Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 15 Venerdì calendario

MATERIALE VARIO DI ARGOMENTO SCOLASTICO USCITO TRA IL 5 E IL 14 GIUGNO 2007 SU STAMPA, REPUBBLICA, CORRIERE, FOGLIO


DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO – Lo sa che rischia due mesi di carcere per avere fatto scrivere cento volte «Sono un deficiente» a un suo alunno, ma anche se il processo va avanti da un anno e si concluderà mercoledì con il rito abbreviato, questa professoressa di 56 anni, da trenta in servizio alle medie, giura che da due mesi è certa che qualcosa di incisivo andava fatto: «L’ho capito il 5 aprile, quando quel povero ragazzo di Torino si è suicidato perché i bulletti della scuola lo sfottevano indicandolo come gay».
Il tragico epilogo di Torino e la storia emersa adesso in un quartiere popolare di Palermo hanno più di un’assonanza. Nessuno difese però lo studente ossessionato da chi gli faceva il verso chiamandolo Jonathan, come il personaggio di un reality. Mentre a Palermo una protezione l’ha trovata quel bimbo additato a 12 anni come «gay e femminuccia» da un compagno di classe pronto a bloccargli l’accesso nel gabinetto dei maschietti, spalleggiato da altri bulli più grandi. Appunto, la protezione dell’insegnate che ha rimproverato il «colpevole» condannandolo alla pena delle cento frasi al centro della denuncia con cui il padre dell’irrequieto scolaro chiede pure un risarcimento di 25 mila euro per le presunte turbe psichiche provocate nel figlio.
«Dopo tanti anni di servizio e madre di ragazzi adesso grandi, ho solo cercato di tutelare la vittima di un’ingiustizia, ragionando con tutti gli alunni sull’arroganza di quel comportamento e sul concetto di deficienza...», spiega l’insegnante che si danna di essere stata interrogata dal pubblico ministero Laura Vaccaro prima di quel cinque aprile, giorno in cui chiamò il suo legale, Sergio Visconti. «Gliel’ho detto all’avvocato che la terribile storia di Torino mi ha dato amara conferma di quel che andava fatto. Comunque vada, mi assumo le responsabilità per la scelta fatta. Perché anche nella mia storia, da una parte, c’è il ragazzino che fa combriccola con altri più grandi e, dall’altra, un bimbo indifeso, succube di chi si arroga il diritto di sbatterti addosso ogni marchio».
La professoressa ripercorre con un certo sgomento le tappe di una escalation cominciata il 28 gennaio dell’anno scorso, quando da quel bagno un bimbo torna in lacrime, lei istruisce un piccolo processo e intima all’altro ragazzino di scrivere nel diario quelle cento frasi precedute da due righe di suo pugno per invitare i genitori a presentarsi a scuola.
Perché non una nota sul registro? E’ la domanda del pm agli atti del processo. E la risposta è un invito a leggere quel registro: «Nei giorni precedenti c’erano state sette, otto note siglate dai miei colleghi, non da me, proprio su quel ragazzo. Una perché disturbava, un’altra perché si alzava dai banchi, un’altra ancora perché aveva danneggiato un portone... Non serviva l’ennesima nota. Occorreva una riflessione su quanto accaduto e un confronto con i genitori». Ma il giorno dopo il ragazzo torna nella scuola a due passi dal Policlinico di Palermo senza diario. «E fino al tre febbraio non c’è traccia del padre o della madre. Dal 4 all’8 io sono in malattia. Torno il 9 e l’alunno mi presenta il diario con due righe firmate dal padre: "Mio figlio sarà deficiente, ma lei è c..."».
L’offesa brucia. La professoressa capisce che quella parolaccia è nota agli altri scolari. E teme: «Non si può affidare a un figlio quel tipo di schiaffo al docente. Una scelta devastante nell’equilibrio dei ruoli. Così salta tutto. Con serenità mi rivolgo allo studente. ”Perché tuo padre ha scritto questo? Io vi ho spiegato cosa significa deficiente’. E lui: ”Mio padre dice che non significa mancanza, ma è parola di offesa, l’ha cercato su Internet...’».
Il pm insiste: «Non poteva seguire altre vie?». E la professoressa: «Sulla parola ”deficienza’ abbiamo discusso a lungo cercandone l’etimologia. Ecco il compito che infine più mi ha colpito, quello di un alunno estraneo ai fatti: "Ha sbagliato la maestra a dire quella parola, a fare scrivere la parola al compagno, ma forse ha ragione lei, siamo tutti un po’ deficienti’..."». (Felice Cavallaro, Corriere della Sera 14/6/2007)

MILANO – «L’unico appunto che posso muovere è che forse quella scelta dalla docente di Palermo è una punizione un po’ "vecchio stile". Ma finire davanti a un magistrato è veramente una follia, che oltretutto rischia di fare molti danni».
Anna Oliverio Ferraris (foto), psicologa dell’età evolutiva, è anche l’autrice di Piccoli bulli crescono (Rizzoli). Sottotitolo: «Come impedire che la violenza rovini la vita ai nostri figli».
Quindi, la punizione in sé non era sbagliata.
«Al contrario, sarebbe stato sbagliato passare sotto silenzio un atteggiamento di quel tipo.
Mettere in dubbio l’identità sessuale, a quell’età e non solo (ripenso, ad esempio, alla tragedia di Torino), può avere effetti molto negativi, aprire una ferita violenta. Certo bisogna sempre valutare caso per caso se sia un vero atto di bullismo; ma se l’insegnante è intervenuta in maniera così dura, un motivo ci sarà stato».
E il modo scelto dalla docente la convince?
«Forse sarebbe opportuno ricorrere ad altre modalità di intervento, basate sul dialogo con i ragazzi, o su punizioni con finalità più educative. vero che la parola "deficiente" si poteva evitare, anche se in quel contesto ha senza dubbio un significato blando... Ripeto, ci sono sicuramente altri modi di intervenire, più efficaci di questo».
Però non la convince nemmeno il ricorso alla magistratura.
«Anzi, trovo inaccettabile che tra famiglie e scuola si faccia ricorso a vie legali: significa che non c’è fiducia reciproca. un rapporto che va ripensato. In primo luogo per il bene del ragazzo, che alla fine penserà di avere ragione anche se si è comportato male. Questi problemi vanno risolti nell’ambito della vita dell’adolescente; se il giudizio passa a un’entità esterna, che non è più la scuola né i genitori, il ragazzo si sentirà del tutto deresponsabilizzato riguardo alle proprie azioni. E la situazione non potrà far altro che aggravarsi».













