Marco Del Corona, Corriere della Sera 28/9/2007, 28 settembre 2007
Né rossi né neri. Solo feroci. I militari che governano la Birmania, e ordinano di caricare i monaci, non hanno bisogno di connotazioni ideologiche
Né rossi né neri. Solo feroci. I militari che governano la Birmania, e ordinano di caricare i monaci, non hanno bisogno di connotazioni ideologiche. Vaghi echi socialisteggianti sono contenuti nei proclami dello Spdc (Consiglio per la Pace e lo sviluppo dello Stato), la dizione che la giunta al potere dal 1988 assunse 10 anni fa. E socialista, in una variante autarchico-magico-buddhista, era stata la Birmania sotto il precedente dittatore Ne Win: circolavano banconote da 15 e non da 10 kyat, da 45 e non da 50, da 90 e non da 100, perché per gli indovini era meglio così. Il generale Than Shwe, oggi numero uno, è meno naif. Pugno di ferro e nazionalismo, appare poco, parla meno, e anche questo – insieme con l’assenza di una cifra ideologica vistosa – lo ha finora protetto. Niente culto della personalità. Né un Mao né un Castro, né un Franco né un Chiang Kai-shek. Pragmaticamente, coltiva il potere. Than Shwe ha 73 o 74 anni, forse 76. Ha fatto carriera nell’esercito e tiene alla lealtà del Tatmadaw, le onnipresenti e onnipotenti forze armate. Comanda dal 1992, quando la giunta si chiamava Slorc. Nell’ottobre 1989 Than Shwe aveva fatto parte della delegazione di 14 militari invitata da Pechino. Il massacro della Tienanmen era fresco fresco e i gerarchi di Rangoon dicevano di «simpatizzare con la Cina, perché ha subìto disordini come quelli dell’anno scorso», quando in Birmania su ordine dello stesso Than Shwe i soldati spararono su studenti e monaci, e i morti furono migliaia. La gita a Pechino culminò con una foto di gruppo accanto al premier Li Peng, l’uomo che scatenò i carri armati cinesi, e nell’agosto dell’anno dopo arrivarono al porto di Rangoon le prime armi dalla Repubblica Popolare. Than Shwe avrebbe, pare, un tumore all’intestino. stato operato all’inizio di quest’anno a Singapore, città dove una delle figlie ha acquistato proprietà di lusso a Raffles Square. Sfarzo estremo nel 2006 per le nozze della minore delle tre, Thandar, con un alto funzionario del ministero del Commercio: 50 milioni di dollari di regali (e un Paese, intorno, in miseria e al collasso) e un’impennata nel prezzo dei diamanti a Rangoon per gli acquisti da parte degli invitati di rango. Un’altra figlia avrebbe una relazione con Tay Za, il mediatore esclusivo per le forniture di armi al regime. Tay Za è l’uomo che avrebbe offerto al quasi-suocero una Bentley. Invano: «Portami una Toyota », avrebbe risposto il generalissimo. E gli sono arrivate 5 Land Cruiser blindate. Perde la calma se gli si parla di Aung San Suu Kyi, ritiene che «introdurre la democrazia senza disciplina può aizzare le folle e produrre anarchia», detesta «i neocolonialisti», e infatti la Birmania è diventata, in spregio al nome britannico, Myanmar: Than Shwe pretende per sé l’antico appellativo regale di Bu Daw (anche se i businessman che gli vanno a sbattere contro preferiscono chiamarlo «il Bulldog ») e ha scelto per la nuova capitale il nome di Naypyidaw, Città reale. religioso, buddhistissimo come i monaci che fa ammazzare, inaugura stupa e monasteri, ma in una pagoda di Sittwe avrebbe richiesto con la moglie un rito contro la sfortuna. Intorno a Than Shwe, un pugno di alti ufficiali non meno spietati e xenofobi di lui. Come il numero due Maung Aye, non in buoni rapporti con il capo ma con solidi legami con i signori della droga del Triangolo d’Oro, alcolista e con un cancro alla prostata. O il premier Soe Win, un generale, leucemico, fedelissimo di Than. Uomini d’azione. La Birmania sa chi sono, adesso lo sa anche il mondo.