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 2017  gennaio 05 Giovedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - LA QUESTIONE DEL CIE CORRIERE.IT «Il bilancio dell’approccio hotspot non può che considerarsi deficitario ed evidenziare un sostanziale fallimento del piano europeo: a fronte del raggiungimento di un tasso di identificazioni di oltre il 94 per cento, non sono corrisposti risultati positivi in termini di persone ricollocate e persone rimpatriate»

APPUNTI PER GAZZETTA - LA QUESTIONE DEL CIE CORRIERE.IT «Il bilancio dell’approccio hotspot non può che considerarsi deficitario ed evidenziare un sostanziale fallimento del piano europeo: a fronte del raggiungimento di un tasso di identificazioni di oltre il 94 per cento, non sono corrisposti risultati positivi in termini di persone ricollocate e persone rimpatriate». Qualche numero: «Alla fine di dicembre 2016, sono state ricollocate dall’Italia in altri Stati membri solo 2.350 persone sul totale di 40.000 previste dal piano europeo». Appena il 5 per cento. «La funzione del Cie è praticamente esaurita» L’ultima fotografia scattata dalla Commissione diritti umani del Senato sui Centri di identificazione ed espulsione in Italia risale a tre giorni fa, è aggiornata con i dati relativi al 2016, e mostra che la quota di persone distribuite sul continente o rispedite nel Paese d’origine è molto inferiore alla soglia programmata o perseguita dalle varie strategie governative. La più recente, annunciata dal Viminale, prevede il ritorno ai Cie, ma dalla relazione della commissione presieduta da Luigi Manconi, senatore del Pd come il ministro dell’Interno Marco Minniti, emerge una critica nemmeno troppo velata. Perché «proprio alla luce dell’elevatissima percentuale di persone identificate all’interno degli hotspot e alla disponibilità immediata di dati anagrafici e impronte digitali in una banca-dati condivisa da tutte le forze di polizia degli Stati membri, la funzione istituzionale dei Cie risulta residuale se non praticamente esaurita». La difficoltà nei rimpatri Insomma, se tra i migranti si vogliono cercare e fermare in tempo i potenziali terroristi o le persone considerate pericolose perché hanno già commesso reati, è un problema di polizia e di coordinamento tra apparati, soprattutto a livello europeo; non di identificazione. E nemmeno di espulsione, visto l’esito di quella ordinata — prima in Italia e poi in Germania — nei confronti di Anis Amri, lo stragista di Berlino. «L’analisi dei dati conferma le difficoltà nell’eseguire i rimpatri e l’inefficacia dell’intero sistema di trattenimento ed espulsione degli stranieri irregolari», denuncia la relazione. Durante i primi nove mesi del 2016, su 1.968 persone passate dai Cie, ne sono state rispedite indietro solo 876, cioè meno della metà. E negli anni precedenti, quando i numeri erano più alti, si è sempre rimasti intorno alla soglia del 50 per cento. Gli altri diventano automaticamente irregolari. Gli hotspot Un’altra fabbrica di clandestini sono gli hotspot dove vengono raccolti i migranti prima dello smistamento secondo le indicazioni europee. Quelli che fanno domanda di asilo politico entrano in un circuito separato, mentre chi non lo chiede è destinato al rimpatrio. In teoria. Tra il settembre 2015 e il gennaio 2016, tra quelli sbarcati a Lampedusa 74 sono stati distribuiti nei Cie, mentre 775 (più del 18 per cento sul totale degli arrivi) hanno ricevuto l’ordine di lasciare il Paese entro sette giorni, verosimilmente non rispettato: «Di fatto sono destinati a rimanere irregolarmente sul territorio italiano, e a vivere e lavorare illegalmente e in condizioni estremamente precarie nel nostro Paese». I dati sull’hotspot di Taranto, relativi al periodo marzo-ottobre del 2016, riferiscono di 14.576 migranti transitati da quella struttura, di cui solo 5.048 (il 34 per cento) arrivati con gli sbarchi; gli altri «sono stati rintracciati sul territorio italiano e condotti a Taranto per essere