Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il disegno di legge sulle liberalizzazioni è stato approvato l’altro giorno alla Camera e deve cominciare adesso il suo iter al Senato. Insieme al decreto emesso l’estate scorsa e convertito un paio di mesi fa, il disegno di legge completa il programma di liberalizzazioni fortemente voluto dal ministro Bersani.
• Una vittoria del governo, no?
Una sconfitta, direi, visto com’era fatto il disegno di legge all’inizio e quello che è uscito fuori alla fine. Praticamente, Bersani non ha portato a casa niente: voleva abolire il Pra per semplificare la vita degli automobilisti e invece niente, per l’opposizione di Rifondazione e Comunisti italiani; sui benzinai non si farà nulla che gli stessi benzinai non vogliano, e in ogni caso un bel po’ di Regioni hanno già adottato provvedimenti che affossano la tentata (e fallita) riforma del settore; stendiamo un velo pietoso su quello che è successo con i tassisti; l’affidamento ai privati dei servizi idrici, che era stato stralciato dalla legge sulle municipalità della Lanzillotta, è stato «rinviato alla riforma del settore», formula che significa: «lasciamo stare»; i notai hanno conservato l’esclusiva sui passaggi di proprietà e l’hanno messa in quel posto agli avvocati; sulle farmacie, che non vogliono i medicinali di fascia C nei supermercati, il governo per ora resiste, ma è chiaro che cederà. I farmacisti minacciano di disdettare tutte le convenzioni e il Senato non è il posto giusto per far battaglie. Anzi il Senato mette tranquille tutte le lobby. La legge non andrà da nessuna parte.
• È un bene o un male?
È un male e le dirò che ci avevo sperato e che Bersani mi è molto simpatico. Sarebbe stato magnifico se il ministro, superando la contrapposizione tra padroni e lavoratori, fosse riuscito a far emergere questa nuova classe che ci comprende tutti, quella dei consumatori. Il principio era molto semplice: le leggi devono favorire i consumatori, difendendo la qualità dei servizi che si offrono e la convenienza, o ragionevolezza, o comprensibilità, dei prezzi. Siamo tutti consumatori e se il principio si generalizza è evidente che non potrò che avvantaggiarmene: sarò magari colpito nel piccolo settore in cui sono fornitore (e magari fornitore protetto), ma sarò avvantaggiato su tutto il resto. Ma era già chiaro l’anno scorso che sarebbe finita così. Lo si capiva dal cedimento del governo verso le banche.
• Cioè?
Le banche l’hanno fatta franca su tutta la linea, ma la prima battaglia fu vinta l’estate scorsa, quando il decreto sulle liberalizzazioni tentò di stabilire che come le banche aggiornano di corsa il tasso attivo – cioè quello che pago io sui miei scoperti –, con la stessa velocità devono aggiornare il tasso passivo, quello che mi riconosci sui depositi.
• Quando avvengono queste variazioni?
Quando la banca centrale aumenta il tasso di sconto. Il governo all’inizio aveva scritto così: le variazioni «devono operare, contestualmente e in pari misura, sia sui tassi debitori che creditori». Chiarissimo. Ma intervennero (silenziosamente) le banche e le parole «in pari misura» vennero modificate così: «con modalità tali da non recare pregiudizio al cliente». Questa seconda formulazione non significa niente. Ma permette alle banche di non intervenire subito sui tassi, in presenza di variazioni al rialzo decise a Francoforte, perché bisogna prima valutare «le modalità che non rechino pregiudizio al cliente». Per farsi aggiornare i tassi bisogna presentarsi allo sportello con gli avvocati, o quasi.
• Un governo di centro-destra sarebbe riuscito a fare quello che non è riuscito al governo di centro-sinistra?
Tutte le volte che si fa questa domanda – e che si risponde, come è logico, di no – Tremonti manda una lunga lista di liberalizzazioni fatte da lui quando era ministro. una lista vera e Tremonti quel tipo di liberalizzazioni le ha fatte. Ma queste liberalizzazioni, quelle che avrebbero dovuto far emergere con forza il diritto dei consumatori, beh queste non sarebbe riuscito a farle neanche lui perché le lobbies italiane (chiamate, nella dizione più elegante «gruppi di interesse», e in quella più brutale «mafie») sono troppo forti per chiunque. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 14/6/2007]
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