ROMA – Allontanamento dalla comunità scolastica con esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all’esame di stato. Tempi duri per i bulli e per tutti gli indisciplinati recidivi: il sette in condotta, dopo un lungo periodo di assenza, torna a colpire. Ed anche il cortile dell’istituto rischia di essere investito da nuove e più severe regole. Il ministro della Salute, Livia Turco, impegnata in una campagna educativa contro gli abusi di alcol, fumo e sostanze, ha lanciato un’altra idea: «Non si fuma nei luoghi pubblici e neanche nei cortili delle scuole».
SANZIONI PROPORZIONATE – Fioroni, alla fine di un anno che nelle aule ha visto proprio di tutto, ha proposto alcune modifiche allo «Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria». Cambia volto il codice berlingueriano del 1999, un ordinamento che prevede come massima sanzione la sospensione di 15 giorni e opera una distinzione netta tra disciplina e profitto. Se il Consiglio nazionale della Pubblica istruzione (Cnpi) dirà sì, dal prossimo anno lo Statuto, senza rinnegare la filosofia del recupero, comminerà sanzioni più proporzionate alla gravità delle infrazioni.
Nei casi estremi, infatti, scatterà una deroga al comma «più buonista» che limita a 15 giorni l’allontanamento dalla classe. «Nei casi di recidiva, di atti di violenza grave – recita il comma 9 bis dell’articolo 1 – o comunque connotati da una particolare gravità tale da ingenerare un elevato allarme sociale, ove non siano esperibili interventi per un reinserimento responsabile e tempestivo dello studente nella comunità durante l’anno scolastico, la sanzione è costituita dall’allontanamento dalla comunità scolastica con l’esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all’esame di stato conclusivo del corso di studi o, nei casi meno gravi, dal solo allontanamento fino al termine dell’anno scolastico». Si tratta di sanzioni molto severe da adottare nei casi limite, qualcosa che mancava nello statuto. Per le infrazioni meno gravi le scuole continueranno ad utilizzare provvedimenti disciplinari accompagnati dall’obbligo, per lo studente, di comportamenti attivi caratterizzati da una finalità riparatoria, tendenti «al recupero dello studente attraverso attività di natura sociale, culturale e in generale a vantaggio della comunità scolastica».
RICORSI – Tra le novità anche tempi certi e rapidi per il ricorso contro le sanzioni. E’ previsto un apposito organo di garanzia interno alla scuola che deve decidere entro 10 giorni sul ricorso presentato dallo studente o dai genitori alle medie. Sugli eventuali, ulteriori ricorsi è chiamato a decidere in via definitiva il direttore dell’ufficio scolastico regionale. Con l’articolo 5-bis ciascuna scuola potrà chiedere ai genitori di sottoscrivere un «patto sociale di corresponsabilità». Le famiglie si assumono l’impegno di rispondere direttamente dell’operato dei figli e di farsi carico delle spese per risarcire eventuali danni.
DIVIETO FUMO – Per il ministro della salute, Livia Turco, la «legge Sirchia» sul fumo «deve essere integrata con un divieto: non si fuma nei luoghi pubblici e neanche nei cortili delle scuole».
«Siamo di fronte ad un’emergenza educativa – ha detto ”. I ragazzi vanno guidati di più e, in questo, vanno nominate di più le regole. I ragazzi vanno capiti e bisogna avere fiducia in loro, ma vanno anche insegnati loro dei principi, e se le leggi aiutassero anche a ripristinare le regole, non farebbe male». La legge Sirchia, ha affermato il ministro, «prevede degli obblighi e ha funzionato poiché ha inciso sulle abitudini; se, infatti, non ci fosse stata una norma per il divieto del fumo nei luoghi pubblici, ciò non sarebbe avvenuto».