identificati». Una pratica che secondo la Commissione «desta molte perplessità». Il 22 ottobre ne sono arrivati un centinaio da Milano, raccolti di notte intorno alla stazione; i successivi controlli hanno appurato che «alcuni avevano già avviato la procedura per la richiesta d’asilo, erano in possesso di regolare permesso di soggiorno e disponevano di un posto nel circuito di accoglienza». Anche a Taranto, come dagli altri Centri, chi non ha diritto all’asilo è destinato alla clandestinità. Nonostante la grande maggioranza aspiri a un lavoro, o già lo eserciti nelle pieghe nascoste della società. «C’è la tendenza a spingere verso l’illegalità criminale coloro che invece vorrebbero emergere nella legalità della regolarizzazione» spiega il presidente Manconi, per il quale una soluzione adeguata può essere cercata solo con adeguate politiche sociali. LASTAMPA.IT Nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha illustrato i risultati del lavoro della commissione sulla radicalizzazione islamica in Italia: «Sono stati appurati i percorsi del fenomeno che si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi, nelle carceri e nel web. Sono situazioni molto diverse - ha spiegato -. Ma bisogna lavorare sulle carceri e sul web per la prevenzione». Jihad, Gentiloni: “No all’equazione migrazione-terrorismo” “In Italia meno radicalizzazione altri Paesi” «C’è una specificità» italiana nei fenomeni di radicalizzazione e «per certi versi è più rassicurante nel senso che le dimensioni numeriche della radicalizzazione sono minori che in altri Paesi. Ma il fatto di avere un numero minore di persone radicalizzate o foreign fighters non ci deve indurre a sottovalutare il fenomeno e la necessità di capirlo» ha aggiunto. Terrorismo, Gentiloni: carceri e web luoghi radicalizzazione “Coniugare attività umanitarie e accoglienza” «La bussola su cui si muove il governo» richiede da un lato «politiche migratorie sempre più efficaci, che coniughino attività umanitaria e accoglienza» da un lato 3 «politiche di rigore e di efficacia nei rimpatri» dall’altro. Gentiloni ha anche ribadito come l’Italia stia facendo «un grande sforzo sul contrasto alla radicalizzazione e alla minaccia terroristica» e su questo fronte è necessario un impegno a «medio termine assieme alle comunità islamiche, ingaggiandole in un’attività di prevenzione». Minniti: “No equazione immigrazione-terrorismo” Il ministro dell’Interno Minniti ha spiegato che «la cosa più sbagliata fare un’equazione immigrazione-terrorismo. Le parole pronunciate dal presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno sono le migliori e rispecchiano il mio sentimento». «Dal mio giuramento è passato meno di un mese e da allora ho lavorato perché intendo - e su questo non recedo di un millimetro - presentare una proposta organica e complessiva al Parlamento italiano, come giusto che sia. È giusto che il Parlamento, maggioranza e opposizione, possano valutare in maniera serena e adeguata». Vidino: “Un centinaio di foreign fighter in Italia” Durante la conferenza stampa sul fenomeno della radicalizzazione islamica il professor Lorenzo Vidino ha quantificato in «poco più di cento» i foreign fighter in Italia «rispetto ai 1500 della Francia». REPUBBLICA.IT "I percorsi di radicalizzazione si Sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri e nel web". Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni dopo aver incontrato a Palazzo Chigi, con il ministro dell’Interno Marco Minniti, la Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista coordinata dal professor Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo islamico e violenza politica. Gentiloni ha sintetizzato "uno dei risultati più importanti" dello studio della Commissione cioè "il fatto che questi percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete dall’altro più che in altri luoghi dove ci siamo in passato concentrati". "Senza escludere altre possibilità anche perché l’eterogeneità di questo fenomeno è