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 2007  giugno 15 Venerdì calendario

Sindacalisti col master in business administration; leader delle union che si circondano di esperti di scalate societarie

Sindacalisti col master in business administration; leader delle union che si circondano di esperti di scalate societarie. Il presidente dei Steelworkers, gli operai siderurgici, che lavora gomito a gomito con un banchiere d’affari. Un panorama stralunato, coi sindacati che tradiscono la loro storia, se usiamo un metro di giudizio italiano: da noi, infatti, le confederazioni continuano a operare in modo tradizionale. Tanto che l’incredibile veto della Cgil (e della Regione Liguria) alla quotazione in Borsa di una minoranza del capitale di una società (la Fincantieri) che produce soprattutto navi da crociera, per i ricchi che svernano ai Caraibi, passa per roba di ordinaria amministrazione. Il realtà le union americane stanno facendo l’unica scelta possibile in un’economia aperta: si dotano degli strumenti necessari per dialogare con raider e fondi di private equity, società finanziarie che a volte sono i «vascelli pirata» del mercato azionario, ma che sempre più spesso si presentano come le uniche entità interessate a mettere le mani nelle industrie in crisi. «Il sindacato – scrive il progressista Washington Post – impara a ragionare come un’organizzazione capitalista per necessità, più che per scelta». Tessile, acciaio, industria alimentare, miniere, meccanica: è lunga la lista dei settori in crisi nei quali, dopo la ritirata della vecchia proprietà, gli odiati fondi speculativi sono divenuti l’unica ancora di salvezza. Accade, così, che l’acquisto della Chrysler da parte del fondo Cerberus venga salutato come «la soluzione migliore per i lavoratori» dall’Uaw, il sindacato dell’auto che raccoglie ciò che rimane dell’antica aristocrazia operaia. Solo un mese fa l’Uaw aveva definito «avvoltoi» i finanzieri di Cerberus. E’ il sano pragmatismo americano applicato all’attività sindacale. Non a caso il primo a imboccare questa nuova strada è stato, già diversi anni fa, il sindacato dei siderurgici: storicamente uno dei più duri e ideologizzati, ma anche quello che per primo si è dovuto confrontare con una crisi estrema, la crisi dell’acciaio. Davanti alla prospettiva di chiusura degli stabilimenti, gli Steelworkers negoziarono addirittura col raider Wibur Ross, soprannominato dalla rivista Fortune il «re dei bancarottieri». Ross decimò la forza lavoro e ridusse le tutele sindacali, ma promise di dividere i profitti coi dipendenti superstiti e di destinare una parte della ricchezza prodotta al fondo che copre le spese sanitarie di dipendenti e pensionati dell’azienda. Il sindacato accettò e Ross è stato ai patti. E quando ha ceduto l’azienda a Mittal Steel ha prima chiesto al gruppo indiano di sottoscrivere quell’accordo. Certo, sono scelte puramente difensive, come quella di Sara Horowitz che, sempre negli Usa, sta cercando di organizzare un sindacato dei lavoratori freelance usando uno slogan che non giustifica troppe speranze: Welcome to middle class poverty («Benvenuti nella povertà del ceti medi»). Un sindacato che è soprattutto un’agenzia di servizi: non avendo potere negoziale sui salari, cerca soprattutto di trovare coperture sanitarie e previdenziali a basso costo per i suoi iscritti. Sindacato tradito e snaturato? Forse, ma l’alternativa non può essere certo quella di fermare le lancette della storia. Meglio la battaglia di retroguardia della Fiom a Genova o gli Steelworkers che cercano di prepararsi al meglio agli inevitabili mutamenti? Tanto più che è difficile combattere ideologicamente il «private equity » come si faceva coi vecchi «padroni del vapore». Prendiamo il fondo Blackstone: il nemico chi è? I lavoratori di mezza America che ne sono azionisti indiretti attraverso i loro fondi pensione o il governo comunista cinese che ha appena acquistato il 10% del suo capitale? massimo.gaggi@rcsnewyork.com Una confederazione italiana mette il veto alla quotazione di una società che costruisce navi da crociera