ROMA – Meglio una punizione d’altri tempi che la garanzia dell’impunità. Meglio provare a dare l’esempio, magari sbagliando la misura, che far finta di nulla. No, non è l’arringa che sarà letta oggi nell’aula del tribunale di Palermo, ma la convinzione che attraversa i palazzi della politica. E li attraversa in modo trasversale, ministro Fioroni compreso, perché sono in molti a pensare che quella professoressa è stata coraggiosa, non può essere condannata.
E che la sentenza attesa oggi ha un valore che va ben al di là del caso specifico.
L’episodio è quello finito sui giornali la settimana scorsa. Palermo, scuola media di un quartiere popolare. Una professoressa fa scrivere cento volte «Sono un deficiente» ad uno studente che aveva preso di mira un compagno: lo aveva insultato, gli aveva dato del gay, gli aveva impedito di entrare nel bagno dei maschi. Bullismo. La famiglia del ragazzo punito si ribella, denuncia l’insegnante e pretende un risarcimento di 25 mila euro. Il pm chiede due mesi di carcere per «abuso di mezzi di correzione». E se il giudice, oggi, dovesse accogliere la richiesta?
Come sempre, i Radicali scelgono la strada della provocazione. Antonio Bacchi – segretario dell’Associazione dei Radicali di Firenze intitolata ad Andrea Tamburi – propone una colletta a favore della professoressa finita sotto processo. «Si è assunta la responsabilità di difendere l’aggredito e punire l’aggressore» scrive Bacchi in una lettera spedita ai giornali e pubblicata ieri dal Foglio. «Certo, avrebbe potuto far scrivere "Mi sono comportato da deficiente", anziché "Sono un deficiente". Ma non è doveroso tutelare il diritto di apprendere all’occorrenza anche con una sanzione educativa?». La sottoscrizione (www.radicalifirenze.it) è partita solo ieri, non ci sono ancora dati sulla somma raccolta. Ma l’obiettivo vero è sollevare il caso. Ed è già stato raggiunto. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Fioroni, non si pronuncia sul processo ma fa capire bene come la pensa: «Certo, occorrono sempre saggezza e misura. Ma se quell’insegnante non avesse fatto niente di fronte al disagio di uno dei suoi allievi consentendo ad un ragazzo di continuare ad offendere il compagno, l’avrei ritenuta colpevole di una colpa peggiore: quella di aver girato la testa dall’altra parte a aver aderito alla logica del "me ne frego"». Per una volta non è una questione di destra o sinistra. Rocco Buttiglione usa quasi le stesse parole: «Tra un professore che interviene per affermare la dignità della persona magari sbagliando la misura – dice il senatore Udc – e una che si tira indietro e fa finta di nulla preferisco la prima». Secondo Buttiglione una sentenza di condanna «avrebbe effetti devastanti, spingerebbe tutti gli insegnanti a fuggire dalle loro responsabilità, eliminando ogni argine al bullismo e alla violenza nelle scuole».
Vittoria Franco – presidente della commissione Istruzione del Senato e coordinatrice delle donne Ds – ne fa una questione costituzionale: «Una condanna calpesterebbe il principio della libertà d’insegnamento». Anche lei dice che «gli atti di prepotenza vanno puniti» ma aggiunge una sfumatura diversa: «Fossi stata nei panni della professoressa avrei preferito una sanzione diversa, possibilmente educativa. Invece di fargli scrivere cento volte "sono un deficiente" gli avrei chiesto, non so, di fare un lavoro di gruppo, una ricerca. Ma intervenire è stato importante». Valentina Aprea (Forza Italia) ex sottosegretario all’Istruzione nel governo Berlusconi la pensa allo stesso modo: «Forse la scelta della punizione è stata infelice. Ma una condanna per la professoressa sarebbe pericolosissima: i bulli sarebbero incoraggiati nelle loro violenze sapendo che c’è chi punisce chi ha provato a fermarli». Analisi che non cambia nemmeno saltando da Forza Italia a Rifondazione. «Quello che rischiamo – dice Pietro Folena, presidente della commissione Cultura della Camera – è rovesciare la prospettiva. Il problema è il bullismo non quello che gli insegnanti provano a fare per fermarlo. Magari si possono trovare punizione più educative, ma finire in tribunale no, è un paradosso».






resistenti della grammatica - un gruppo di ecologisti del linguaggio e nostalgici dell’italiano che fu - scrivono dal confino per denunciare l’ultima strage perpetrata in questi giorni alla radio. Una pubblicità spiega le possibili destinazioni del Tfr (Trattamento di fine rapporto o, più realisticamente, Tanto finiremo rovinati) e invita gli ascoltatori a scegliere, con lo slogan: «Basta che vi decidete».
Anche chi pensa che il congiuntivo sia una malattia degli occhi dovrebbe avere cura almeno delle orecchie e sobbalzare al suono di quelle sillabe stonate: «deci-dete» invece di «deci-diate». Capita a tutti di sbagliare una «consecutio» mentre si parla in diretta alla radio o si scrive di corsa su un giornale. Ma in questo caso la frase sgrammaticata non è un incidente. C’è una persona che l’ha pensata e altre che l’hanno valutata, discussa e approvata. C’è un attore che l’ha letta, un fonico che l’ha registrata, un tecnico che l’ha messa in onda. Possibile che nessun milite ignoto di questo sterminato esercito abbia tossicchiato il proprio dissenso, per rispetto di sé o della maestra elementare? Si fa strada un’ipotesi ancora più agghiacciante. Che gli inventori dello spot sapessero benissimo di commettere uno strafalcione. Ma lo abbiano inanellato apposta, per avvicinare il messaggio al grande pubblico che ha ormai espulso il congiuntivo dai suoi discorsi. Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Chissà come ne avrebbe definito uno che, per rendersi simpatico, ha bisogno di analfabeti.




