Giorgio Dell’Arti, Epoca, dovrebbe essere del 1994 (o giù di lì), 28 aprile 2007
Per Jacopo Loredan da parte di Giorgio Dell’Arti. Urge. Funari di Giorgio Dell’Arti Roma. Una nostra amica - molto fine, molto elegante - sente pronunciare il nome di Funari, subito si copre il viso con le mani, esclama: ”Orrore! Orrore!”
Per Jacopo Loredan da parte di Giorgio Dell’Arti. Urge. Funari di Giorgio Dell’Arti Roma. Una nostra amica - molto fine, molto elegante - sente pronunciare il nome di Funari, subito si copre il viso con le mani, esclama: ”Orrore! Orrore!”. L’amica nostra si ricorda i dentoni ricoperti di porcellana, la parlata romanesca, la voce squillante e greve, la spacconeria, le parolacce, la volta che parlò di come andava di corpo in tv, insomma la nostra amica - e con lei altri migliaia e migliaia - ha la sensazione che Funari sia l’incarnazione del cattivo gusto, con la sua Bentley verde, i miliardi esibiti e i vestiti comprati già imbastiti da Tincati a Milano. In effetti, eccoci qui a casa dell’uomo del giorno, vista sui Fori di Roma, la Rupe Tarpea a un passo ("si sentono gli strilli dei bambini ammazzati"), il Campidoglio là dietro, l’aria fresca che entra dalle finestre aperte, la domestica Lina che porta in tavola i cornetti, il caffè, l’uovo alla coque, Funari in mutande celesti e a petto nudo che risponde a migliaia di telefonate, s’agita, sbraita, grida ho vinto, ho vinto (per il fatto che Berlusconi l’ha dovuto riprendere) arriva la massaggiatrice, Funari si sdraia sul letto, non gliene frega niente che Galligani lo fotografa, che il cronista sta sulla porta del bagno a prendere appunti, si fa abbassare le mutande dalla massaggiatrice, ecco appaiono senz’altro le chiappe di Funari, piuttosto piatte si direbbe, la massaggiatrice ridendo come una matta smaneggia e spizzica, strilli, sghignazzi, soffocamenti, Funari sarà pure greve, ma un’allegria irrefrenabile si sparge per la casa dai muri chiari con mobili antichi, casa di notevole gusto, va detto, senza orpelli o esagerazioni, casa in cui la nostra elegante amica che esclama "Orrore! Orrore" potrebbe vivere benissimo ricevendo la buona società romana e facendoci per giunta la sua brava figura. Soldi. Funari s’è messo la vestaglia a righe e s’è seduto a tavola con noi per la colazione. Gli domandiamo senz’altro se sia ignorante. ”Leggo moltissimo”. Libri? ”No, libri no. Giornali”. Quanti giornali? ”Decine. I giornali, quasi quasi, me li mangio. Leggo i giornali e so tutto”. Come si fa a non leggere i libri? ”Il libro è lungo, non c’è tempo. Però ho divorato "La democrazia" di Sartori”. Questo per via della trasmissione? ”Per via della trasmissione e per via della passione. Vado pazzo per i giornali e per la politica”. La trasmissione sarà la solita, giornalisti in studio, politici alla sbarra, tema d’attualità, eccetera? ”Sì. Ma lavorerò di più con i giornalisti: prima, nei miei programmi, facevo diventare i giornalisti delle star. Adesso ne chiamerò uno per volta e lo farò diventare Dio”. Titolo del programma? ”Funari News”. Abbiamo fatto un salto di qualità, eh?, adesso c’è addirittura il nome in testata. ”Era ora, no?” E il sabato sera? ”People News, alle 20.30. La gente sceglierà le notizie della settimana, hit-parade dell’informazione. Su quelle faremo l’approfondimento e i servizi”. Quanto le dà Berlusconi adesso? ”L’ultimo anno avevo preso nove miliardi. Faccia lei i conti di quanto posso aver concordato per ritornare”. Non so’ troppi tutti ’sti soldi? ”E quello che faccio guadagnare alla Fininvest? Quest’anno con me Publitalia fatturerà 200 miliardi di sponsor. Brugola ha telefonato: "Gianfranco, c’è la fila!"”