Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Ieri, in Birmania, sono scese in strada 70 mila persone e diecimila hanno manifestato alla pagoda di Sule, dove i soldati hanno ucciso il fotografo giapponese Kenji Nagai, di 52 anni, in servizio per l’APF. Il regime del generale Than Shwe sostiene che i morti sono fino ad ora nove (ci sarebbe tra questi anche un giornalista tedesco). Testimoni oculari contattati in qualche modo dai giornali raccontano invece che i soldati sparano ad altezza d’uomo e che gli uomini e le donne caduti sotto i colpi di mitra sono decine e decine. I miliziani hanno fatto irruzione nei conventi, portato in carcere, dopo averli picchiati, almeno ottocento tra monaci e suore. In questo modo – togliendoli cioè di mezzo – possono sparare sulla folla tranquillamente: non c’è rischio di ammazzare religiosi. Presi di mira in particolare i monasteri di Moe Kaung e Nge Kyar Yan. In cella anche artisti, letterati, attori. Del premio Nobel Aung San Suu Kyi, la signora di 62 anni figlia di un eroe della storia birmana che i monaci l’altro giorno erano andati a onorare, si sa che è stata arrestata, ma non dove l’abbiano portata. I militari stanno cercando di chiudere blog e siti internet per impedire che il mondo sappia quello che accade. Il Giappone, in segno di protesta per l’omicidio del suo fotografo, ha richiamato in patria l’ambasciatore. Dai blog e dai siti internet viene l’invito a indossare oggi una maglietta o una camicia rossa, in segno di solidarietà col popolo birmano. Amnesty International ha indetto due manifestazioni, una oggi pomeriggio a Roma (sit-in dalle 17.30 davanti a via della Camilluccia 551 dove ha sede l’ambasciata del Myanmar) e domani alle 16.30 a Milano in piazza della Scala.
• Se una volta tanto sappiamo con sicurezza chi sono i cattivi e chi sono i buoni, perché non interveniamo in qualche modo?
È difficile. Quando poi lei dice “interveniamo”, a che cosa pensa? All’Italia, agli Stati Uniti, alla Cina? Spero lei non pensi che l’Italia possa armare una spedizione e mandarla a liberare la Birmania. Per queste cose c’è eventualmente l’Onu, che può mettere in piedi un contingente di caschi blu, col fine però di mantenere la pace. È invece estremamente difficile, per non dire impossibile, entrare in un territorio e separare due contendenti politici, come sono il popolo birmano e la giunta militare. L’Onu in ogni caso è paralizzato dalla regola del vet lei saprà che il governo di questa Organizzazione è nelle mani di un Consiglio di Sicurezza composto da quindici membri. Di questi quindici membri, dieci ruotano e cinque sono fissi. I fissi sono le grandi potenze: Usa, Russia, Cina, Regno Unito, Francia. I fissi hanno diritto di veto su qualunque decisione. Il Consiglio di sicurezza ha il compito di prendere iniziative per preservare la pace nel mondo. Quindi può decidere qualcosa sulla Birmania. Ma Cina e Russia hanno finora posto il veto a qualunque iniziativa che non fosse un banale, blando invito alla prudenza.
• Perché?
I cinesi scambiano con la Birmania merci per più di un miliardo di dollari. Tra queste merci ci sono petrolio e gas. La Birmania garantisce alla Cina l’accesso all’Oceano Indiano. I monaci birmani, vincendo, incoraggerebbero i monaci tibetani e la Cina non vuole problemi sul Tibet. I russi – secondo quello che ha raccontato a Repubblica un diplomatico italiano – «non vogliono vedere l’Onu condannare nessun governo che decida di sparare sui suoi cittadini».
• Dunque non c’è nessuna speranza che i buoni vincano?
I cinesi hanno il problema della reputazione internazionale. Hanno ceduto sul Darfur, consentendo l’invio di una missione Onu, proprio per questo. Nei loro comunicati sulla Birmania raccomandano “moderazione” perché sperano che la crisi si chiuda in qualche modo da sé. Certo, in questo momento essere considerati complici di un regime come quello – anche se il loro, di regime, non è certo tenero – è molto, molto seccante.
• E l’Europa?
Condanna ferma, proprio ieri sera. Le sanzioni consisteranno nella sospensione della vendita di armi e probabilmente nel blocco delle importazioni di tek. Ci saranno anche aiuti finanziari per l’opposizione.
• Non potrebbe finire col popolo che dà l’assalto al palazzo del governo?
È difficile. Dall’anno scorso, i generali hanno abbandonato Rangoon e si sono trasferiti nel villaggio di Pyinmana, ribattezzato per l’occasione Naypydaw (“sede dei re”). Sta in mezzo alla foresta. Un posto dove è praticamente impossibile andarli a prendere. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 27/9/2007]
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