GIACOMO GALEAZZI
ROMA
L’incognita dei «crediti» di religione sulla maturità 2007. L’ora di religione cattolica è facoltativa ma potrebbe essere decisiva nell’attribuzione del voto finale degli esami di Stato che circa 450 mila studenti, giunti all’ultimo anno delle scuole superiori, sosterranno a partire dal 20 giugno: chi va bene in religione quindi potrà aspirare a un voto più alto. Protestano le Chiese non cattoliche e le associazioni in difesa della scuola laica e democratica che accusano il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Fioroni di discriminare le decine di migliaia di studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) e di attentare alla laicità della scuola. A stabilire chi ha ragione sarà ora il Consiglio di Stato dopo che il Tar del Lazio ha «sospeso» l’ordinanza ministeriale ritenendola «discriminatoria» nei confronti degli studenti che non hanno scelto l’ora di religione.
Il provvedimento modifica la tabella dei punteggi per il voto finale: massimo 45 punti per gli scritti, 30 per il colloquio orale (ora sono 35) e 25 per il credito scolastico (ora sono 20), che si ottiene sia dalla media dei voti del triennio sia dalla valutazione di eventuali attività extrascolastiche regolarmente certificate e approvate dai docenti. Ma l’ordinanza contestata stabilisce anche che fin da subito i docenti di religione partecipino «a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l’attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento». Stessa facoltà hanno i docenti «delle attività didattiche e formative alternative all’insegnamento della religione cattolica, limitatamente agli alunni che abbiano seguito le attività medesime». Mentre i tantissimi alunni che non partecipano ad alcuna attività alternativa (spesso perché le scuole non le organizzano, ma anche perché scelgono di fare «studio individuale assistito») hanno pochissime possibilità di farsi riconoscere un credito. Dovrebbero, infatti, essere in grado di dimostrare di aver partecipato, in concomitanza con l’ora di religione che non frequentano, «ad iniziative formative in ambito extrascolastico», oppure la scuola dovrebbe certificare che lo studio individuale svolto durante l’ora di religione «si sia tradotto in un arricchimento culturale o disciplinare specifico». Così, se un ragazzo va bene in religione può aspirare a qualche punto in più di credito scolastico. Contro l’ordinanza del ministro, che premia di fatto gli studenti che si avvalgono dell’insegnamento della religione e penalizzano invece coloro che scelgono di non avvalersene, ha presentato ricorso un cartello di associazioni (fra le altre, «Per la scuola della Repubblica», il Cidi e le consulte per la laicità delle istituzioni di Roma e di Torino), Chiese (la Federazione delle Chiese Evangeliche, la Tavola Valdese, la Chiesa Evangelica Luterana, l’Unione Italiana delle Chiese cristiane avventiste del settimo giorno, la Federazione delle Chiese Pentecostali, l’Unione Cristiana evangelica battista, l’Alleanza evangelica italiana) e un gruppo di studenti «non avvalentisi» di Firenze e di Torino. E il Tar del Lazio ha dato loro ragione. Il tribunale ha sospeso l’ordinanza del ministro, in attesa di pronunciarsi nel merito.
Oggi l’Irc è facoltativo, tanto che il giudizio viene comunicato con una «speciale nota» separata dalla pagella, per cui, sostiene il Tar, non può concorrere a determinare il voto finale. Se ciò avvenisse, aggiunge il tribunale, si darebbe luogo ad una «disparità di trattamento con gli studenti che non seguono l’insegnamento religioso né usufruiscono di attività sostitutive». Fioroni però non accetta la decisione del Tar e presenta un ricorso urgente al Consiglio di Stato, chiedendo (qualora la sentenza non arrivasse in tempo utile, prima cioè dell’avvio degli scrutini) di «sospendere» la sospensiva. Ora il Consiglio di Stato dirà chi ha ragione.

Stampa Articolo






l «credito» è un punteggio (venti punti sui cento previsti come votazione massima) con cui il candidato si presenta all’esame di Stato. E’ costituito dall’insieme dei «crediti scolastici» e dei «crediti formativi» accumulati nell’arco degli ultimi tre anni. Il «credito formativo» è calcolato in base alle attività che gli allievi svolgono al di fuori della scuola, come uno sport praticato a livello agonistico, attività di volontariato, un lavoro, la patente di informatica.





Alfio Caruso

Nella vicenda della professoressa palermitana a rischio di due mesi di carcere, si sono fronteggiate le tre principali istituzioni del Paese: la famiglia, la scuola, la magistratura. Ne è scaturito un cozzo assai illuminante sulla perdita quotidiana di identità sociale e culturale, sul disagio crescente di gran parte della società italiana (aboliamo l’aggettivo civile usato a mo’ di superiorità da quanti mai hanno partecipato a una riunione di condominio). Chi si batte ancora per il rispetto delle regole, in questo caso una professoressa alle soglie della pensione, finisce insultata dai genitori, che ha tentato di supportare, e beffeggiata da un sistema giudiziario molto più attento alle giustificazioni dei fuorilegge che alla battaglia legalitaria, senza senso e fuori dal tempo, di un’insegnante. D’altronde, cosa ci si può attendere da un’attempata signora cresciuta in una scuola nella quale si aveva la buona creanza di alzarsi in piedi allorché entrava l’insegnante, nella quale l’autorità non veniva confusa con l’autoritarismo ed essere autorevole era ben diverso da essere autoritario?
Non dev’essere la stessa scuola in cui è cresciuto il padre dello studente dodicenne. La sua unica preoccupazione non è stata di non allevare un figlio prevaricatore, al quale ha già inculcato il concetto della diversità da usare come offesa. Nossignori. Per lui conta soltanto l’onta pubblica della punizione da lavare senza neppure domandarsi se quello scrivere cento volte «Sono un deficiente» non sia la pena adeguata alla schifosa violenza fisica e morale perpetrata dal pupo, già recidivo in bullismo e danni. Tutti abbiamo imparato che l’educazione di un figlio è una moneta lanciata per aria: può uscire testa, può uscire croce. Ma se esce croce, ci sarebbe forse da ringraziare chi si sforza di aiutarci nel difficile recupero del pargolo. L’episodio di Palermo, ultimo di una serie di aggressioni fisiche e verbali a professori impegnati nello svolgere il proprio compito, dimostra che la piaga del familismo ha ormai pervaso la Penisola. Nel suo nome vengono annullate le differenze fra Nord e Sud, fra ricchi e poveri, fra destra e sinistra. Al vecchio motto «tengo famiglia» è stata aggiunta una postilla: «e guai a chi me la tocca».
Di conseguenza il papà vendicatore dapprima ha vergato sul quaderno un’indecente e gratuita offesa per la professoressa, poi si è rivolto alla Procura per ricevere una giustizia da Vecchio Testamento con l’aggiunta di 25 mila euro per presunti danni, magari ci scappa l’auto nuova. Fa sorridere che nella patria del lassismo esista un pubblico ministero capace d’invocare una condanna per abuso di mezzi correzionali. Ammesso che sia così, date una medaglia all’ultima delle mohicane.
La richiesta del pm chiude il triste cerchio della nostra realtà. Questa legge aridamente formalista, il cui scarso rispetto per i cittadini comincia dalle lunghe attese alle quali sono condannati tutti i destinatari di un invito a presentarsi alle 9 del mattino, è la campana a morto di tante speranze. Con quanto accaduto a Palermo sarà difficile che la professoressa trovi imitatori. Molto più facile che li trovi la simpatica e gioviale signora che l’altra sera si lamentava di esser giunta da precaria a 35 anni con una cattedra lontana mille chilometri. Per fortuna, sua, l’uso accorto di due gravidanze e un congedo prolungato con il 30% dello stipendio più pensione e previdenza garantiti le concedono da quattro anni di starsene a casa.

