Enrico Franceschini, la Repubblica 15/6/2007, 15 giugno 2007
VARI ARTICOLI USCITI SU STAMPA E REPUBBLICA DOPO UN’INCHIESTA DELL’INDEPENDENT SULLA FINE DEL PETROLIO
la Repubblica, 7/6/2007 ENRICO FRANCESCHINI
dal nostro corrispondente
LONDRA - Se non basta il cambiamento climatico a mettervi fretta per cambiare stile di vita, ecco un altro campanello d´allarme: le riserve di petrolio, la principale fonte di energia del pianeta, finiranno molto prima del previsto, scatenando già nel prossimo futuro una crisi energetica internazionale, cui seguirà un forsennato rialzo dei prezzi, che innescherà una recessione mondiale. Fino al giorno in cui, dal sottosuolo della terra, sarà estratta l´ultima goccia del prezioso "oro nero" che ci fa lavorare, muovere, viaggiare, in una parola che ci va vivere come siamo abituati a vivere da circa un secolo. A sostenerlo, in un rapporto intitolato "Un mondo senza petrolio", è un gruppo di scienziati riuniti nell´Oil Depletion Analysis Centre, una società di studi britannica che esamina per l´appunto l´esaurimento delle risorse petrolifere. I ricercatori del centro londinese contestano le cifre rassicuranti pubblicate questa settimana nell´annuale Statistical Review of World Energy, il quadro statistico sull´energia mondiale preparato dagli esperti di una della maggiori compagnie petrolifere, la British Petroleum, secondo i quali esistono sufficienti riserve «provate e certificate» per garantire almeno altri quarant´anni di consumo ai ritmi attuali.
Una stima che farebbe allontanare ancora di più, diciamo almeno fino alla fine del ventunesimo secolo, il momento in cui il sottosuolo andrà in secca, esaurendo ogni scorta di petrolio. Balle, replicano gli scienziati di Londra, ammonendo che, secondo i loro calcoli, la produzione globale di petrolio toccherà il picco nei prossimi quattro anni e poi inizierà un rapido declino, con conseguenze disastrose per l´economia mondiale e per le nostre vite. « una teoria semplice, che qualsiasi bevitore di birra può comprendere», dice Colin Campbell, direttore dell´Oil Depletion Centre, ex-capo geologo e vice presidente di numerose compagnie petrolifere, come la Bp, la Shell, la Exxon e la Texaco: «Il bicchiere all´inizio è pieno e alla fine è vuoto, e più bevi in fretta, più si svuota in fretta». Il professor Campbell afferma che la produzione di petrolio «regolare», quello più facile ed economico da estrarre, ha già raggiunto l´apice nel 2005; ma anche aggiungendovi il petrolio «pesante», le riserve nella profondità del sottosuolo, quelle nelle regioni artiche e altre, il tetto della produzione verrà nel 2011, aggiunge lo studioso, dopo di che inizierà un calo irreversibile.
La Bp nega recisamente un simile scenario, ma un altro degli esperti dell´Oil depletion, Jeremy Leggert, autore di un libro intitolato Half gone: oil, gas, hot air and the global energy, paragona l´atteggiamento attuale di governi e industrie sulla questione delle riserve petrolifere alla riluttanza con cui veniva considerato il rischio di cambiamento climatico fino a non molto tempo fa. «Per anni non ci davano ascolto, ma le nostre previsioni sull´effetto serra si sono rivelate esatte», osserva Leggert. «Purtroppo saranno esatte anche quelle sul mondo senza più petrolio».
Su una cosa pessimisti e ottimisti concordano: che per quanto alta o bassa sia l´offerta di petrolio, la domanda cresce a un ritmo impressionante. La rapida crescita economica di Cina e India avrà inevitabilmente un impatto sul consumo petrolifero e di altre fonti di energia: la stessa analisi della Bp indica che la domanda di petrolio è cresciuta negli ultimi cinque anni più in tutta la seconda metà del ventesimo secolo. Oggi consumiamo 85 milioni di barili al giorno. Le previsioni della International Energy Agency sono che ne consumeremo 113 milioni al giorno entro il 2030. Finché ce ne sarà. Fino all´ultima goccia.
***
Marco Zatterin, La Stampa 15/6/2007 - La lunga festa del petrolio «normale» è finita due anni fa, quando i consumi hanno superato la produzione della materia prima facile e poco costosa da estrarre. Adesso veleggiamo verso la riserva, e per vivere all’altezza dei nostri bisogni stiamo facendo ricorso all’oro nero «difficile»: raffiniamo greggio pesante, intacchiamo i giacimenti delle profondità marine e polari, processiamo il gas per avere del liquido da trasformare in carburante. Il risultato è che nel 2011 saremo al famigerato «punto di picco», il momento in cui la nuova domanda supererà la scoperta di nuovi pozzi. Potrebbe essere l’inizio della corsa verso la catastrofe, quella che in un futuro non lontano colpirà un mondo sprecone rimasto senza idrocarburi.
Lo scenario
Lo scenario è firmato da Colin Campbell ed è la nuova versione di un vecchio cavallo di battaglia del geologo inglese, aspirante Cassandra che da una trentina d’anni prevede con cadenza periodica la morte della civiltà così come la conosciamo. L’altro ieri, uno studio della compagnia petrolifera britannica Bp ha affermato che esistono riserve «certificate» e capaci di soddisfare per almeno quattro decenni una domanda che continui in linea con l’attuale ritmo dei consumi. Gli esperti dell’Oil Depletion Analysis Centre, di cui Campbell è la guida, non condividono la previsione. «Fra quattro anni comincerà il declino - assicura - e avrà conseguenze gravissime per l’economia globale».
