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 2017  gennaio 05 Giovedì calendario

Viaggio nella polveriera Mineo, il centro più grande d’Europa

MINEO Borotalco, borotalco dappertutto. E musica, canti e urla. Un carosello impazzito di uomini, donne, bambini che, in una nuvola di polvere bianca, insegue J.B. Si fa festa così nel lungo vialone del Villaggio degli Aranci davanti alle villette a schiera color ocra, un tempo austere residenze delle famiglie dei militari americani di Sigonella e oggi trasformate in una grande kasbah dove vivono, o provano a convivere pacificamente, 3700 persone di 40 nazioni e 400 etnie.
J.B, 22 anni, nigeriana, piange e ride e si fa abbracciare. Sventola il suo trofeo. «Mi hanno dato i 5 anni...». È il permesso di soggiorno per chi viene riconosciuto rifugiato politico. A meno di un chilometro, seduta su un muretto della superstrada Catania-Gela, Nadine, anche lei nigeriana, invece sfida il freddo dei sei gradi di una giornata plumbea in minigonna inguinale, maglietta rossa di paillette e stivaloni con le zeppe. «Per ora il mio lavoro è questo. Non mi piace e non è per fare questo che sono venuta in Italia. Ma ho un debito di 10 mila euro con i boss della traversata e devo mandare i soldi a casa se no faranno male alla mia famiglia». Nell’agrumeto accanto, l’anziano agricoltore la saluta con la mano. «Il giro di prostitute lo gestiscono lì dentro. Chiedono da 20 a 50 euro per una prestazione».
Eccole le due facce del Cara di Mineo, il più grande centro per richiedenti asilo d’Europa, una vera e propria città di migranti nella piana di Catania: 3.700 ospiti a fronte dei 4.000 abitanti del piccolo paese arroccato sulla collinetta di fronte. «Una città parallela impossibile da gestire, in cui ogni giorno succedono risse, reati di ogni genere, che impegna le forze di polizia con gravi problemi di sicurezza per il territorio – dice il procuratore di Caltagirone Giuseppe Verzera – L’atroce omicidio dell’anno scorso di una donna di Palagonia, violentata in casa, derubata e gettata dal balcone da un ivoriano ospite del centro è solo il più grave di questi fatti. Il Cara di Mineo è un affare di Stato, io l’ho detto davanti a più commissioni parlamentari. Non tocca a me prendere provvedimenti, io non faccio il politico, ma il magistrato».
E da magistrato, oltre ad indagare sulla tranche siciliana del mega appalto da 100 milioni di euro per la gestione del centro andata alle imprese di Mafia capitale, Verzera ha già portato alla luce una truffa da un milione di euro per il pagamento delle spese relative a migranti non più ospitati dal centro e una vera e propria parentopoli all’interno del Cara. Che è poi uno dei motivi per cui, se fai un giro nel centro del paese, è difficile trovare qualcuno che abbia a che ridire sulla presenza di questo centro che una mozione parlamentare approvata da qualche settimana vorrebbe avviare alla chiusura: «Qui ogni famiglia ha qualcuno che lavora al Cara – spiegano al bar – assunti, in cooperative, consulenti, nell’indotto. Il Cara dà da mangiare a tutti». Al di là della sbarra sorvegliata da militari dell’esercito in tuta mimetica, la realtà del Cara sembra molto lontana da quella del centro di Cona. Nel padiglione destinato alla scuola non si fa vacanza neanche in questi giorni di Natale. Sono in 30 a fare lezione di italiano, quaderni aperti, si copiano le lettere dell’alfabeto dalla lavagna. Judith, 19 anni, viene dal Camerun, è qui da maggio. «Sono sola al mondo, non ho nessuno, voglio imparare l’italiano e fare l’infermiera». Il campo di calcio con la sua squadra iscritta al campionato, la danza e la musicoterapia, la chiesa per i cattolici, la moschea per i musulmani, altri spazi per le altre confessioni, il pronto soccorso aperto giorno e notte affidato alla Croce rossa e laboratori specialistici, un esercito di mediatori culturali, psicologi, avvocati, consulenti legali. «Siamo perfettamente in grado di gestire questi numeri – dice il direttore Sebastiano Maccarrone – abbiamo una struttura collaudata e gestiamo tutto all’insegna del dialogo con i rappresentanti delle varie comunità. È chiaro che questa gente non attraversa deserto e mare per restare parcheggiata qui e se le cose vanno per le lunghe rumoreggia. Adesso, ad esempio, abbiamo 1300 eritrei da sette mesi in attesa di relocation».
Quattrocento villette a schiera di due piani, riscaldamento e aria condizionata, una mensa, negozi e bazar, lo spazio mamme e la ludoteca. Ma nel villaggio a cinque stelle per i migranti, come lo hanno definito, c’è anche chi spaccia, chi stupra e gestisce traffici di ogni genere. Denise Zaksongo, originaria del Burkina Faso, uno dei quattro vicedirettori, taglia corto: «Da noi quello che è successo in Veneto non può accadere perché noi mettiamo al centro la dignità della persona e il dialogo con i nostri ospiti. Sento gente sollecitare la chiusura dei centri come questi, ma l’alternativa qual e? Metterli sotto i ponti?».
Alle cinque di pomeriggio, quando è gia buio, un esercito di biciclette sbuca dalla statale riguadagnando la sbarra. Taksim, 26 anni, del Gambia, tira fuori dalla tasca 10 euro e quasi li sbatte sulle mani della moglie che lo aspetta con un bimbo in braccio. È la sua paga di oggi: 8 ore di lavoro in campagna a raccogliere arance.