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 2007  aprile 28 Sabato calendario

Il riarmo? Minaccia poco credibile. Il Sole 24 Ore 28 aprile 2007. A febbraio la minaccia di uscire dal Trattato Inf, che nel 1987 consentì di eliminare dall’Europa i missili balistici a raggio intermedio, ora l’annuncio che la Russia si ritirerà dal Trattato per le forze convenzionali in Europa (Cfe) del 1990

Il riarmo? Minaccia poco credibile. Il Sole 24 Ore 28 aprile 2007. A febbraio la minaccia di uscire dal Trattato Inf, che nel 1987 consentì di eliminare dall’Europa i missili balistici a raggio intermedio, ora l’annuncio che la Russia si ritirerà dal Trattato per le forze convenzionali in Europa (Cfe) del 1990. L’offensiva di Vladimir Putin contro il progetto di estendere lo scudo antimissile statunitense sembra concentrarsi su rappresaglie contro i pilastri della distensione Est-Ovest. L’iniziativa punta a incrinare il fronte atlantico, sempre meno compatto nel sostegno alle iniziative statunitensi, come emerge dalla gestione della guerra in Afghanistan e dalla tiepida reazione di molti partner (Italia inclusa) all’allargamento dell’ombrello antimissile. Putin sta giocando le carte più efficaci al momento giusto, scommettendo sulle velleità di una difesa Ue autonoma da Washington, coltivate in molte cancellerie, e puntando sul potere ricattatorio delle forniture energetiche, che Mosca ha mostrato di voler impiegare come sostituito alla potenza militare di un tempo. Specie con gli ex alleati del Patto di Varsavia, dalle repubbliche baltiche alla Romania, che sono nella Nato di oggi i più fedeli alleati di Washington. Il rilancio di Mosca, incentrato su una nuova corsa al riarmo convenzionale, sembra però un bluff e Putin è certo consapevole che, nonostante l’ambizioso programma d’investimenti militari varato, la Russia non può permettersi un massiccio riarmo in carri armati, jet, elicotteri e artiglierie. I 189 miliardi di dollari di investimenti previsti entro il 2015 consentiranno di riequipaggiare le forze nucleari strategiche con qualche sottomarino e missile balistico, di professionalizzare forze armate basate ancora in buona parte sulla leva e di mantenere operativi alcuni stormi di caccia e bombardieri. Le risorse in arrivo dall’export energetico potranno invertire la tendenza allo sbando che ha caratterizzato le forze russe negli ultimi 15 anni, ma non consentiranno un pesante riarmo convenzionale, privo peraltro di motivazioni strategiche. Del bluff di Putin è consapevole Washington, che infatti ha ridicolizzato i timori espressi da Mosca sulla minaccia rappresentata dalle installazioni antimissile destinate da schierare in Polonia e Repubblica Ceca, anche se gli Stati Uniti nono sottovalutano le ripercussioni sui partner europei dei ruggiti dell’Orso russo. Sul piano pratico, il Trattato sulle forze convenzionali ha avviato il disarmo, stabilendo livelli massimi di forze che oggi nessuno dei 22 Paesi firmatari raggiunge. Basti pensare che gli Stati Uniti schierano in tutta Europa 110mila militari contro i 195mila consentiti nella regione centrale. Tutti dispongono di un numero di carri armati, cannoni, jet ed elicotteri inferiore al previsto. Ad esempio, l’Italia ha 200 carri armati contro i 1.300 autorizzati, la Germania circa mille contro 3.400 e la Francia 300 su 1.200. Le stesse proporzioni riguardano tutte le voci previste dal Trattato, poiché negli anni 90 tutti i Paesi hanno ridotto spese, soldati e reparti, demolito o venduto una vasta gamma di mezzi ormai obsoleti, per investire soprattutto in tecnologie e costituire forze ridotte, ma molto mobili, necessarie a sostenere gli impegni internazionali lontano dall’Europa. Il trattato venne ridiscusso (Cfe adattato) nel 1999 a Istanbul, tenendo conto dello scioglimento dell’Urss e del Patto di Varsavia, ma anche i nuovi tetti stabiliti per gli ex membri del Blocco orientale, divenuti partner della Nato, risultano più alti di quelli reali. L’Ungheria dispone di 200 carri armati contro i 700 autorizzati e 14 jet contro 180, la Polonia di 400 carri (su 1.577) e 100 jet (su 492), mentre la Repubblica Ceca schiera 150 carri (su 795) e 90 jet (su 296). Forze limitate a causa delle ristrettezze economiche, della necessità di professionalizzare e ridurre le forze armate e di eliminare i mezzi di origine sovietica non adattabili agli standard Nato. Pur non avendo rilievo militare immediato, la questione posta da Putin minaccia di interrompere la collaborazione strategica con l’Occidente, spostando a Est l’asse strategico di Mosca, verso Pechino. Del resto, il Trattato firmato da 30 paesi a Istanbul è stato fino a oggi ratificato solo da Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan, poiché Mosca non ha ancora rispettato la clausola del ritiro delle truppe dalla Georgia e dalla Transnistria (Moldavia). Ultimi baluardi contro l’allargamento Nato, che in Russia molti vedono come un pericoloso accerchiamento. Gianandrea Gaiani DOMANDE & RISPOSTE Cos’è il Trattato Cfe? Il trattato sulle Forze convenzionali in Europa, in vigore dal luglio del 1992, è stato firmato a Parigi il 19 novembre 1990 dai Paesi Nato e del Patto di Varsavia, frutto della distensione seguita alla caduta e del Muro di Berlino Cosa prevede? Nato e Patto di Varsavia si impegnarono a ridurre entro il 1994 le forze a 20mila carri armati, 20mila pezzi d’artiglieria, 30mila mezzi corazzati, 6.800 aerei e 2mila elicotteri da combattimento per parte. Dall’Europa furono ritirate 10mila armi pesanti della Nato (demolite o vendute all’estero), e 90mila del Patto di Varsavia. Queste vennero smantellate per metà: le rimanenti furono trasferite nei territori asiatici della Russia o alimentarono l’export anche clandestino. I limiti sugli effettivi delle forze armate riguardarono la Germania riunificata, che poteva avere non più di 370mila soldati, mentre le le truppe americane in Europa centrale non potevano essere più di 195mila Quali aggiornamenti ha avuto il Trattato? Il Cfe fu aggiornato nel novembre 1999 a Istanbul. Il nuovo accordo prevede, tra l’altro, nuovi tagli alle forze convenzionali pari al 10%, la riduzione delle truppe di Mosca in Cecenia e il loro ritiro da Moldavia e Georgia. Solo Russia, Bielorussia, Kazakhistan e Ucraina lo hanno ratificato: i membri Nato contestano il mancato ritiro da Moldavia e Georgia