Corriere della Sera, 28/9/2007, 28 settembre 2007
MILANO
«Mettiamo che vada a cena da un’amica e inavvertitamente appoggi la mia mano sudata sul muro. Due anni dopo la mia amica viene assassinata. Poi salta fuori il mio Dna, proprio da quella famosa traccia di sudore. Cosa succede, mi arrestano?». L’esempio del professor Carlo Torre, medico legale, inquadra il problema. Il Dna da solo non basta. un mezzo di prova, ma spesso non è una prova. Può dare importanti spunti alle indagini, a volte è l’elemento che «chiude il cerchio», ma non ci si può affidare in modo esclusivo. E questo perché anche l’«infallibile » Dna ha dei limiti. Primo: non è databile, e quella famosa mano sudata potrebbe risalire al giorno del delitto «o a epoca etrusca» insiste Torre. Secondo: le microtracce, se danneggiate, sono difficili da analizzare e possono generare errori, per esempio rivelare, in due diverse analisi, Dna lievemente differenti, come può esserlo quello di due fratelli. «Un Dna rovinato è come un libro finito sott’acqua: posso avere una lente potentissima, ma le parole vanno interpretate» sintetizza Carlo Robino, genetista. Terzo: ci sono casi in cui il Dna non aiuta. Pensiamo ai delitti in cui i presunti colpevoli sono familiari della vittima: la presenza del loro Dna sul luogo del delitto può essere giustificata. Nel caso di Maddie, la bimba inglese sparita in Portogallo, è stato trovato il suo profilo genetico sull’auto noleggiata dai genitori, che hanno avuto gioco facile nel giustificarsi: «Abbiamo portato gli abiti di Maddie».
E che dire di Peter Hankin, il barista di Liverpool, arrestato da Scotland Yard perché il suo Dna era sull’arma che ha ucciso nel 2002 a Castiglioncello Annalisa Vicentini? Finì nei guai per un errore nell’immissione dei dati nella banca inglese del Dna. Nel caso di Matteo, soffocato con un sacchetto di plastica a Modena, fu arrestata la madre: c’era il suo Dna sul nastro adesivo. Ma le prove non furono ammesse: le analisi erano state fatte senza consulenti della difesa.
Le tecniche utilizzate sono sempre più sofisticate, i laboratori del Ris sono all’avanguardia. Ma la vera sfida è utilizzare le prove tecniche al momento giusto, con una strategia investigativa concreta. Nel caso di Garlasco, se i reperti sui pedali della bicicletta di Stasi sono «certamente» riferibili al profilo genetico di Chiara Poggi, è invece dubbio se siano di origine ematica.
Sulle tracce è stato fatto il «combur- Test», un esame rapido che reagisce all’emoglobina. «Non solo a quella umana, ma anche a quella animale e perfino ai pomodori. La positività al combur-test non dà certezza che sia sangue, servono altri accertamenti » chiarisce Robino. Alberto ha spiegato di aver calpestato prima del delitto sangue mestruale della fidanzata.
Vincenzo Pascali, genetista forense, è categorico: «Esistono test in grado di dire che tipo di sostanza sia quella trovata, sangue o altro, e quindi se Stasi abbia mentito o meno. Ma era un esame da approfondire subito. Il Dna va inserito in un contesto probatorio più ampio, da solo non basta ».