. Chi è Brugola? ”E’ quello che si occupa di trovare gli sponsor. Io poi le dico questo: a me dei soldi non me ne frega niente”. No? ”No. A Raitre l’anno scorso, siccome la facevano lunga con l’ingaggio ed erano arrivati a dire che più di 400 milioni non volevano spendere, io dissi: sapete che c’è? Vengo gratis”. Lei lo fece apposta perchè tanto sapeva che non l’avrebbero mai preso. ”Eh già. Così li smascherai. Però se m’avessero preso, avrei lavorato anche gratis. Perchè a me i soldi non mi interessano, a me mi interessa la vita!”. Vita. Nel ’53 Funari faceva il venditore di acque minerali per conto del deposito Salus, guadagno medio mensile trentamila lire. Una sera prende una ragazza e la porta alle Grotte del Piccione, dove cantava Marino Barreto junior. Tra taxi, whisky e il resto se ne vanno mille e cinquecento lire. Ragionamento di Funari: sto lavorando per non potermi permettere mai le Grotte del Piccione. A quel tempo, il nostro uomo viveva a Torpignattara, periferia di Roma, palazzoni che spuntano dai prati, ragazzini che giocano a pallone su uno sfondo di malinconia, eccetera eccetera: un film in bianco e nero che Pasolini ci ha fatto conoscere molto bene. Il padre era tipografo in via Sicilia, lo stabilimento stampava libri di chimica, ecc. La madre, maestra elementare, ma rimasta fuori dai ruoli perchè ferocemente antifascista (aveva portato i fiori al Lungotevere nel posto dove era morto Matteotti, i fascisti l’avevano presa a schiaffi e a causa di questo s’era portata appresso tutta la vita un occhio storto). La vita dei Funari d’allora si riassume bene con due parole: dignitosa povertà. La vita dei Funari degli anni precedenti (l’anteguerra e, soprattutto, la guerra) si descrive con altre due parole: miseria nera. O forse con una parola sola: fame. Funari: ”Avevamo un quadro a casa, c’erano dei versi latini, io stavo seduto e li leggevo, quando arrivavo a "luciferant, volant" cominciavo a piangere per la fame. Papà faceva: "dài, Gianfra’, vedrai che domani se magna". Domani, invece, niente. Mamma ci faceva focacce di vegetina, cioè polvere di piselli, una porcheria. Mangiavamo la cicoria con l’aceto, le fettuccine - quando si rimediava un po’ di farina - si potevano fare solo con l’acqua, all’inizio la forma era quella, alla fine venivano su pallottoline...” Il ricordo è così struggente che scendiamo tutti di sotto, alla trattoria San Teodoro in via dei Fienili, a mangiare rigatoni con la pajata, verdura ripassata in padella, fiori di zucca dorati e fritti. Servizio pubblico. Lei perchè non ha fatto un corso di dizione o di portamento, ha questo accento romano tremendo, la camminata da bullo... ”E’ che io sono di Roma e non voglio perdere le mie radici. Anzi, io prima di tutto sono italiano, vado pazzo per l’Italia, da Milano a Reggio Calabria, dove sto, basta che sto in Italia e sono felice. Però ogni italiano ha l’inflessione dialettale, ogni italiano parla al modo di casa sua. E io pure. E non mi vergogno per niente. A Milano m’adoravano e m’adorano ancora più che a Roma, perchè sentono che io sono autentico, che non frego. Poi c’è il fatto della televisione”. Cioè? ”Prima, il televisore ce l’avevano solo gli ingegneri, gli architetti, la gente chic. I presentatori potevano presentarsi e parlare fino, era un discorso tra gente che se ne intendeva. Poi il televisore è entrato in tutte le case, se lo sono comprato i carrozzieri, se lo sono comprato i muratori. A questi come bisogna parlare? Io raschio il fondo del barile. Io sono autentico”. Perciò l’idea di fare cultura in televisione è folle? ”La televisione è un’insalata russa dove bisogna dare tutto, dalla carota dolce al cetriolino acido”. L’idea dei nuovi amministratori della Rai di fare più cultura in tv sta in piedi o no? ”A me questi che sono venuti alla Rai adesso mi sembrano