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 2007  giugno 15 Venerdì calendario

Davvero Bush ha sbagliato tutto in Iraq? Non ne sono così convinto. Saddam Hussein non era coinvolto nell’attentato delle Due Torri e in generale con il terrorismo, ma si proponeva come il leader del mondo islamico nella lotta contro Israele

Davvero Bush ha sbagliato tutto in Iraq? Non ne sono così convinto. Saddam Hussein non era coinvolto nell’attentato delle Due Torri e in generale con il terrorismo, ma si proponeva come il leader del mondo islamico nella lotta contro Israele. Abbattendo Saddam con un pretesto e destabilizzando l’Iraq, si è raggiunto pienamente l’obiettivo di mettere al sicuro Israele. E se la mia teoria è esatta, attendiamoci ora una ripetizione dell’operazione con l’Iran. I pretesti non mancherebbero. Giorgio Soave giorgio_soave@virgilio.it Caro Soave, il principale obiettivo di Saddam Hussein era il dominio del Golfo Persico. Dichiarò guerra all’Iran e ne invase il territorio quando sperò che la rivoluzione degli Ayatollah avesse disorganizzato il regime dello Scià e fiaccato la capacità di resistenza delle sue Forze Armate. Invase il Kuwait quando il ricco principato petrolifero del Golfo rifiutò di condonare i debiti che l’Iraq aveva contratto con i Paesi della regione per le esigenze del conflitto. Nell’ambito di questa strategia la lotta contro lo «Stato sionista» fu l’argomento di cui il leader iracheno si servì per conferire un apparente valore pan-arabo alle sue ambizioni nazionali. Colpì con i suoi missili le città israeliane, all’inizio della Guerra del Golfo, perché voleva dimostrarsi in tal modo più arabo e musulmano dei molti Paesi della regione che avevano accettato di far parte della coalizione americana. Sfruttò i sentimenti anti-israeliani delle società arabe nel tentativo di ricattare politicamente gli amici degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita. Lei ritiene che la eliminazione del regime di Saddam Hussein abbia «messo al sicuro» lo Stato israeliano. Questo fu effettivamente uno degli argomenti di cui molti neoconservatori americani (fra cui in particolare David Frumm e Richard Perle) si servirono per convincere la Casa Bianca che occorreva eliminare il regime di Bagdad. Tolto di mezzo Saddam (così sostenevano nei loro promemoria), la soluzione della questione palestinese e delle altre ancora pendenti sarebbe stata molto più facile. Ma è accaduto, in realtà, esattamente il contrario. Per due ragioni, strettamente intrecciate. In primo luogo il governo di Sharon e del suo successore hanno continuato a perseguire una strategia unilaterale che rifiuta il riconoscimento di un qualsiasi interlocutore palestinese. Per il modo in cui venne realizzato il ritiro delle truppe israeliane da Gaza non poteva dare alcun contributo a una soluzione pacifica e concordata della questione. La vittoria di Hamas nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo palestinese fu anche il risultato dello scarso credito di cui Abu Mazen, trattato dagli israeliani come un irrilevante fantoccio, godeva ormai nei territori occupati. In secondo luogo la guerra irachena ebbe l’effetto di legittimare non soltanto il fanatismo religioso di Al Qaeda, ma anche i sentimenti nazionalisti della società araba. Per l’ala più radicale del nazionalismo pan-arabo, l’occupazione americana dell’Iraq e il sostegno incondizionato che la presidenza Bush ha assicurato alla politica israeliana sono ormai i due volti di uno stesso nemico. più facile da allora favorire e incoraggiare il reclutamento dei militanti che affluiscono sul campo di battaglia iracheno o vanno a ingrossare le fila di Hezbollah e di Hamas. Con le sue rozze dichiarazioni anti-sioniste, il presidente iraniano dimostra di averlo compreso. La denuncia di Israele è il mezzo di cui Ahmadinejad si serve per conquistare consenso e prestigio, nel suo duello con l’America, anche in quella componente sunnita del mondo musulmano che non ha alcuna simpatia per la minoranza sciita. Un intervento militare americano contro l’Iran non potrebbe che complicare il problema e allontanare la prospettiva