Fabio Martini, La Stampa 15/6/2007, 15 giugno 2007
Sono le undici della notte e nel labirintico palazzo di Montecitorio sono rimaste accese soltanto le luci della sala «Berlinguer»
Sono le undici della notte e nel labirintico palazzo di Montecitorio sono rimaste accese soltanto le luci della sala «Berlinguer». Lì dentro, da due ore, è in corso una riunione a porte chiuse dei deputati dell’Ulivo che si sta trasformando nel più compiuto «processo» allo stile di governo di Romano Prodi. Ha appena preso la parola Giulio Santagata, il ministro per l’Attuazione del programma che è anche il braccio destro di Prodi. Il ministro non fa in tempo a scandire una frase un po’ cruda - «dobbiamo riconoscere che talvolta anche i parlamentari rischiano di amplificare il dissenso verso il governo» - che dalla sala si alzano belluine urla di dissenso. Il più attivo nella contestazione è un massiccio architetto milanese, il ds Emanuele Fiano che grida: «Ma che stai dicendo? Ma vai via!». Anche il tarantino Ludovico Vico è attivissimo e con lui un’altra decina di peones. Per due minuti Santagata non riesce a proseguire, poi gli animi si spengono e la riunione proseguirà fino a mezzanotte. Ma ciò che resta di quella discussione notturna a porte chiuse non è tanto il breve incidente tra deputati e ministro, ma il clima della serata: per tre ore tutti gli interventi dei peones dell’Ulivo hanno battuto su tasti-tabù, irripetibili in pubblico. Sono state scandite parole impietose sulla carenza di leadership. Sulla lontananza dei ministri. Ma soprattutto su quella presunzione di autosufficienza che continua a connotare l’azione di Romano Prodi e di cui l’insensibilità a comunicare col Paese è soltanto un aspetto. Una serata che era stata promossa dal presidente dei deputati dell’Ulivo Dario Franceschini nel tentativo di riscaldare il canale di dialogo tra il più forte gruppo parlamentare dell’Unione e un governo di cui sottovoce tutti dicono «dura poco». Alle 21 c’è una settantina di deputati e dei 17 ministri dell’Ulivo soltanto Giulio Santagata ha trovato il tempo per venire. L’incipit è per Sergio Mattarella, già vicepresidente del Consiglio, uno dei pochi personaggi del Gruppo ancora dotato di autorevolezza: «Il governo Prodi non ha alternative, davanti a noi non c’è alcun governo istituzionale, ma soltanto il pericoloso ritorno di Berlusconi», ma non si pensi di «salvare la baracca» con alterigia e lontananza. Dice Mattarella: «Sulla base della mia esperienza consiglierei ai ministri di venire più spesso in Parlamento, che non va considerato come un intralcio!». E tutti hanno pensato alla gaffe di Prodi che un mese fa aveva ”denunciato”: «Il Parlamento ha approvato soltanto 10 disegni di legge sui 104 approvati dal governo». Poi è iniziata la mitragliata. La bolognese Donata Lenzi: «Questo sembra quasi un governo tecnico, ogni tanto attraversato da momenti di anti-politica». E sul flop della comunicazione: «Quando vado nelle riunioni chiedo: secondo voi siamo ancora in Iraq? Il 60% o non lo sa o pensa che siamo ancora lì! E’ incredibile, ma non è rimasta nella memoria collettiva la foto di una mamma e o di una famiglia al ritorno delle truppe!». Tra i tanti, Paolo Gambescia: «Non si è mai vista una discussione così lunga, lacerante, autolesionista su un tema come il tesoretto che dovrebbe portare soltanto benefici». Ludovico Vico: «Il governo sembra viaggiare da solo, noi parlamentari mica possiamo essere soltanto dei soldati». Ha chiuso Franceschini: «Bisogna riconoscere che pure la coalizione fa acqua, molta acqua. Ma quello che ho ascoltato stasera è importante e me ne farò portavoce con Prodi». E infatti ieri pomeriggio, nell’incontro dei capigruppo dell’Unione con il presidente del Consiglio e col ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, Franceschini è stato molto chiaro: «Siamo noi che stiamo da questa parte del tavolo che legittimiamo l’azione di voi che state dall’altra parte. E non viceversa». Stampa Articolo