molto peggio di quelli di prima. Questi, secondo me, di televisione non capiscono niente”. Perchè? ”Quest’idea che il servizio pubblico se ne deve fregare dell’ascolto mi fa ridere. Ma come, sei servizio pubblico e allora la tua maggiore preoccupazione deve proprio essere quella di farti sentire! O no? Mandi la Quinta di Beethoven e non t’ha sentito nessuno e allora che la mandi a fare? Ma io le dirò di più: l’idea che la Rai debba fare il servizio pubblico è assurda”. Cioè? ”Ma è la televisione tutta che deve fare servizio pubblico: mostrando, informando, discutendo. E, soprattutto, facendosi vedere, perchè se non si fa vedere è inutile che esiste. E siccome è soprattutto la televisione commerciale che deve farsi vedere (perchè se non si fa vedere non piglia i soldi della pubblicità) allora io le dico questa verità paradossale: il servizio pubblico in Italia lo facciamo più noi della tv commerciale che la Rai”. Case. Questa intervista a Funari è durata tre giorni. La mattina del secondo giorno il cronista, sentendo che Funari - tutto nudo ma avvolto in un asciugamano di spugna celeste - tornava di continuo su mamma, papà, la miseria, la guerra, a volte ridendo, a volte commovendosi, chiese se non sarebbe stato possibile andare a visitare questi quartieri e case dell’infanzia di Funari, dico, visto che Funari voleva fare il sindaco di Roma, facciamoci un giro per la città, andiamo a vedere dove questo Funari cosiddetto orrendo ha vissuto e operato nella sua vita romana. Detto fatto, viene chiamata la Bentley e partiamo. Guida il giovane Ermanno, 24 anni, orfano di padre, che ha eletto a padre lo stesso Funari. Ermanno la sera si frega la Bentley per andare a far colpo sulle ragazze, ma quelle s’accorgono subito che la macchina non può essere sua, per via della camicia che porta e che non è all’altezza. Funari fa finta di niente, perché a sua volta ha scelto Ermanno come figlio. Funari: ”Un figlio maschio mi manca moltissimo”. Prima di uscire è venuta in casa la truccatrice Anna, siccome ci sono foto da fare, gli ha dato il fondotinta e una spruzzatina di Cieloalto tra i capelli. La truccatrice, separata dal marito, s’è portata appresso il figlio di undici anni, pantaloni corti e calzettoni a righe orizzontali, un bambino piccolo piccolo. Funari, se vede il bambino triste, è capace di mollare i miliardi, Berlusconi e il resto e di portarselo al cinema. Funari rimpiange la famiglia di una volta, la tavolata, il padre che parla e benedice, le relazioni umane, il fatto che un tempo - forse - ci si voleva bene (o così, almeno, gli pare di ricordare). Mentre arriviamo e la Bentley non può girare in via degli Orti d’Alibert, perchè la via è troppo stretta, Funari è in preda a una visibile emozione, non viene qui da allora, naturalmente tutto è cambiato, naturalmente tutti lo riconoscono per via della tv e non ce n’è uno che fosse qui nel ’32, quando Funari è nato, tranne la signora Silvana che era una ragazza coi capelli lisci e divisi in mezzo dalla riga, adesso ha 72 anni, vive con un nipote e in casa non c’è perchè è andata a fare la spesa a Campo de’ Fiori. Trastevere. Il nostro uomo è nato in via Orti d’Alibert, quartiere Trastevere a Roma, il 21 marzo del ’32. Casetta di quattro piani, con otto appartamenti in tutto, oggi ricercatissimi. Saliamo le scale, identiche a quelle d’un tempo, Funari di bel passo perchè ha l’ansia, e suoniamo all’interno 8, ultimo piano. Senonchè la filippina ci apre dal piano di sotto, perchè l’8 è diventato a sua volta il superattico dell’interno 6, stupore, arriva la padrona, esclamazioni, la signora, molto magra, elegante, accoglie Funari con cordialità, non se lo immaginava nemmeno, è di Ferrara, faceva le public relations, conosce Minoli, per