse: «Prodi non mi faccia del male...». E il Professore: «Angelo sei tu?».