Sergio Luzzatto, Corriere della Sera 15/6/2007, 15 giugno 2007
Storia dei Mille di Garibaldi
Le rivoluzioni si fanno a vent’anni, o giù di lì. Si fanno (o almeno si cerca, si spera, si crede di farle) quando si ha con sé la forza dell’età, quando il corpo sprigiona energia e il fuoco brucia nella mente. Avevano vent’anni, o giù di lì, i ragazzi che fecero il Sessantotto. Avevano vent’anni, o giù di lì, i loro padri e le loro madri che fecero la Resistenza. E avevano vent’anni, o giù di lì, i ragazzi che quasi un secolo prima, al tempo del Risorgimento, si imbarcarono a Genova con Garibaldi e fecero l’Unità d’Italia. Erano così giovani, e già erano i Mille... La storia dei 1088 uomini (e di una donna: Rosalia Monmasson, moglie dell’esule siciliano Francesco Crispi che sbarcarono a Marsala nel maggio del 1860, inaugurando l’epopea che entro pochi mesi avrebbe regalato ai Savoia il regno delle Due Sicilie, quella storia è stata raccontata troppe volte perché meritasse di riscriverla in questo 2007, bicentenario della nascita di Garibaldi. Invece, poco o nulla sono stati raccontati i Mille dopo i Mille. Fino a oggi, nessuno storico aveva provato mai a seguire i garibaldini, ad uno ad uno, oltre la soglia dei loro vent’anni: ritrovandone le tracce disperse, quasi pedinandoli nella vita spesso lunga e spesso travagliata che succedette alla loro formidabile giovinezza. quanto ha voluto e ha saputo fare una storica di Venezia, Eva Cecchinato, nel libro che esce ora per Laterza con il titolo Camicie rosse. Dove l’epopea incominciata allo scoglio di Quarto nel maggio del 1860 vale da punto di partenza per una storia che si prolunga mezzo secolo ancora, e che sfocia in un’altra epopea di un altro mese di maggio: il Maggio radioso del 1915, con l’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Perché i garibaldini non tirarono in barca i remi nel giorno fausto e infausto di Teano, 26 ottobre 1860, quando Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II il frutto della loro magnifica impresa. Molti fra loro si sentivano dei rivoluzionari, e sentivano che una rivoluzione non poteva finire così, soffocata sotto lo scettro luccicante di un re. Perciò, tanti garibaldini rimasero sul piede di guerra. Giurarono fedeltà al Generale piuttosto che al sovrano. E per anni, per decenni ancora, ebbero voglia di menare le mani. Dopo i plebisciti dell’autunno 1860, che sancirono l’annessione a casa Savoia delle Marche e dell’Umbria oltreché del Mezzogiorno, e dopo la proclamazione del regno d’Italia, nel marzo 1861, ancora restava da conquistare il Lazio, e soprattutto restava da conquistare la Roma del papa-re. Il Risorgimento non avrebbe potuto dirsi compiuto finché il tricolore sabaudo non avesse sventolato sul pennone più alto del Quirinale di Pio IX. I garibaldini restarono dunque mobilitati. E Garibaldi con loro, sempre pronto a smentire l’immagine che la storia andava consegnando di lui, quella del rivoluzionario disciplinato. Da qui, piccole o grandi avventure che il Generale e i volontari poterono interpretare come un sequel della spedizione dei Mille. Nel 1862, lo scontro con il Regio Esercito sull’Aspromonte. Cinque anni dopo, nel 1867, lo scontro con l’esercito francese di Napoleone III a Mentana, presso Roma. La classe dirigente del neonato regno d’Italia non sapeva bene come trattare i Mille non più Mille (e i loro eredi, visto che l’esperienza del volontariato in camicia rossa tendeva a moltiplicare se stessa, si presentava come una successione di leve rivoluzionarie). Da un lato, sotto i governi della destra, si cercò di neutralizzare il garibaldinismo consegnandolo al museo delle cere: si gratificarono con una pensione i cosiddetti «Mille di Marsala», mentre pure si evitava di integrarli in massa nell’esercito. Dall’altro lato, si sottoposero i garibaldini a un’opera sistematica di schedatura poliziesca, gratificandoli di un appellativo che il gergo burocratico dello Stato liberale avrebbe trasmesso tale e quale al gergo dello Stato fascista: la qualifica di «sovversivi». Pensionati o sovversivi che fossero, neppure i Mille non più Mille sapevano bene come trattare se stessi. Lo dimostra una documentazione d’archivio particolarmente istruttiva, fra le tante messe a frutto dalla Cecchinato: le lettere scritte dai garibaldini a uno di loro, il siciliano che veniva già da un passato ed era promesso a un futuro, Francesco Crispi. Sono lettere che parlano insieme la lingua dell’orgoglio e della delusione, della fermezza e del disincanto. Soprattutto, sono lettere che attestano l’incertezza dei garibaldini nel pensarsi come uomini del sistema o uomini contro il sistema. Al deputato Crispi si poteva chiedere di non sotterrare l’ascia della rivoluzione, nella medesima lettera in cui si sollecitava un’italianissima spintarella, per ottenere impiego in qualche ufficio ministeriale... Al pari di altre rivoluzioni giovanili nella storia moderna, quella dei garibaldini fu avventura, chiassata, carnevale, prima e forse più che articolato progetto di costruzione politica o di trasformazione sociale. Basta guardarli, i picari che nell’ottobre del 1867, alla vigilia della sconfitta di Mentana, riescono a conquistare per qualche giorno la vicina Monterotondo: «L’aspetto che offriva il paese – si legge nelle memorie di uno di loro – era veramente strano e pittoresco. Tutte le strade, tutte le case piene di garibaldini vestiti nelle fogge più svariate: la maggior parte in borghese, laceri e coperti di fango, altri con camicie rosse, altri con cappelli calabresi, adorni di penne. Chi era armato di lunghi fucili, chi di piccole carabine, chi di schioppi da caccia, chi di daghe, di pistole, di stili. Era un vero esercito rivoluzionario ». Garibaldino per pochi giorni del 1867, il paese di Monterotondo sembra annunciare la città di Alba partigiana del 1944, nei ventitré giorni d’autunno che Beppe Fenoglio avrebbe descritto in un memorabile suo racconto. Non diversamente dai ragazzi delle bande partigiane (denominate, se comuniste, «brigate Garibaldi»), i ragazzi in camicia rossa al seguito del Generale vissero in gruppo uno straordinario rito di passaggio all’età adulta, un rito che quasi da solo valeva la scommessa sul mondo nuovo. Dopo il 1945, le circostanze della politica nazionale e internazionale avrebbero permesso alla generazione dei partigiani di costruire – in una maniera o nell’altra – il loro sospirato mondo nuovo, la Repubblica italiana. Ai Mille non toccò in sorte altrettanta fortuna: il regno di Vittorio Emanuele II non poteva essere il loro. Così, muovendosi dai bagliori della Comune parigina del 1871 ai clangori della guerra russo-turca del 1897, fino alle sabbie di Libia nel 1911-12 e fin dentro le trincee del Carso, una strana coorte di pensionati-sovversivi cercò ostinatamente di finire quella specie di rivoluzione che aveva incominciato mezzo secolo prima. Tra passioni e ossessioni, picche e ripicche, onori e disonori, come si conviene a ogni generazione di reduci. • Il libro: Eva Cecchinato, «Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra», Laterza, pp. 376, e 20