Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Ieri, durante la pausa pranzo, cioè più o meno intorno alle 13.30, sono scoppiate alcune bombole di gas nel magazzino della De Longhi, in via Seitz alla periferia di Treviso: si è sviluppato un grande incendio che ha distrutto trentamila metri quadri dell’azienda, vale a dire l’80 per cento dello stabilimento. Scena impressionante: una nuvola di fumo, nera ed enorme, s’è alzata in cielo e s’è poi inclinata verso il suolo dando all’insieme una dimensione apocalittica. Arrivavano intanto la polizia, i carabinieri e i vigili del fuoco. In alto volteggiavano due elicotteri, le case venivano fatte evacuare, le ambulanze a sirene spiegate portavano in ospedale i feriti (si saprà poi che non sono più di cinque) e una parola cominciava a circolare tra la popolazione, e poi su Internet, e quindi nei notiziari tv: diossina...
• Diossina? Quella di Seveso?
Sì, quella di Seveso. Ma a partire dalle cinque del pomeriggio l’allarme e la paura si sono smorzati: nel fumo non ci sono cianuri, la diossina è presente in quantità minima, idem per l’acido cloridrico e gli Ipa...
• Prego?
Gli Ipa, cioè gli idrocarburi policiclici aromatici, tre parole che sembrerebbero persino gradevoli se non fosse che rappresentano composti di benzene. Insomma, sostanze tossiche.
• E allora come si fa a star tranquilli?
Perché il rischio di avvelenamento dipende dalla concentrazione, cioè da quanto veleno c’è per ogni parte d’aria o di fumo considerata. E da questo punto di vista tutti siamo stati tranquillizzati: la diossina c’è ma è minima, basteranno precauzioni minime per non correre rischi. Per esempio, non raccogliere, per qualche giorno a partire da oggi, la verdura o la frutta cresciuta in prossimità dell’incendio. Non uscire all’aperto, oggi e forse anche domani. Eccetera. I vigili del fuoco hanno impedito che il fumo scendesse troppo verso terra e hanno spruzzato liquido ritardante. Il vento ha poi fortunatamente portato la nube verso nord, lontano dai centri abitati.
• La De Longhi non è quella che aveva lo spot con l’indiano?
Sì, esattamente. Poveracci, il guaio per loro ha l’aria di essere davvero grosso. Non gli è rimasto in piedi che qualche ufficio. A Treviso fabbricavano prodotti di condizionamento e riscaldamento e la pre-serie di vari elettrodomestici, alcune linee di forni a micro-onde, l’alta gamma dei ferri da stiro, le macchinette da caffè. Al 70 per cento è roba di plastica, per questo si è pensato subito alla diossina. Ieri il titolo ha perso il 5,69 per cento.
• Non è un’esagerazione? Saranno pure assicurati, no? Li aiuteranno a ricostruire, no?
La Borsa non sapeva ancora che il pericolo della diossina era irrilevante. A Seveso, a parte tutto il resto, ci fu il problema degli indennizzi, salatissimi. L’Icmesa dovette tirare fuori 224 miliardi di lire per due chili di veleni sparsi nell’aria dalla fabbrica di Meda. Allora fu sgombrato tutta l’area compresa in un raggio di un chilometro e mezzo, le persone contaminate furono 300 mila, 200 bambini furono colpiti dalla cloracne... No, i due casi non sono minimamente paragonabili. Ma la Borsa, ieri a metà pomeriggio, non lo sapeva ancora. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 18/4/2007]
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