Guido Ruotolo, La Stampa 19/4/2007, 19 aprile 2007
Il rapimento Il 19 settembre 2006 Giovanni Battista Pinna, allevatore di Bonorva, nel Sassarese, è rapito
Il rapimento Il 19 settembre 2006 Giovanni Battista Pinna, allevatore di Bonorva, nel Sassarese, è rapito. Tutto fa pensare a un sequestro lampo. Invece, dopo un’inziale richiesta di riscatto, sulla vicenda cala il silenzio. L’appello del Papa Anche il Papa ha rivolto un appello ai rapitori. E a fine marzo Giuseppe Soffiantini, imprenditore lombardo vittima di un sequestro dell’Anonima sarda di 237 giorni, ha denunciato: «Perché non si parla di quest’uomo?». E’ vivo. Dopo sette mesi di «silenzio», di pessimismo dilagante tra le forze di polizia, addirittura di rapporti del Sisde di inizio anno che lo davano per morto, gli inquirenti ritengono che Giovanni Battista Pinna, Titti per gli amici, imprenditore di Bonorva, un piccolo centro in provincia di Sassari, sia ancora vivo. L’ultimo appello ai «sequestratori», da parte della sorella Maria, è di pochi giorni fa, il 10 aprile scorso: «La famiglia aspetta un messaggio da voi; chiedete quello che volete, cercheremo di venirvi incontro. Vi prego di non fargli del male, voglio riabbracciare mio fratello». Ma che di sequestro si tratti è ancora tutto da dimostrare. In paese, a Bonorva, «vox populi» sussurra che in realtà Titti abbia preso il largo, si sia allontanato volontariamente, forse per fuggire dalla «cappa familiare opprimente». Le voci e i tam tam di paese trovano sia pure parziali conferme tra gli inquirenti che, ormai, sembrano escludere l’ipotesi di un rapimento finito con la morte della vittima, anche se di prove dirette che l’imprenditore sia ancora in vita alla famiglia non ne sono arrivate. «Preparate 300.000 euro, altrimenti mi ammazzano». Alle sei del pomeriggio del 19 settembre 2006, Titti Pinna si fa vivo con la sorella. Meno di tre ore prima, l’imprenditore aveva lasciato casa diretto al podere, in località Monte Frusciu. Le cronache raccontano che fu bloccato all’interno della sua azienda dopo che aveva aperto il lucchetto del cancello, e costretto a montare nel bagagliaio della sua Punto blu. L’ultima traccia lasciata da Titti Pinna è stata la telefonata con il suo cellulare alla sorella, fatta nel raggio di una ventina di chilometri dal luogo del sequestro tra Bonorva e Foresta Burgos, dove poi è stata ritrovata abbandonata anche l’auto. Strana e anomala telefonata quella. Del diretto interessato, insomma. Chi di Anonima se ne intende sostiene che i sequestratori potevano anche utilizzare il cellulare della vittima ma, appunto, utilizzare e non consentire allo stesso ostaggio di comunicare con i familiari. Da allora, da quel 19 settembre, sono passati sette mesi e di Titti Pinna non se ne è saputo più nulla. Almeno ufficialmente. Nei primi giorni dopo la scomparsa vi furono altre telefonate, nessuna però ritenuta «autentica» dagli investigatori e dagli inquirenti. Neppure quella partita da una cabina telefonica di Nuoro la sera stessa del sequestro, con la quale i presunti rapitori alzarono la posta: «Preparate un milione di euro o lo rivedrete a pezzi...». Neppure la lettera minatoria con proiettile spedita alla stazione dei carabinieri di Bolotana o la telefonata al parroco. Ma a un certo punto, tra quel 19 settembre e oggi vi è stato un qualcosa che ha dato se non la certezza assoluta comunque un «forte indizio» che Titti è ancora vivo. Mistero, buio fitto. Racconta il sindaco di Bonorva, Mimmia Deriu: «Si era partiti con la definizione di sequestro ”anomalo”, intanto per la cifra irrisoria che avevano chiesto i rapitori, soltanto 300.000 euro. Sembrava che volessero chiudere la partita in poche ore e invece hanno trovato la famiglia Pinna molto determinata, che ha subito denunciato il sequestro alle forze dell’ordine. Anomalo anche perché si pensava che dopo nove anni dal sequestro di Silvia Melis, in Sardegna fossero venuti a mancare i presupposti che avevano creato la situazione che conosciamo». La famiglia Pinna ha pagato in passato un altissimo contributo all’Anonima Sarda: uno zio di Titti non è mai tornato a casa, un altro, liberandosi dai rapitori, è stato ucciso da un calcio di cavallo, lo stesso padre di Titti è stato vittima di un tentativo di sequestro. «Il passare del tempo, senza nessuna novità - riprende il sindaco Deriu - può far pensare al peggio. Oggi c’è chi parla di sequestro ”normale”, tradizionale, e quindi dai tempi lunghi. Tenere un ostaggio non è facile dal punto di vista economico e delle risorse umane da impiegare, con banditi alla macchia che devono svolgere la mansione di carcerieri». Alla Procura di Cagliari, che coordina le indagini e che ha sequestrato i beni (terreni e conti bancari) della famiglia Pinna, si respira un’aria di forte «attenzione». Anche gli investigatori, del gruppo di lavoro interforze istituito all’indomani del sequestro, sono convinti che «i segnali arrivati» comunque vanno interpretati come smentita alla tesi del sequestro-lampo finito male. La famiglia Pinna è benestante. Terreni e allevamenti di bovini e soprattutto di cavalli. «Cavalli importanti - sussurrano a Bonorva - che potrebbero far gola, potrebbe essere merce di scambio». Racconta un inquirente: «La famiglia Pinna sembra uscita da un romanzo di Grazia Deledda. Gente benestante, è vero, ma non come potremmo intenderla noi. Sono grandi lavoratori». Titti, 37 anni, ha un fratello e due sorelle. Nessuno di loro è sposato. In questi mesi è nato un Comitato spontaneo per Titti libero. Che ha organizzato manifestazioni, dibattiti, iniziative. Appelli ai sequestratori sono arrivati da ex ostaggi, come Silvia Melis, Dori Ghezzi (che fu rapita insieme a Fabrizio De Andrè nel 1979), e Giuseppe Soffiantini, l’imprenditore bresciano sequestrato dall’Anonima Sarda.