Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
L’Istat ha certificato che l’Italia vive in deflazione. Nonostante un’impennata dei prezzi a dicembre, determinata dai rincari del petrolio, la nostra media-prezzi nell’anno 2016 è stata di un -0,1% rispetto al 2015. I tedeschi invece viaggiano con un’inflazione aumentata, rispetto al 2015, di mezzo punto. E l’area europea sta addirittura al +1,1 annuale a dicembre. È un altro segno della crisi che attraversiamo: produzione scarsa, domanda scarsa, fiacchezza generale. L’impennata di dicembre non conta nemmeno: l’aumento dei prezzi energetici è considerato inflazione cattiva, l’inflazione buona essendo quella determinata dai consumi. Cioè il denaro che circola e che stimola la produttività.
• È meglio essere travolti dall’inflazione o dalla deflazione? Mi ricordo gli anni Settanta, con l’inflazione al 20% e tutti che gridavano.
Un po’ di inflazione ci vuole, e infatti la Banca centrale ha il compito di tenere ferma l’inflazione intorno al 2%, senza sorpassare questo limite né verso il basso né verso l’alto. Draghi non è ancora riuscito nel compito dato che l’inflazione è molto bassa in tutta l’area. Come mai un’inflazione, diciamo al 2%, è considerata positiva? Perché chi produce si sente motivato dalla speranza che i prezzi della merce che vende tendano a salire. E perché il consumatore è spinto a comprare oggi invece che domani, dato che domani il bene desiderato costerà qualcosa in più.
• La deflazione invece...
Se so che quello che voglio comprare domani costerà meno e dopodomani ancora meno, aspetterò a comprare. E a furia di aspettare, chi produce avrà difficoltà a vendere. Chi produce avrà il morale basso per questo: pagherà gli stessi stipendi ogni mese, ma la sua merce verrà valutata sempre meno. La deflazione spinge all’inerzia. Se nessuno vuole comprare più niente, si ferma tutto.
• Non siamo a questo punto, vero?
No, ma per chi ha debiti la deflazione è una vera e propria calamità. Ho preso in prestito i soldi i soldi anni fa in un momento in cui con quella somma potevo comprare, mettiamo, tre cose. Devo restituirli domani quando con quella somma potrei comprare non tre, ma quattro cose. Cioè sto restituendo denaro che nel frattempo si è rivalutato. Rimessa netta. E l’Italia ha un debito di 2.300 miliardi di euro.
• Che si può fare?
Il petrolio sta a circa 58 dollari il barile. Per noi è un’inflazione cattiva, ma potrebbe far entrare un po’ di utili in paesi come la Russia che forse aiuterebbero, comprando, le nostre esportazioni. Anche Trump potrebbe aiutare le esportazioni verso gli Stati Uniti aumentando i tassi d’interesse e indebolendo l’euro. Questo se si limiterà a mettere dazi sulle importazioni cinesi e non su quelle provenienti dal resto del mondo. Per il resto, di tutte le cause che deprimono la nostra economia, io credo che la più importante sia quella demografica, perché chi mai avrà bisogno di comprare cose (salotti, automobili, abiti) se non i giovani. Quindi i dati della deflazione ci rimandano ad altre statistiche, che facciamo sempre finta di non vedere: in Italia ci sono 144 anziani ogni 100 giovani, e nel 2050, continuando così, ci saranno 280 anziani ogni 100 giovani. L’Italia è prima in Europa per il numero di ottantenni, avendo superato la Svezia, che era prima per numero di ottantenni fin dal 2005. L’Italia è anche quarta per l’aspettativa di vita di questi ottantenni (9,5 anni), dopo Francia, Spagna e Lussemburgo. In tutta Europa due ottantenni su tre sono donne. Il Ministero della Salute ha di recente comunicato che se in Italia non nasceranno più figli di quanti non ne nascano attualmente, nel 2050 ben l’84% degli italiani sarà formato da anziani inattivi. Dati altrettanto scoraggianti tra i professionisti: I professionisti italiani hanno un’età media di 43,5 anni. I più vecchi sono i professori universitari ordinari (età media 59,6), seguiti dai prefetti (54,3) e dai dipendenti dei ministeri (53,2). Gli insegnanti hanno un’età media che oscilla tra i 50 e i 50,8 anni, i giornalisti 49, i diplomatici 44,3, i poliziotti 43,5, i contadini 43, gli estetisti e i parrucchieri 39. A parte i cosiddetti «lavoratori somministrati» (35,9), i più giovani sono i militari (37,7) che non producono. Del resto il 62,5% degli italiani di 18-35 anni vive con i genitori e solo un terzo di questi lavora. Cioè una popolazione che dovrebbe essere la più attiva sta in realtà ferma.
• All’estero la situazione è altrettanto grave?
È grave, ma non come da noi. Sto ai dati contenuti nel blog di Asia Times tenuto da un ignoto Spengler. «A oggi, il 20 per cento della popolazione dei paesi sviluppati ha più di sessant’anni, ma a metà del secolo circa il 40% della popolazione dei paesi sviluppati avrà più di sessant’anni, secondo lo scenario dell’Onu. I mercati dei capitali sono, nella loro essenza, le persone anziane che prestano denaro alle persone giovani. Se queste diventano poco numerose, ecco che le occasioni di investimento si riducono e quindi si riduce il rendimento dell’economia reale e finanziaria».
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