Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 16 Venerdì calendario

Lei pensa che l’atteggiamento tenuto dagli italiani dopo la seconda guerra, in merito alla richiesta degli jugoslavi di consegnare coloro che indicavano come criminali di guerra abbia in qualche misura condizionato l’evoluzione della storia del nostri connazionali in Istria e Dalmazia? Beppe Sberna b-sberna@ hotmail

Lei pensa che l’atteggiamento tenuto dagli italiani dopo la seconda guerra, in merito alla richiesta degli jugoslavi di consegnare coloro che indicavano come criminali di guerra abbia in qualche misura condizionato l’evoluzione della storia del nostri connazionali in Istria e Dalmazia? Beppe Sberna b-sberna@ hotmail.com Caro Sberna, le ragioni del velo di silenzio che cadde per molti anni sulla sorte delle popolazioni istriane furono numerose. Per una larga parte della sinistra gli esuli erano una quinta colonna fascista nelle terre slave e non meritavano commiserazione. Per il governo l’Istria era un fattore di grande imbarazzo. Sapevamo di potere rivendicare Trieste, dove la grande maggioranza della popolazione era italiana, ma eravamo convinti, anche senza ammetterlo, che nessuno, in Europa e negli Stati Uniti, ci avrebbe aiutati a modificare i confini creati dalla Seconda guerra mondiale. Se avesse mantenuto vivo ufficialmente il ricordo delle foibe e dell’esodo, il governo avrebbe incoraggiato le vittime a manifestare i loro sentimenti e avrebbe dovuto patrocinare la loro causa. Le ricordo che anche il governo tedesco, dove gli esuli (fra i dodici e i quindici milioni) rappresentavano un formidabile fattore elettorale, dette prova in questa materia di grande prudenza. Nessuna classe politica attizza il fuoco della protesta quando sa che le fiamme, alla fine, potrebbero bruciarle le mani. Vi è poi, caro Sberna, un’altra ragione. Se avesse sposato pubblicamente, nel Paese e in Parlamento, la causa degli esuli, il governo non avrebbe potuto limitarsi a denunciare i crimini e le vessazioni di cui erano stati vittime. Avrebbe dovuto agire di conseguenza promuovendo commissioni internazionali d’inchiesta e azioni giudiziarie. Prima o dopo, in altre parole, avremmo dovuto chiedere ufficialmente alla Jugoslavia di consegnare a noi o a una autorità internazionale i responsabili di quei crimini e di quelle vessazioni. Ma queste richieste avrebbero autorizzato la Jugoslavia a chiederci, sempre più insistentemente, di consegnare i nostri «criminali di guerra». E questa era una prospettiva che nessun governo italiano era disposto a prendere in considerazione. Fu giusto proteggere i «nostri»? Chi sostiene il contrario dimentica quali fossero il clima e la ferocia delle molte guerre che si combatterono in Jugoslavia fra il 1941 e il 1945: partigiani comunisti contro tedeschi e italiani, «titini» contro «cetnici» del generale Mihailovic, serbi contro croati, SS bosniache contro formazioni comuniste. Certo, noi fummo gli invasori e abbiamo di fronte alla nazione jugoslava una evidente responsabilità politica. Ma lo stile della guerra fu balcanico, non italiano, e il sismografo della crudeltà toccò vette altissime. Oggi è facile, per uomini e donne di una generazione successiva, impartire giudizi dall’alto della loro superiorità morale. Ma se fossero stati testimoni di quelle vicende avrebbero capito quanto sia difficile distinguere, nell’ingranaggio di una sanguinosa guerra civile, le colpe degli uni da quelle degli altri. Fece bene, quindi, il governo italiano a chiudere e a tenere chiuso il suo «armadio della vergogna». Le priorità del Paese allora erano altre: la ricostruzione, la conciliazione nazionale, la creazione di un nuovo Stato, l’integrazione europea.