Stampa Articolo




FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK
Problemi a scuola? Ecco il rimedio: una paghetta in cambio di buoni voti. Ma ad aprire i portafogli non saranno i soliti genitori preoccupati per l’esito del sofferto compito di matematica o dell’interrogazione di storia dei figli. La proposta, al vaglio delle autorità newyorkesi, prevede piuttosto che a premiare i ragazzi più diligenti sia il dipartimento dell’Educazione con fondi stanziati dai privati.
La paternità del progetto è dell’economista Roland Fryer dell’Università di Harvard, che dopo essersi dedicato per anni agli studi sulla discriminazione razziale nelle scuole, ha deciso di puntare su New York per mettere in pratica quanto appreso nel corso di anni di studio. L’idea è piaciuta al sindaco Michael Bloomberg e al cancelliere comunale per l’Educazione, Joel Klein, pur sollevando le critiche di alcuni insegnanti.
Proposte simili erano state avanzate negli anni scorsi, e adottate in via sperimentale da alcune autorità locali. Gli studenti di Chelsea, in Massachusetts, erano pagati 25 dollari in caso di frequenza assidua dei corsi, mentre a Dallas le scuole versavano due dollari per ogni libro letto. Tre anni fa lo stesso Fryer aveva proposto incentivi in denaro alle scuole newyorkesi scontrandosi però con lo scetticismo di professori e politici. Mentre lo scorso settembre Bloomberg aveva presentato una proposta per passare contributi alle famiglie più povere che permettevano ai figli di proseguire gli studi. Le stesse motivazioni hanno spinto il sindaco a guardare con interesse il progetto di Fryer: «Il nostro dovere è prendere in considerazione qualsiasi proposta - ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa -. Sarebbe una grave colpa non farlo».
Il programma pubblicato sul sito americaninsequality.com è chiamato «Incentivi: un esperimento per le suole pubbliche di New York». Prevede paghette di 5 dollari per i ragazzini dell’ultimo anno delle elementari e delle medie che completano ognuno dei test previsti per passare al livello successivo. Il compenso aumenta proporzionalmente ai voti, con un limite massimo di 25 dollari per i primi e di 50 dollari per i secondi. Alle scuole che aderiscono all’iniziativa inoltre sarà versata una somma di 5.000 dollari.
I fondi messi a disposizione delle autorità pubbliche proverranno da stanziamenti privati visto, che le casse comunali per ora non consentono il finanziamento del programma, che permetterà ai ragazzi meno fortunati, come quelli provenienti dai ghetti e dalle tante zone disagiate della Grande Mela, di contare su un incentivo laddove manca quello della famiglia o degli amici. Pagando una piccola somma di denaro per un buon risultato, spiega il 30enne professore di Harvard, si stimola la motivazione con effetti positivi su voti e pagelle. Alla conclusione Fryer, di origine afro-americana, è giunto grazie ai suoi studi sulla discriminazione, sull’effetto economico del «comportarsi da bianco» e sull’ineguaglianza razziale nelle scuole. Autore di saggi sul divario dei rendimenti scolastici tra bambini bianchi e neri, il professore ha spiegato più volte come l’abilità mentale dei ragazzi di giovanissima età sia diversa a seconda della razza di appartenenza.
La sua proposta non ha mancato di sollevare critiche: alcuni professori sostengono che in questo modo si impedisce ai ragazzi di capire l’importanza degli studi, trasformandoli in una specie di mercenari del libro. Altri temono che si crei una competizione ancora più aspra, con ricadute psicologiche. «L’obiettivo è incentivare allo studio, non raggiungere la perfezione», ha dichiarato Ernest Logan, rappresentante dei sindacati delle scuole. Per vedere in pratica il progetto ci vorrà ancora del tempo, avvertono le autorità newyorkesi. «Siamo nella fase preliminare - spiega Debra Wexler del dipartimento dell’Educazione - Né il cancelliere né il sindaco hanno ancora approvato il programma». L’interesse manifestato da alcuni presidi di scuole pubbliche è però un buon punto di partenza: sono convinti che gli incentivi potrebbero porre un rimedio alla piaga dell’abbandono scolastico.