carità che non si dica il numero civico perchè si sta separando dal marito, qui si sono fatti lavori che forse non sono tutti in regola, per esempio la scala a chiocciola di legno che va giù e collega il superattico alla parte notte, questo interno 8 dove è nato Funari è diventato in particolare un salotto-studio=biblioteca-libreria, con tanto di soppalco con scrivania d’epoca, divani magnifici, scaffalature in noce alle pareti, il marito separato sarà stato come minimo architetto, il soffitto è attraversato da travi di legno, travi che nel ’32 erano state coperte da un controsoffitto bianco, perchè a quel tempo le travi, oggigiorno così caratteristiche, erano segno di miseria nera. Qui i Funari stavano in camera ammobiliata, si dormiva in quattro (padre, madre e i due Funari piccoli) nella stanzetta in fondo al corridoio - corridoio spazzato via dalla ristrutturazione -, che è diventata ’sta stanzetta?, entriamo nella stanzetta, si tratta oggi di una cucina perfettamente attrezzata, la culla di Funari è occupata adesso dalla lavatrice, mentre si misura a larghi passi il bel pavimento in parquet non si può non constatare con soddisfazione quanto il mondo, la città siano cambiate, tutto è più ricco, tutto è più elegante, eppure eppure... Sindaco. Lei sarebbe stato un buon sindaco? ”Ottimo. Sa perchè? Sarei diventato impopolarissimo. A me della carriera politica non me ne frega niente. Facevo il sindaco quattro anni, cambiavo tutto, diventavo l’uomo più odiato d’Italia e alla fine me ne andavo alle Bahamas. Tra cent’anni si sarebbe detto: "La svolta è stato il sindaco Funari"”. Rutelli? ”Farà pena, quello vuole fare il sindaco perchè spera, tra qualche anno, di diventare presidente del consiglio. Questi fanno o sperano di fare carriera politica, a Roma non cambierà niente, perchè chi vuole fare carriera politica non può prendere decisioni impopolari, le uniche che servono adesso a Roma. Invece a Roma il sindaco deve esaminare, provvedere, castigare e, alla fine del mandato, sparire. Sono tornato a Roma e non me ne andrò più e soffro come un dannato a vedere come hanno ridotto la città i democristiani, i comunisti e i socialisti. La Lega dice "Roma ladrona", ma quale ladrona, lo slogan giusto è "Roma derubata"”. A lei però voleva candidarla proprio la Lega. ”Sì, quando ho rinunciato Bossi si mangiava le mani. Bossi m’ha fatto questo ragionamento: Funari, se lei vince a Roma ho il ponte per prendere anche il Sud. Era giusto, era vero”. E perchè ha rinunciato? ”Il sindaco guadagna solo 50 milioni...” Allora è per soldi? ”No, scherzo. Non ce l’avrei fatta ad arrivare al ballottaggio. Con le elezioni in primavera sì, perchè avevo quattro mesi di televisione alle spalle. Ma col voto adesso, non c’era speranza e io non posso perdere. Però, se per caso arrivavo al ballottaggio, a Rutelli lo stracciavo. Ungaro, della Lega, ha fatto un test su mille elettori, Rutelli contro Funari, sa com’è finito?” Come? ”Funari 56 per cento, Rutelli 44. Apposta Rutelli diceva sempre: ma perchè Funari non si presenta a Milano 2, perchè viene a rompere i coglioni da noi? Capito? Poi dice che il volgare sono io”. Prati. Nel ’36 Mario Funari si mise d’accordo con suo fratello e insieme presero in affitto un appartamento in via Famagosta 8, scala C, interno 7, quartiere Prati, immobile di proprietà dei Beni Stabili, cioè il Vaticano. Gianfranco andava a giocare a pallone sul terreno dove poi è stato costruito il Palazzo di giustizia, qui si disputavano le partite della prima divisione, rimase celebre la promozione del Trionfale, ottenuta anche grazie all’ala destra Fernando Bartoletti, oggi pensionato settantaduenne, che Funari incontra in cortile. Abbracci, baci, come stai?. In via Barletta c’è la