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 2017  gennaio 05 Giovedì calendario

Fiasconaro, record eterno. «Datemi venti giovani Io li porterò a battermi»

«Datemi i venti migliori mezzofondisti italiani. Senza genitori tra i piedi, allenatori impiccioni, fidanzate che rompono. Che facciano un passo indietro: devono fidarsi. Li porto in ritiro, mangiamo insieme, giochiamo a golf, ci alleniamo correndo sull’erba come fa Ans Botha con Wayde Van Niekerk a Bloemfontein. Datemeli un mese e io garantisco di restituirveli con i personali ritoccati, e non di poco».
Come si fa a resistere al fascino di Marcello Fiasconaro, 67 anni, terzultimo primatista mondiale (1’43’’7 sul doppio giro di pista: Arena di Milano, 27 giugno 1973) che l’Italia abbia avuto? «Lancio la proposta al presidente Giomi. Io sono disponibile. Gliel’avevo già detto un paio d’anni fa...». E lui? «Rideva. Forse ha pensato a uno scherzo».
Il bar italiano di Hout Bay, penisola del Capo, qualche chilometro a Sud di Cape Town, serve cappuccini e sorprese. La più gradita ha il carisma, la stazza da rugbista e i baffoni sale e pepe dell’azzurro made in South Africa che negli Anni Settanta fece grande la nostra atletica nei 400 e nel mezzofondo veloce, mentre Pietro Mennea infiammava lo sprint. Altri tempi, altra schiatta di campioni. Bisogna essere italiani, appassionati e over quaranta (ahinoi) per riconoscere nell’omone che varca la soglia in jeans e scarpe da tennis, reduce dal babisitteraggio dei nipotini, il magnifico selvaggio con barba e capelli lunghi che a Helsinki ’71 addentava l’argento europeo negli 800 e il bronzo nella 4x400, figlio di Gregorio, musicista siciliano deportato in Sudafrica come prigioniero dalle forze britanniche durante la guerra, e Mabel Marie di Pietermaritzburg, provincia del KwaZulu-Natal. In uno slang da Don Lurio («Sto perdendo il vocabolario...»), è un vero piacere fare una sgambata tra passato e futuro con l’icona sportiva che il Comune di Milano festeggiò nel 2013, a quarant’anni dal capolavoro.
Il suo tempo, eguagliato da Andrea Longo nel 2000, sta ancora lassù, in vetta alle liste italiane. Sorride amaro: «Ti sembra normale? Ma non ha senso, dai... Da un lato la longevità m’inorgoglisce, dall’altro mi fa pensare che sia una follia!». Giordano Benedetti, il campione assoluto 2016 nella distanza, gli è sopra di 4’’ abbondanti (1’48’’15): «Io a questo punto mi chiedo: ai nostri mezzofondisti interessa davvero battermi?...». Parliamone Marcello. «Di certo non sarei un allenatore classico. Ma sono stato atleta e so cosa serve per emergere». È informato, asciutto, mai presuntuoso. Nemmeno quando dice: «Ai Giochi di Rio il mio tempo negli 800 sarebbe valso il sesto posto in finale». Dietro l’oro del Kenya David Rudisha, il più sopraffino interprete in circolazione. «Gli azzurri, infatti, li farei allenare come i keniani. Tutti insieme, per fare gruppo. Dentro lo spirito di squadra, poi, va creata una sana competizione. Tipo: corriamo quattro volte i 300 e se non scendi sotto i 34’’, penitenza. Lo ripeto: stiamo qualche mese insieme, un po’ a Formia (a proposito, quando ho saputo della morte di Vittori ho pianto tre giorni) e un po’ in altitudine da me, a Johannesburg».
S’informa: «Magnani ora che fa? È un bravo tecnico ma la mentalità della maratona non può essere esportata». Argomenta: «Il decentramento è sbagliato, la guerra tra gli allenatori sbagliatissima». Gli occhi si riaccendono di passione vera. Però, Marcello, i giovani non ti conoscono: «Ma Giomi, Baldini e Locatelli, i due nuovi c.t., sì. I ragazzi vadano su You Tube a informarsi, al resto ci penso io». Precisa: «Non cerco lavoro: in Sudafrica sto benissimo. È solo che mi piacerebbe dare una mano». Lui fumava, beveva un bicchiere prima delle gare, cuccava molto. «La mia era un’atletica allegra, viva. Oggi li vedo terrorizzati sui blocchi, tremanti, senza carattere. Forse sono troppo coccolati, non sanno più soffrire». Varrebbe la pena di metterli nelle manone del sudafricano de noantri, fatto di muscoli e sostanza. «Io ci vorrei provare. Sono sicuro che un po’ di Fiasconaro, all’Italia, male non farebbe».