stata molto sottolineata - ha sottolineato il premier - bisogna lavorare su carceri e web. Questo deve essere uno dei compiti principali di questa attività di prevenzione". Gentiloni ha spiegato che "c’è una specificità" italiana nei fenomeni di radicalizzazione e "per certi versi è più rassicurante nel senso che le dimensioni numeriche della radicalizzazione sono minori che in altri Paesi. Ma il fatto di avere un numero minore di persone radicalizzate o foreign fighters non ci deve indurre a sottovalutare il fenomeno e la necessità di capirlo". Il premier ha ribadito che "insieme alla vigilanza massima e alla prevenzione per il rischio che la minaccia si riproponga" il governo è impegnato su "politiche migratorie sempre più efficaci che devono coniugare la grandissima attitudine umanitaria e di accoglienza che ci caratterizza e che - ha sottolineato - ci caratterizzerà", il tutto insieme a "politiche di rigore ed efficacia nei rimpatri". Minniti. Il ministro dell’Interno ha spiegato che "la commissione ha rispettato i termini, 4 mesi, ha consegnato un lavoro organico, il lavoro deve continuare, il fenomeno cambia anche in tempi molto rapidi". "È un lavoro che proseguirà - ha aggiunto Gentiloni - "perché l’esigenza del Governo di comprendere sempre meglio i percorsi della radicalizzazione al fine contrastarla non si esaurisce oggi". La commissione istituita il primo settembre inizialmente avrebbe dovuto avere una durata limitata a 120 giorni, tuttavia oggi a seguito dell’incontro di oggi, il presidente del Consiglio ha confermato la prosecuzione del lavoro in atto. "È un lavoro che ci aiuta a comprendere un fenomeno che per essere contrastato in modo efficace va capito", ha concluso. "Il fenomeno della radicalizzazione è per sua natura in evoluzione, non può essere ’fotografato’ perché le sue forme cambiano in modo molto significativo e in tempi molto rapidi", ha spiegato Minniti. "Abbiamo di fronte un fenomeno che io chiamo il ’malware del terrore’, di fronte al quale dobbiamo costruire una rete protettiva. Il web è il punto sul quale l’Isis può far crescere la sua capacità asimetrica", ha aggiunto l’ex sottosegretario con delega ai servizi segreti. Minniti ha detto che questo "problema che riguarda il web riguardava anche molto la mia precedente esperienza di governo" e "non può essere limitato solo a un Paese", ha detto il ministro auspicando "una cooperazione molto forte tra i governi e i grandi provider, è l’orizzonte futuro, a maggior ragione se noi ci troviamo di fronte in una situazione in cui lo Stato islamico appare in difensiva sempre di più sul fronte militare". "Non solo dobbiamo fare un lavoro di prevenzione ma anche di deradicalizzazione. E’ possibile e auspicabile - ha aggiunto il titolare del Viminale - Bisogna lavorare alla deradicalizzazione dei foreign fighters, anche se in Italia il fenomeno è lieve. Una grande democrazia non lascia mai nulla di intentato sul tema del recupero", ha detto Minniti. All’inizio di Islamic state, ha ricordato Minniti, "le stime parlavano di 25mila foreign fighters provenienti da 100 Paesi nel mondo". L’obiettivo dunque deve essere incanalare queste persone "in un percorso di integrazione. La deradicalizzazione va affidata a esperti che sappiano tenere insieme più aspetti, medico, assistenziale, sociologico... I foreign fighters che non vogliono deradicalizzarsi - ha continuato il ministro - spettano invece alle forze di sicurezza". Nel nostro Paese "abbiamo un livello di integrazione meno problematico perché in Italia è cominciata dopo rispetto ad altri. Quindi possiamo affrontare insieme il tema della radicalizzazione e dell’integrazione". Minniti ha poi voluto sottolineare che il tema migranti e terrorismo "non è una questione di polemica politica e io non l’affronterò mai come tale, nemmeno sotto tortura". Immigrazione e Cie. "Il tema immigrazione va affrontato - ha sottolineato Minniti - con una visione complessiva, la cosa più sbagliata da fare è vederne un