fontana dove mandavano il nostro divo tv a prendere l’acqua, qui i Funari passarono la guerra con l’accompagnamento di fame e vegetina. La madre Laura, una donna piccolina, bionda, lo prendeva a sberle due volte al giorno, Funari piccolo ne combinava di cotte e di crude, un vero - come si dice a Roma - fijo de na mignotta, tornò da scuola alle tre del pomeriggio e per giustificarsi disse che era stato a San Pietro dato che era morto il papa, la madre, scoperto che il papa non era morto per niente, lo caricò di botte tre ore consecutive. Questi genitori, morti vecchissimi pochi anni fa, vennero poi sistemati a Boissano, provincia di Savona, nella villa principesca che Funari s’è costruito coi miliardi, quando la gente faceva capannello davanti al cancello per vedere il divo tv il padre Mario lo chiamava ”A Gianfra’, vie’ che oggi fregamo pure er papa”, questo padre - identico nel fisico al figlio - bonario, onestissimo, sempre finto-severo col bambino e in realtà suo complice. In via Famagosta la madre aveva una credenza in cucina e voleva foderarla con la carta bianca, disse perciò al marito: ”Mario, porta un po’ di quella carta bianca dalla tipografia, quella bella liscia” (sarebbe il cosiddetto patinatino). Il padre, per tutta risposta, le diede una lira perchè se la comprasse. La madre allora andò dal padrone della tipografia di via Sicilia, gli spiegò il caso, il padrone ogni mattina metteva di nascosto dei fogli di carta bianca nella borsa del padre e la madre la sera glieli sfilava. Nel cortile di via Famagosta, dove s’affacciano una decina di scale, abitava pure Califano, c’era a quel tempo una popolazione di operai, impiegati, sottufficiali, adesso il livello s’è alzato, parecchi attori, Tieri-Lojodice stanno da queste parti, commercialisti, burocrati di primo o secondo grado. All’interno 7 scala C sta la famiglia Appolloni-Cappello, coppia giovane con un figlio, stilisti della moda immigrati da Ascoli (disegnavano fino a pochi anni fa le maglie della Roma), s’apre la porta, sorpresa, imbarazzo, il televisore in cucina è acceso sul Tg5, la signora sta bollendo la pasta che chiaramente scuocerà, ci si aggira per la casa col solito stupore delle cose che si conoscono ma non si riconoscono, qui stava nonna, qui stava zio, qui c’ero io, Funari cerca la forcella del gas che stava sopra la porta del corridoio e lui ruppe con una pallonata, ma la forcella è sparita, il corridoio pure, la casa ristrutturata è tutta arredata in bianco e nero, con colonnine di gesso e riproduzioni di affreschi michelangioleschi, il bambino degli Appolloni-Cappello è bello grasso, la guerra è assai lontana, la famiglia si raccomanda che Funari in tv parli di opera lirica, mentre scendiamo le scale per uscire notiamo che al piano di sotto non c’è più la signora Castellotti, impiegata del ministero della Pubblica Istruzione, al cui campanello Funarino infilava tutti i pomeriggi il fiammifero, finchè la Castellotti venne su a protestare e la madre, naturalmente, prese Gianfranco e lo gonfiò di botte, ma di botte che ancora se lo ricorda. Televisione. Sa cos’è? E’ che lei dà l’impressione di essere "fanatico", come dicono a Roma. ”Quale fanatico, io sono solo un entusiasta. Questo "fanatico" che dice lei dipende dalla mia sicurezza, sicurezza assoluta perchè io conosco il mio mestiere come pochi, io sono un talento naturale della tv. Lo disse pure Steven Carlin , l’inventore di "Lascia o raddoppia"”. Viene mostrato un vecchio articolo di Enzo Tortora, scritto in occasione di un A bocca aperta del 1982: ”...tiene la bacchetta come Toscanini, un tempo, un garbo, una correttezza (e spesso una graffiata) da fuoriclasse del video... Funari conosce il mestiere a menadito”. In che consiste alla fine