Stampa Articolo




ALBERTO MATTIOLI


TORINO

L’educazione paga? Dall’altra parte dell’Atlantico forse sì, da questa certamente no. Dalle Alpi alle piramidi è tutto un fiorire di bullismo che resta impunito perché di fatto impunibile. Il bollettino quotidiano segnalava ieri a Ragusa un’irruzione in scooter fra i banchi per festeggiare la fine dell’anno scolastico. Ieri l’altro, a Savona, una liceale ha offerto in classe una bottiglia d’acqua piena di gin a un compagno, che si è ovviamente sbronzato: lui è stato sospeso, lei espulsa. Il caso recente più grave a Palermo. Una professoressa esasperata ha condannato il ragazzino delle medie che ne insolentiva un altro tacciandolo di «gay e femminuccia» a scrivere cento volte «Sono un deficiente». Apriti cielo e splancati Codice. La famiglia del babybullo ha subito fatto causa. Il pm ha chiesto due mesi di prigione per «abuso di mezzi di correzione» (martedì la sentenza), la famiglia (del punito, giova specificare) 25 mila euro come risarcimento per il trauma subito. Il callo dello scrittore, forse.
Il dubbio è che nella scuola italiana non ci sia disciplina perché non ci sono sanzioni. Ma diventa subito certezza non appena si parla con chi ci lavora. Spiega una professoressa di un liceo classico di Roma, che conserva l’anonimato perché alle prese con un caso difficile, che «la soluzione non c’è. Perché ci sia una sospensione deve capitare qualcosa di davvero gravissimo, poi ci sono mille dibattiti, si perde tempo, si annacquano le motivazioni e quando finalmente si infliggono i due giorni nessuno si ricorda nemmemo più perché. La realtà è che siamo in trincea e ci siamo da soli. Le circolari ministeriali sono fumose e il preside ti dice: fai una relazione. Alla fine, ti salvi solo se sai usare un po’ di psicologia. Ma la psicologia nessuno ce la insegna».
Conferma Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione dei presidi: «In nove casi su dieci la famiglia difende il ragazzo invece di punirlo. L’ammonizione verbale va fatta con garbo, cioè bisogna trattare con educazione chi non tratta con educazione te. La sospensione è sconsigliata. Restano i lavori utili, come condannare chi sporca a pulire. Però funzionano solo se i patti sono chiari, cioè se nel regolamento d’istituto sono previsti». Sul caso di Palermo fa un’analisi interessante Tilde Giani Gallino dalla sua cattedra di Psicologia dell’età evolutiva: «La professoressa ha applicato il vecchio ”penso”, cioè il compito aggiuntivo, le cento righe da scrivere in bella grafia. Paradossalmente, potrebbe essere un’idea nuova appunto perché vecchia. Anche se la parola ”deficiente” non dovrebbe proprio essere usata, è una punizione dell’assurdo che attira l’attenzione sulla mancanza di un vero sistema sanzionatorio. Insomma, fa parlare di un problema che esiste e che sta peggiorando».
Così, gli insegnanti si sentono sconfitti perché devono mantenere la disciplina senza avere i mezzi per farlo. E allora fioriscono la punizione fai-da-te, l’anarchia sanzionatoria, la fantasia al potere. Il selfcontrol salta e abbiamo la maestra che scrive i voti sulla guancia degli studenti (a Nardò, Lecce, due settimane fa), quella che prende a calci gli allievi (Torino, 2003), quella che vieta loro di mangiare le merende (Modena, 1999), quella che lega al banco una bimba di 4 anni (Ventimiglia, ”98). Ci fu la prof che prese a morsi una ragazzina (Genova, ”99) e il prof che rovesciava i cestini della carta straccia sui disubbidienti (Milano, 2007). Casi estremi, certo. Ma sintomi di una frustrazione reale. Troppi docenti italiani si riconoscerebbero nell’aio di Giovan Gherardo De’ Rossi (1754-1827): «Tra sbadigli studiando il suo latino / Chiedeva un signorino: / ”Qual tempo è questo?” al precettor canuto. / Rispose il precettor: ”Tempo perduto”».

Stampa Articolo




4Professor Boeri, lei è direttore scientifico del Festival dell’Economia di Trento, dedicato quest’anno al «capitale umano». Pensa che l’idea di Fryer sia un buon modo per valorizzarlo?
«A prima vista mi sembra un’idea balzana. L’istruzione è un investimento a lungo termine, che dà enormi vantaggi sul mercato del lavoro, ma nel lungo periodo. Non mi sembra il caso di ”monetizzarla” subito».
Fryer però dice che dare soldi agli studenti premierebbe le fasce sociali più deboli, meno inclini a investire sullo studio.
«Allora diamo piuttosto borse di studio ai più meritevoli e a chi ne ha bisogno, non premi indiscriminati. Forse sarebbe il caso di agire sulle famiglie meno abbienti, anche a livello culturale, far capire loro che far frequentare ai figli buone scuole, e con impegno, è decisivo per il futuro. E poi le cifre proposte mi sembrano inadeguate».
Si rischia di svilire la cultura?
«Sì. Anche perché la cultura ha un valore in sé, non si può ridurla a mero fattore di guadagno, immediato».
E in Italia?
«A mio parere c’è bisogno di recuperare il valore di una scuola di qualità. Invece mi sembra che molti genitori appoggino i figli nel volere sempre meno carichi di lavoro, meno giorni di lezione. Infine va riformato il mercato del lavoro, in modo che studiare diventi davvero un fattore decisivo per la riuscita professionale»./

Stampa Articolo




Giuseppe Culicchia

Fine della scuola. Incipit gavettoni. Se per caso digitate la parola «gavettone» su Google, il più famoso motore di ricerca si preoccupa immediatamente di chiedervi: «Did you mean Galveston?». Poi però recupera ben 27.400 siti in 0,05 secondi.