pezzettino separato da un altro. Dal mio giuramento è passato meno di un mese e da allora ho lavorato perché intendo - e su questo non recedo di un millimetro - presentare una proposta organica e complessiva al Parlamento italiano, come giusto che sia. E’ giusto che il Parlamento, maggioranza e opposizione, possano valutare in maniera serena e adeguata. E’ anche il modo giusto di diffondere un messaggio all’opinione pubblica italiana. Il ministro dell’Interno terrà profondamente conto di quello che dirà il Parlamento". Il ministro ha poi sottolineato che lavorerà con tutte le sue forze "perché siano rispettati i diritti umani e le strutture di accoglienza di grandi dimensioni non vanno in questa direzione". Minniti ha poi contestato la definizione di "Italia come ’porta girevole del terrorismo’. Il nostro è un sistema che funziona, ma che può certamente essere migliorato", ha detto. "Ricordo ’Sliding doors’ - ha continuato il ministro - uno straordinario film che parlava delle casualità della vita. Quelle sono le porte girevoli che mi piacciono, quelle delle imprevedibilità della vita", ha concluso. Espulsioni. "Negli ultimi due anni abbiamo espulso dal Paese 133 persone preventivamente per terrorismo", ha specificato Minniti. "Prima di firmare un’espulsione - ha ribadito - devo avere l’accordo con il Paese che riprende la persona". In questo senso è importante il lavoro che si sta svolgendo con la Tunisia, dove il ministro si è recato da poco "per parlare con il loro premier e il loro ministro dell’Interno: c’è collaborazione", tanto che il 16 gennaio si farà a Tunisi una riunione con un gruppo misto di forze di polizia dei due Paesi. "Anche per quanto riguarda la protezione della costiera adriatica e della Puglia c’è massima attenzione e prevenzione". Il coordinatore della Commissione. "Il messaggio che arriva dall’Isis va contrastato sia sui social media sia con azioni di ingaggio positivo sul territorio, le comunità locali devono essere coinvolte, serve una necessaria partnership con la società civile, il lavoro non può essere fatto solo dalle forze antiterrorismo, ci deve essere una divisione dei ruoli con la società civile, dall’associazionismo al mondo della scuola", ha detto Lorenzo Vidino. "La comunità dell’antiterrorismo ha capito che un approccio basato solo sulla repressione non è più sufficiente", ha affermato Vidino. "Per quanto il sistema abbia funzionato, penso al caso Amri che lo dimostra, si è avvertita un’esigenza da parte delle forze dell’ordine e della comunità dell’intelligence di utilizzare anche strumenti di prevenzione: misure soft che vanno a prevenire processi di radicalizzazione in fase embrionale", ha aggiunto il professore. "Il Paese è ancora latitante nella prevenzione del terrorismo, la raccomandazione della nostra commissione è stata proprio questa: bisogna fare prevenzione contro la radicalizzazione, è un investimento nel medio-lungo termine"ha sottolineato il coordinatore della Commissione di studio. Il fenomeno in italia è ancora lieve, "ci sono poco più di 100 foreign fighters", ha precisato Vidino, un numero molto inferiore rispetto a "Germania, Francia o Belgio". Il ritardo è forse dovuto al fatto che "in Italia non abbiamo ancora seconde o terze generazioni. Qui il fenomeno è indietro di 5-10 anni rispetto ad altri Paesi, ora in Italia vediamo tendenze che altrove vedevamo dieci anni fa", ha concluso il coordinatore. Le immagini esclusive della sezione di alta sicurezza a Sassari dove le persone accusate di terrorismo islamico sono isolate dagli altri detenuti e sottoposti a controlli: "Qui però nessun agente capisce l’arabo", avvertono gli operatori. I comandanti della polizia penitenziaria svelano i protocolli per scongiurare il rischio di proselitismo in carcere. E l’imam di Roma racconta: "Così a Regina Coeli vado a smontare le teorie religiose degli estremisti". La quarta puntata della serie prodotta da Repubblica Tv e Visualdesk in collaborazione con l’Associazione Antigone