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 2007  aprile 28 Sabato calendario

Atenei, così non si cambia. Il Sole 24 Ore 28 aprile 2007. Le università sono in fermento. Le nuove (e innovative) procedure per la selezione dei ricercatori, le cui linee essenziali sono state anticipate dal Sole-24 Ore del 20 marzo, restano ferme al palo quasi un mese dopo il termine stabilito dalla Finanziaria per la loro emanazione, ritardate tra l’altro da un attacco preventivo della Conferenza dei rettori (Crui)

Atenei, così non si cambia. Il Sole 24 Ore 28 aprile 2007. Le università sono in fermento. Le nuove (e innovative) procedure per la selezione dei ricercatori, le cui linee essenziali sono state anticipate dal Sole-24 Ore del 20 marzo, restano ferme al palo quasi un mese dopo il termine stabilito dalla Finanziaria per la loro emanazione, ritardate tra l’altro da un attacco preventivo della Conferenza dei rettori (Crui). Allo stesso tempo, come ha messo in rilievo la settimana scorsa un duro comunicato della stessa Crui, il quadro finanziario volge al peggio. utile leggere le due situazioni in parallelo. I rettori segnalano a ragione l’insostenibilità di un meccanismo che prevede aumenti stipendiali decisi centralmente ma ne scarica l’onere sugli atenei. Per il 2007 si tratta di scovare circa 380 milioni in bilanci già penalizzati da vari tagli, e in cui comunque una spesa per il personale pari all’89% del fondo di finanziamento statale lascia ben poco spazio di manovra. I rettori preannunciano che il tracollo è imminente: una reazione prevedibile, ma probabilmente di scarso effetto se disgiunta da un’analisi critica dei problemi strutturali e da qualche disponibilità a porvi rimedio. ormai chiaro, infatti, che la politica della lesina è frutto di un giudizio severo sul funzionamento delle università condiviso da ampi settori trasversali del mondo politico e imprenditoriale. Per ribaltare questo orientamento è indispensabile offrire un segnale di novità forte per quanto riguarda, prima di tutto, i meccanismi di reclutamento del personale docente. Ma la proposta preannunciata dal ministero, che prevede un allineamento alla prassi internazionale, ha subito attirato gli strali della Crui, che ne contesta la "macchinosità"e perfino la "legittimità". Un’idea dettagliata delle resistenze da superare la fornisce Ferdinando Latteri, già rettore a Catania, e oggi responsabile università della Margherita («Europa» del 12 aprile), secondo il quale le nuove procedure sono solo un emblema di «demagogia della serietà», e «gravemente lesive dell’autonomia e dell’identità dei gruppi di ricerca esistenti» i revisori, italiani e stranieri, cui vengono richiesti pareri pro veritate non altro che "inquisitori". Soprattutto, «viene meno qualunque possibilità di esercitare la funzione di cooptazione». La figura dell’assistente è stata abolita nel 1980, ma l’idea che il giovane docente universitario, piuttosto che un soggetto autonomo della ricerca, sia un collaboratore subordinato da cooptare giudicando per esame la sua "preparazione di base", oltre che, s’immagina, la perfetta compatibilità con le esigenze di chi lo coopta, è evidentemente dura a morire. Questa pervicace resistenza al cambiamento può solo danneggiare un settore che negli ultimi anni ha dato della propria capacità di autogoverno responsabile prove davvero poco convincenti. Anche lasciando da parte gli scandali, restano i numeri a raccontare come sono stati utilizzati gli spazi di autonomia ampliati dalla riforma dei concorsi (1998), l’abolizione degli organici d’ateneo e la nuova architettura del 3+2: in otto anni, il numero degli studenti è cresciuto del 6%, quello dei docenti di ruolo del 23%, ma quello degli ordinari addirittura del 48 per cento. La stragrande maggioranza dei 40mila nuovi posti da ordinario e associato assegnati tra 1999 e 2005 è andata ai candidati interni. Lo stesso evidentemente accade per i ricercatori, se a fronte di migliaia di "precari" ci sono in media solo 4 concorrenti per ogni posto a concorso, appena due in area medica. Sullo sfondo dell’età pensionabile più alta d’Europa e forse del mondo, questa dinamica di allocazione delle risorse, causa non ultima del dissesto finanziario di cui oggi ci si lamenta, è difficilmente in grado di suscitare le simpatie di contribuenti e governanti. Soprattutto se nel frattempo si eludono le sfide sia culturali sia logistiche che l’università deve vincere per tornare a essere il motore del progresso personale e collettivo in un mondo che ha fame di competenze avanzate. Le riforme dei concorsi, in passato, hanno subito tutte la stessa metamorfosi: partivano da ottime intenzioni e mutavano in mostri nei meandri dell’iter parlamentare. Questa volta la delega al ministro è senza vincoli e nulla osta quindi a prendere decisioni coraggiose. Ma le resistenze sono tenaci e si parla di forti pressioni per ridimensionare la carica di novità del provvedimento, magari eliminando del tutto i revisori internazionali (l’italianità!) o riportando la scelta dell’ateneo saldamente nelle mani di microsettori accademici. Le conseguenze politiche ma anche economiche di quest’ennesima chiusura corporativa sarebbero gravi. Se invece anche i rettori, il Consiglio universitario nazionale, i docenti dimostrassero di non aver paura di cambiare, forse sarebbe più facile rimettere l’università e la ricerca al centro degli interessi del Governo e del Paese. Alessandro Schiesaro