Il primo della lista promette «Gavettone: blogs, photos, videos and more». Fate giusto in tempo a chiedervi che cosa s’intenda per «more» quando fate caso alla scritta che subito dopo recita: «Gavettone a Moggi! Inedito!». Ecco. Se per caso passate al plurale, scoprite in 0,11 secondi che i siti in cui compare la parola «gavettoni» sono addirittura 58.600. Si va da quello dove si può giocare a «Soakamon - La Guerra dei Gavettoni» al «Gavettoni Public Group», passando per quello che promette gavettoni «slow motion» oppure «high speed» e per tutta una serie di notizie sull’argomento, dalla «Guerra di gavettoni a Porto Recanati» registrata lo scorso Ferragosto da Rai News 24 al «Record mondiale di gavettoni» annunciato ufficialmente da Sky TG 24.
Su Yahoo Answers qualcuno si è chiesto: «Perché i gavettoni si chiamano gavettoni?» (la risposta più votata: «Perché la gavetta era il bicchiere di metallo a forma oblunga che veniva dato in dotazione ai soldati al momento dell’arruolamento insieme all’altro materiale - zaino, scarponi, maglie, mutande, ecc. Gavettone significa dunque grosso ”bicchiere”, normalmente pieno d’acqua, utilizzato per fare scherzi agli amici bagnandoli tutti»). Ma di questi tempi non si può prescindere ovviamente da YouTube, dove ci si imbatte in video intitolati «Catania, battaglia di gavettoni» o «Pasqua 2007 con Sofia e i gavettoni» (dubbio: sarà un gruppo musicale?). Se un cinefilo spara «Gavettoni, l’arma finale», non può mancare l’esperto di televisione che da parte sua ha pensato di mettere in rete il filmato intitolato «Scherzi a parte 1999: gavettoni vari». E a forza di sentir parlare di Dico, e di conseguenza di «Family Day», non poteva mancare chi tra un gavettone e l’altro ha finito per inventarsi il «Gavettoni Day».
Ora: sfogliare le pagine di cronaca dei giornali all’indomani di questo «Gavettoni Day» è ormai come scorrere una sorta di bollettino di guerra, fatto non solo di lanci di uova e farina, ma anche di risse tra scuole rivali e devastazioni, con relative corse al pronto soccorso e chiamate al 113 da parte di presidi a questo punto chiaramente impotenti. Talvolta i media vengono accusati di esagerare, è vero. Ma proprio ieri a Torino un paio di studenti di un prestigiosissimo liceo classico sono stati portati via in ambulanza perché in coma etilico e il bar di fronte allo stesso istituto ha deciso di chiudere i battenti manco fosse sul percorso di un corteo anti-G8 (negli zainetti degli studenti non c’erano cubetti di porfido, ma bottiglie d’acqua portate da casa, visto che per impedire i rifornimenti al rubinetto ai bidelli viene dato ordine di chiudere a chiave i bagni).
Così, in attesa della fine dei prossimi anni scolastici e quindi dei prossimi inevitabili «Gavettoni Day», viene spontaneo chiedersi se per caso un giorno assisteremo a un vero e proprio atto di ribellione: quando, per celebrare la fine delle lezioni, gli studenti di una scuola decideranno di salutarsi con un abbraccio. Anche perché ormai a scuola ci si sfoga tutto l’anno prima in classe e poi su YouTube e nell’epoca delle «occupazioni concordate» (con i presidi di cui sopra, per fare tra le altre cose «seminari sulla Playstation») sarebbe un gesto veramente anticonformista. Proprio come portare i pantaloni all’altezza della vita, piantarla di farsi le canne e ricominciare a studiare.

Stampa Articolo




Va bene mandare i professori in galera, ma non si farebbe prima a chiudere le scuole? Luoghi antiquati in cui sopravvivono esemplari come l’insegnante siciliana che ha costretto un allievo a scrivere sul quaderno per cento volte «Io sono un deficiente». Fortuna che c’è un giudice, a Palermo, e ha chiesto due mesi di carcere per l’aguzzina. Sì, chiudiamole, queste camere di tortura dove si proibisce a un povero fanciullo di dare simpaticamente del «finocchio» a un compagno, ribadendo il concetto con dovizia di particolari e di immagini. Quel talento aveva le carte in regola per sfondare in televisione e un domani in Parlamento, se solo la sadica istitutrice non fosse intervenuta a ingabbiarne la creatività dentro un castigo umiliante. E nel caso in cui il «finocchio» si fosse poi fatto del male, come in un’altra scuola qualche tempo fa? Che domande: sarebbe stato giusto accusare la prof di non aver saputo prevenire la tragedia.
Scuole con professoresse simili non si possono tenere aperte un giorno di più. Di bizzarria in bizzarria, sono arrivate a costringere un giovanotto vivace e appena un po’ razzista ad autoinsultarsi per iscritto. Vogliono il ripristino delle punizioni corporali? Bene hanno fatto i genitori della vittima a risponderle per le rime. «Nostro figlio sarà un deficiente ma lei è una c...» E benissimo ha fatto il pubblico ministero che ha incriminato l’insegnante a non ritenere punibile la parolaccia di mamma e papà, considerandone l’alto valore educativo. Datemi retta: è meglio chiuderle, queste scuole. Soprattutto perché quel ragazzino fa la seconda media e ha scritto per cento volte «Io sono un deficente» senza la i.





