Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha condannato a 16 anni di carcere Annamaria Franzoni, accusata di aver ucciso con diciassette colpi alla testa il proprio figlio Samuele, di anni tre compiuti da poco. Il fatto è avvenuto il 30 gennaio 2002, poco dopo le otto del mattino, in una villetta di Montroz, frazione di Cogne. La Franzoni era già stata condannata in primo grado a trent’anni. S’è sempre proclamata innocente.
• Le posso dire una cosa? Ne ho pietà. Ieri l’ho sentita alla televisione, quando l’avvocato l’ha invitata a dire ancora qualcosa. E allora s’è sentita la sua voce rotta dal piant «Volevo dire, spero che siate giusti nel giudicare. Non ho ucciso mio figlio, non gli ho fatto niente».
Sì, piangeva anche il marito Stefano. Poi se ne sono tornati a Ripoli, vicino a Bologna, e al momento della lettura della sentenza la Franzoni non c’era. I giudici sono rimasti rinchiusi in camera di consiglio nove ore. Qualche difficoltà dev’esserci stata, anche se la sentenza è quella che si prevedeva.
• Cioè?
Cioè, l’accusa aveva chiesto la conferma dei trent’anni, la difesa l’assoluzione piena. Che si sarebbe arrivati a un compromesso lo si era capito qualche giorno fa, quando il procuratore generale Vittorio Corsi aveva invitato Annamaria a confessare. «Vedo una donna chiusa in gabbia, che non ha il coraggio di ammettere quello che ha fatto, forse per orgoglio, forse perché è in un vicolo buio. una bimba che non vuole ammettere di aver combinato un grosso guaio».
• Che attenuanti le hanno concesso?
Nella sentenza c’è scritto solo attenuanti generiche. Si tratta certamente della semi-infermità mentale. I giudici credono che Annamaria abbia commesso il fatto ma che in quel momento non fosse completamente in sé. Perciò hanno ridotto i trent’anni a sedici. Intendiamoci, non andrà in carcere: la difesa ricorrerà in Cassazione e fino alla condanna definitiva l’imputata resta libera. La si tiene in carcere solo se si pensa che possa fuggire, ripetere il reato o inquinare le prove. Tre eventualità che sono già state escluse in precedenza.
• La difesa sostiene che manca la prova regina, che è un processo fortemente indiziari Annamaria sarebbe colpevole perché «solo lei avrebbe potuto uccidere».E’ stato uno strano processo d’appello. In genere nel secondo grado di giudizio ci si limita a riesaminare tutte le carte e imputati e testimoni non vengono neanche sentiti. Stavolta invece s’è praticamente ricominciato daccapo, con perizie, controperizie, sopralluoghi, filmati in aula, che hanno anche molto turbato l’imputata. La difesa sostiene che una persona è entrata nella casa di Montroz in quei pochi minuti in cui Annamaria s’è allontanata, e ha ucciso. Il marito di Annamaria ha anche interpretato la parte di questo presunto assassino, mostrando che avrebbe potuto benissimo fuggire per un canalone senza essere visto. L’avvocato Paola Savio, che ha preso il posto di Taormina nella difesa della Franzoni, ha sostenuto ieri che ci sono due macchie, le quali «indicano potenzialmente il percorso di uscita dell’assassino». Gli inquirenti non hanno mai creduto a questo indizio e non le hanno mai esaminate. L’avvocato Savio, che ha cominciato il suo lavoro l’anno scorso come difensore d’ufficio (in uno dei tanti momenti in cui Taormina s’era dimesso), se ne è lamentata.
• Lei che ne pensa?
Non riesco a capacitarmi del movente: qualcuno che si nasconde là vicino, la mattina presto, e aspetta la breve uscita di casa della mamma per andare dentro e compiere un misfatto simile. E a che scopo? Di moventi forti e credibili non ne è uscito nessuno. Badi che questo ragionamento non può essere considerato una prova contro la Franzoni. Cioè non si può mandare in carcere qualcuno con la motivazione che non c’è nessun’altro che possa aver commesso il fatto. Staremmo freschi. Leggeremo comunque tra novanta giorni le motivazioni della sentenza. E attenderemo per qualche mese l’ultimo atto di questa tragica partita, in Cassazione. una storia di cui l’Italia non smette di appassionarsi: anche ieri, a Torino, c’era la fila in strada, con tanto di biglietti numerati per assicurare ai primi arrivati i posti migliori. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 27/4/2007]
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