Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 15 Venerdì calendario

Gemmellaro Guido

• Napoli 1950 (~). Faccendiere • «Le indagini sul crack da un miliardo di euro della Finmek conducono fino a Ginevra in rue de Candolle, ai piedi della città vecchia. Al numero 9, al piano terra di una palazzina, c’è l’ufficio dove lavora Guido Gemmellaro. [...] Il pm Paola De Franceschi sospetta che Gemmellaro abbia giocato un ruolo non secondario nella girandola di operazioni che nel 2004 ha portato al crollo del castello di carte costruito dal friulano Carlo Fulchir, a lungo accreditato anche in ambienti politici (centrosinistra) come una sorta di genio del management. [...] Gemmellaro non è uno dei tanti fiduciari svizzeri che prestano la loro faccia e la loro firma ad affari sul filo del rasoio. Vive in una villa nell’elegante quartiere di Cologny e ha mantenuto stretti contatti con gli ambienti finanziari della madrepatria. Non per niente, nel suo studio in rue de Candolle, risulta domiciliata la filiale svizzera della società di investimenti MyQube, fondata anni fa da Gian Luca Braggiotti, fratello del banchiere Gerardo e figlio dell’ex numero uno della Comit, Enrico. Il rapporto d’affari non nasce per caso: Gemmellaro è imparentato alla lontana con i Braggiotti. Spulciando i documenti ufficiali, si scopre che a quello stesso indirizzo in rue de Candolle sono riconducibili numerose società. MyQube, di cui Gemmellaro è anche socio, condivide la sede con la finanziaria Ad Line, una sigla che ricorre spesso nelle indagini sul crack delle aziende di Fulchir. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Ad Line avrebbe incassato milioni di euro prelevati dalle casse di Finmek. Soldi e titoli viaggiavano tra l’Italia e la Svizzera a gran velocità. Alla fine, però, il contante (alcuni milioni di euro) è rimasto sui conti bancari della società ginevrina che, si sospetta, sarebbe in qualche modo legata allo stesso Fulchir. A partire dal 2000, e forse anche da prima, questo stesso copione è andato in scena un’infinità di volte. Mentre il gruppo colava a picco sotto il peso dei debiti, il socio di controllo e i suoi sodali si sono arricchiti spolpando le aziende. Per anni la Finmek ha funzionato come una discarica. In una complicatissima girandola di affari in cui appare evidente il tentativo di depistare eventuali indagini, Fulchir si è fatto carico di un gran numero di società in grave crisi se non addirittura a un passo dal fallimento. Qualche nome: Olivetti personal computer, Magneti Marelli sistemi elettronici, Telit, alcune attività di Italtel e Texas Instruments. Un successone. I posti di lavoro, almeno sulla carta, sono salvi e a Roma i politici applaudono sbloccando aiuti e sovvenzioni di Stato. Secondo le accuse, dietro questa strategia c’era un disegno criminale preciso. Nel giro di breve tempo le aziende acquisite vengono chiuse oppure di nuovo vendute poco prima del crack definitivo. Nel frattempo Finmek incassa i sussidi pubblici e Fulchir alimenta i suoi conti off shore. [...]» (Vittorio Malagutti, ”L’espresso” 21/6/2007).