Gli allarmi non fanno male, e nemmeno sensibilizzare un’opinione pubblica che brucia petrolio come niente fosse, oltretutto in una situazione di gas serra preoccupante. «Quando lavoravo per le compagnie mentivo sui dati, non faceva parte del gioco» avverte lo stesso Campbell per svelare i retroscena del risiko delle statistiche e delle stime avviato dalla Bp. La quale, per inciso, nega le tesi geologo. «Il picco non è in vista - dice il capo economista Peter Davies - e quando verrà potrebbe essere per l’impennata dei consumi e non per la fine della scoperta di riserve». Chi ha ragione è una di quelle cose che si scopriranno vivendo. Un punto di analisi è che l’Agenzia internazionale dell’energia ha rialzato le previsioni per la domanda 2007 di petrolio di 420 mila barili al giorno a 86,1 milioni, e ridotto di 565.000 b/g quelle dell’offerta a 84,9 milioni. La forchetta si stringe sopratutto ad opera dei cinesi, il cui bisogno di oro nero quest’anno dovrebbe crescere del 6,1% rispetto al 2006. Sebbene le compagnie lavorino a tempo per ottimizzare le risorse, al loro identificazione e il loro utilizzo, è chiaro che la questione è seria.
La teoria
«La teoria - insiste Campbell - è comprensibile per chiunque abbia bevuto un bicchiere di birra: si comincia che è pieno e più rapidamente bevi più rapidamente lo svuoti». Il geologo invita a riflettere sul silenzio che ha risposto a chi avvertiva della minaccia del riscaldamento globale. «Cosa dobbiamo fare per farci sentire quando un calo della produzione petrolifera sull’ordine del 10/15% potrebbe da solo per mandare in tilt l’economia mondiale e spingere il prezzo del barile oltre i cento dollari?». La risposta è «dirlo» e sperare che davanti l’apocalisse annunciata per il 2011 crei un circolo virtuoso. Del resto, come ricordano gli archivi, Campbell ha già fissato il picco per il 1989, il 1995, il 2002 e il 2005. Prima o poi ci azzeccherà, ma non è questo che conta. L’importante è che, in modo o nell’altro, si capisca che non si può andare avanti indefinitamente a consumare come stiamo facendo ora.
***
Dire che il petrolio si esaurirà entro alcuni decenni è un’affermazione azzardata che prescinde da considerazioni economiche. Lo dice Jim Glassman, esperto di JP Morgan, secondo cui il futuro del greggio è da individuare nelle variazioni del prezzo: più sale, più cresce l’interesse verso fonti alternative.
Cosa ne pensa della previsione che fissa nel 2040 la fine del petrolio?
«E’ basata solo su considerazioni di carattere geologico e prescinde da altri fattori, come quelli di mercato, che influiscono sui consumi agendo su domanda e offerta».
Qual è il difetto della teoria?
«C’è un fattore fondamentale che è il prezzo dei carburanti e che agisce sui comportamenti delle persone. In Europa la benzina è molto più cara rispetto agli Usa e i cittadini usano auto di cilindrata più bassa. Allo stesso modo le aziende europee e asiatiche hanno più stimolo allo sviluppo di auto con motore ibrido. Quando il prezzo del petrolio tende a salire, rende gli investimenti alternativi più attraenti, sia per lo sviluppo di tecnologie per l’accesso al greggio più costoso da estrarre e lavorare, sia per sviluppare forme di energia alternative».
Quella di alcuni geologi è quindi una visione catastrofica?
«Sostenere che siamo vicini a un esaurimento del petrolio vuol dire ignorare il mercato, l’arrivo di nuove tecnologie e di nuovi metodi di conservazione. Teorie simili erano state elaborate già negli anni Settanta, ma il catastrofismo di allora si è poi rivelato infondato. E’ proprio la fame di energia che alimenta i rialzi dei prezzi del greggio e sposta l’interesse verso energie alternative. Questo non significa però che dobbiamo prepararci a una vita diversa, ma che ci sarà uno spostamento di fonti».
Il petrolio finirà entro cinquanta anni?
«No. Avremo accesso ad altre forme di energia come la solare o la geotermica. Questo permetterà di porre un freno ai consumi di carburanti fossili e ridare fiato ai giacimenti».
La lettura del futuro è quindi nel prezzo del petrolio?
«Sì, il prezzo del greggio è ancora troppo basso perché di offerta ce n’è troppa. Negli Usa produrre energia dal petrolio costa meno che produrla con il solare o il nucleare, e il fatto che il prezzo sia basso indica che la disponibilità è elevata. Il catastrofismo non ha mai funzionato: ignora la realtà economica. Non si può fare un’analisi dell’offerta senza considerare il prezzo che ne stabilisce il rapporto con la domanda. Anche l’impennata dei consumi sotto la spinta di Cina e India, agisce sui prezzi, stimolando fonti alternative».
C’è una spaccatura tra geologi ed economisti?
«I geologi eseguono valutazioni fisiche dell’offerta, gli economisti dicono: benvenuti nella vita reale».
Le sue considerazioni sono paragonate a quelle di chi anni fa ignorava i mutamenti dell’ambiente?
«E’ ancora da accertare quanto dell’effetto serra è colpa dell’uomo o della natura. Tuttavia anche in questo caso si può parlare di prezzi: se si continua a usare benzina, vuol dire che il suo prezzo non ne riflette l’impatto sull’ambiente. Ecco allora che si corre ai ripari ponendo limiti all’emissione, come in Europa, e non è una strategia giusta. Il modo più efficace è quello di aumentare le tasse sui carburanti fossili incoraggiando aziende e consumatori a valutare tutte le altre alternative».
Nel 2040 avremo ancora petrolio?
«Sì più qualcosa di meglio».
Stampa Articolo