Libero, 5 gennaio 2017
In Arabia frustano chi chiede lo stipendio
Decenni di soprusi, frustate, decapitazioni e ingiustizie di tutti i generi sono valsi all’Arabia Saudita un posto fisso nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, riconfermato quasi per acclamazione (152 voti) un paio di mesi fa. Con una tale medaglia al petto appuntata senza vergogna e in spregio a tutti i principi sui quali in teoria si è fondato l’Onu stesso, non ci si deve sorprendere se Riad continua a fare i suoi comodi in casa sua come in tutto il Medio Oriente: di fronte al suo petrolio nessuno ha mai osato muovere un dito e quando qualcuno ci ha provato è stato subito messo a tacere.
Con totale certezza passeranno inosservate anche le 300 frustate, più qualche mese di carcere, comminate quale punizione, dopo regolare processo, a 49 lavoratori stranieri dell’edilizia che l’anno passato erano scesi in piazza per protestare non contro le pietose condizioni di lavoro ai quali sono costretti, non contro il degrado dei dormitori nei quali devono senza eccezione vivere, ma contro il semplice fatto che non hanno ricevuto lo stipendio per mesi, qualcuno anche più di un anno. Gli operai in questione sono dipendenti del gruppo BinLadin, gigante saudita dell’edilizia fondata dal nonno del terrorista più famoso della storia, in crisi come tutte le altre, dopo il crollo del prezzo del greggio che ha travolto l’economia dell’Arabia Saudita.
Con la crisi molti dei progetti della BinLadin, come anche quelli della Saudi Oger di proprietà del primo ministro libanese Saad Hariri, sono saltati o sono stati rallentati e i ricavi sono drasticamente diminuiti. Migliaia di dipendenti per lo più indiani, pakistani e filippini sono stati licenziati e di fatto abbandonati in campi di lavoro fatiscenti, senz’acqua, elettricità e servizi igenici. Si rifiutano di andarsene e non accettano nemmeno un biglietto d’aereo pagato dal governo saudita finché non ricevono tutti gli stipendi a loro dovuti. La scorsa estate grazie all’intervento dei loro Stati d’origine Riad si è convinta a stanziare cento milioni di riyal da fondi governativi per aiutare i lavoratori abbandonati. Contemporaneamente il ministro del lavoro Mufrej al Haqbani annunciava che le imprese avevano iniziato a pagare i loro ex dipendenti e che a settembre sarebbero stati saldati tutti. Il mese scorso la BinLadin ha annunciato di aver completato i pagamenti, non la Saudi Oger i cui dipendenti devono ancora ricevere almeno 5 mesi di stipendio con il quale mantengono le loro famiglie ai Paesi di origine. La Saudi Oger sostiene che salderà i suoi dipendenti solo quando Riad si deciderà a sua volta a saldare i conti con l’impresa stessa.
Si parla di un paio di mesi. Nel frattempo, contemporaneamente alle promesse e alle miti protrste dei governi, alcune centinaia di lavoratori senza speranza hanno deciso di fare l’impensabile nell’Arabia dei diritti umani a misura d’Onu: scendere in piazza per protestare. La protesta è anche degenerata, un paio di pullman della BinLadin sono stati incendiati, qualcuno si è messo a insultare il re. Una cinquantina dei coraggiosi ma poco accorti asiatici sono stati arrestati e sono finiti dentro con varie e accuse. E con l’inizio del nuovo anno sono arrivate le scontate sentenze. Certo le 300 frustate verranno comminate a rate, ma è solo un modo di prolungare la sofferenza e per evitare che il condannato ci rimanga.
Al Haqbani, il ministro del Lavoro, dice che quello degli operai dell’edilizia non pagati è un finto problema e che riguarda solo una piccolissima parte dei lavoratori stranieri in Arabia Saudita: «Si tratta di un piccolo settore del mercato del lavoro. Abbiamo più di dieci milioni di stranieri che lavorano felicemente nel Paese. Se un’impresa come la Saudi Oger non rispetta le regole, questo non potrà distruggere l’immagine positiva del nostro mercato del lavoro».