questa sua televisione? ”Sul piano tecnico nei piani sequenza. Vale a dire, invece di staccare continuamente con la telecamera, io la faccio correre lungo lo studio, in modo che la trasmissione abbia un andamento narrativo, che coinvolga il pubblico. Per questo nei miei programmi le telecamere stanno sempre al centro. Bisogna però che lo studio sia abbastanza grande. Con Zona franca non si poteva fare, adesso su Retequattro si potrà di nuovo”. E sul piano dei contenuti? ”Non ho mai fatto la tv per la tv, ma ogni anno ho seguito una strategia per arrivare al programma a cui volevo arrivare. E che è quello che farò adesso. Questo programma consiste nel raccontare le notizie secondo le coordinate giuste, vale a dire: la carta stampata, i notiziari dei tg, il commento di giornalisti qualificati, l’approfondimento politico, l’opinione del cittadino. Il tutto detto con frasi semplicissime, molto corte, fatte di soggetto verbo e pochi complementi. Questo è il modo per mettere il maggior numero possibile di cittadini a contatto con la verità”. Torpignattara. Dopo la guerra, il Vaticano sfrattò i Funari da via Famagosta e li costrinse a prender casa in via Torpignattara 190. A quel tempo c’era un bar col biliardo, un barbiere e, per il resto, campagna. In via dell’Acquedotto Felice, poco più giù, il campetto di calcio. Oggi, al posto del campetto di calcio, panchine per i pensionati, case dappertutto, il barbiere è scomparso, il bar s’è ingrandito e ha abolito i biliardi. Prendiamo un tramezzino col caffè, Funari compra pure dalla tabaccaia le Rothmans Luxury Light superleggere che fuma incessantemente ("è un modo per morire felici"). Ci sono le solite facce compiaciute della visita importante, i soliti "a ’nvedi". Funari chiede che fine ha fatto lo stracciarolo Verzieri, amico suo nel ’52, peso medio formidabile ma che aveva paura a salire sul ring. Lo stracciarolo c’è ancora. Altri amici di allora: il futuro calciatore Orlando, il futuro peso medio Festucci. Quando usciamo dal bar guardiamo dall’altra parte della strada: all’ultimo piano del civico 190 le tre finestre sono ermeticamente chiuse. Ci abita una domestica, che adesso è a servizio. Risaliamo sulla Bentley, ritorniamo di corsa verso il centro. In definitiva il nostro uomo restò a Torpignattara molto poco. Aveva mollato il liceo classico, mollò pure l’istituto per geometri senza prendere il diploma, si mise a vendere acque minerali, poi apparecchi sanitari, poi prodotti di profumeria per la Manetti e Robert’s, poi si mise a fare il capo del personale nei casino d’Estremo Oriente, quelli viaggianti, che i padroni degli alberghi di Singapore, Hong Kong, Thailandia affittano per quindici giorni. Intanto, aveva consumato un matrimonio di pochi mesi, con nascita di una figlia. Al ritorno in Italia, dopo dieci anni, secondo matrimonio, cabaret cominciato per caso e, dal cabaret, la televisione e, con la televisione, i miliardi. Ma quest’ultima è storia nota. Dei familiari, il fratello, già ufficiale dei carabinieri, emigrò a un certo punto in Australia dove se ne andò poco tempo fa per un cancro fulminante. Il padre - che chiamava spesso Gianfranco e gli diceva: ”Nun fa’ lo stronzo, nun me morì prima” - era morto da pochi mesi, a 95 anni, ed evitò di sapere di quella tragedia. La madre, morta prima di tutti, era divenuta negli ultimi anni una vecchietta dolce, nulla a che fare con la terribile romana manesca di una volta. Funari, ormai famoso e miliardario, andava a Boissano il sabato e la domenica e, volendosi prendere la rivincita sulle sberle d’un tempo, le diceva: ”Hai visto, ma’?” E lei: ”E’ che sei stato fortunato, sinnò avevi sbajato tutto. A te, mannaggia la miseria, te ce voleva er posto fisso”. Giorgio Dell’Arti