FABIO POLETTI
MILANO
I numeri fanno paura. In Italia almeno un ragazzo su sei è stato vittima di abusi sessuali nell’infanzia o nell’adolescenza. Ogni anno vengono denunciati 41 mila nuovi casi di violenza su minori. Per ogni episodio denunciato molti altri rimangono nascosti tra le mura domestiche. Su 3 mila studenti delle scuole secondarie milanesi - secondo una ricerca del Dipartimento di Sanità pubblica dell’Università di Milano - è emerso che il 14% degli interpellati è stato vittima di abusi. La maggioranza sono bambini e ragazze. I dati allarmanti presentati in un convegno organizzato alla Luiss di Milano dall’associazione Iad Bambini Ancora, fanno riferimento alle denunce che vengono presentate. «E’ sempre difficile verificare gli abusi su minori, poprio perchè si tratta di minori. Bisogna stabilire se i fatti sono reali e non frutto di invenzioni. Bisogna verificare se ci sono segni fisici, direttamente riconducibili ad atti di abuso», avverte Maurizio Bruni, medico legale, esperto di violenze sui minori, più che cauto dopo le sentenze di Brescia e di Mombercelli vicino ad Asti dove sono state assolte maestre e bidelle, doppiamente cauto dopo la controversa vicenda di Rignano, più vicina ad un caso di psicosi collettiva che non a un problema di pedofilia di massa e su larga scala.
Disturbi alimentari
Comunque sia, per l’Università di Milano i numeri che accompagnano l’abuso sessuale sull’infanzia danno l’idea che ci si trovi davanti all’«epidemia del terzo Millennio». Tanto che Maria Benigno Bruni, presidente di Iad Bambini Ancora, l’associazione che ha organizzato il convegno, avverte: «Questi dati dimostrano la dimensione del fenomeno, focalizzano i segni sia fisici che psicologici che si possono riscontrare nei bambini abusati e rimarcano come le indagini debbano essere eseguite». Come dire - senza farsi prendere da allarmismi inutili e pericolosi anche per i bambini - che ogni segnale va raccolto. Anche perchè intervenire per tempo è fondamentale.
Se i segni fisici di un abuso scompaiono in pochissimo tempo, le ricadute psicologiche possono durare mesi, anni, a volte una vita intera. Secondo Chris Hobbs, docente di Pediatria al St.James Hospital di Leeds, quello che succede nel tempo è grave quanto l’abuso sessuale: «Il maltrattamento del minore è considerato ora come una delle principali cause di malattie del bambino, con ricadute sociali importanti». E - spiega ancora il medico - con effetti fisici e psichici sul bambino che si proitraggono nel tempo, fino all’età adulta: «Non sempre si è in grado di collegare correttamente il disagio all’abuso. In Inghilterra abbiamo accertato che dietro a molti casi di disturbi alimentari, dalla bulimia all’anoressia, ci sono abusi sessuali subiti durante l’infanzia».
Barriera di dolore
Intervenire per tempo diventa fondamentale. Ma come accertare se si è trattato di un vero abuso o soltanto di una fantasia dell’adolescente? Come fare a rompere quella cortina che circonda gli abusi, non a caso definiti dai criminologi il «crimine perfetto» perchè spesso la vittima è restia a rivelare la violenza subita e a segnalare il bisogno di protezione? La corretta analisi dei segni fisici e psicologici è fondamentale. Ma andare oltre la barriera del dolore e della vergogna non è facile, come spiega la psicologa Maria Teresa Parsi: «E’ importante sottolineare che il più delle volte gli abusi e i maltrattamenti quotidiani dei bambini vengono perpetrati proprio nell’ambito della famiglia».


Stampa Articolo




Sì della Commissione Trasporti della Camera al disegno di legge in materia di autotrasporto merci e circolazione stradale che contiene un emendamento ad hoc per la concessione del foglio rosa a 16 anni. Per poter salire in auto con il foglio rosa, però, il minorenne deve aver seguito almeno 10 ore di corso pratico presso un’autoscuola, di cui quattro in autostrada e due a sole tramontato. Sull’auto non potrà salire nessun altro oltre l’accompagnatore. Previsto anche il contrassegno «G. A.»: guida accompagnata. P. Poletti A PAGINA 24



TORINO
Infuriato perchè il figlio è stato bocciato per la seconda volta, un carpentiere di 45 anni di Moncalieri (Torino), ha affrontato verbalmente gli insegnanti e mentre si allontanava ha minacciato un atto incendiario nei confronti dell’istituto scolastico.

Proposito che non ha messo in atto perchè i carabinieri lo hanno immediatamente rintracciato e denunciato a piede libero per pubblica intimidazione.

L’episodio è accaduto alla scuola media Giacomo Leopardi di Trofarello (Torino), ma la notizia è trapelata solo oggi. Al momento delle minacce, erano presenti molto insegnanti e genitori di altri ragazzi.





Al direttore - L’episodio dell’insegnante palermitana denunciata per abuso di correzione, che rischia due mesi di galera e un pesante risarcimento danni, la dice lunga su come vanno le cose nella scuola italiana. Certo, avrebbe potuto far scrivere all’allievo ”Mi sono comportato da deficiente” anziché ”Sono un deficiente”. Ma perché dopo sette note sul registro l’alunno non era ancora stato sospeso? Non è forse doveroso tutelare il diritto di apprendere e di insegnare in un clima sereno, all’occorrenza anche con una sanzione educativa? Da molti anni, invece, gli insegnanti sono stati lasciati colpevolmente soli alle prese con il problema della condotta, che non di rado rende quasi impossibile il lavoro in classe. In questa solitudine la docente palermitana si è assunta la responsabilità di difendere l’aggredito e punire l’aggressore. In solidarietà, l’Associazione per l’iniziativa radicale ”Andrea Tamburi” di Firenze lancia una sottoscrizione in favore della docente. Per i contributi si può usare un bollettino postale per versare sul conto 21880539 intestato all’Associazione radicale Andrea Tamburi o fare un bonifico (anche via Internet) sullo stesso conto beneficiario 21880539 (Abi 07601, Cab 02800). Specificare sempre la causale: ”Sottoscrizione insegnante Palermo”.
Antonio Bacchi, segretario
Associazione radicale Andrea Tamburi

Vi siete comportati da gran signori. Vi siete comportati da gran… (Il Foglio)