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 2017  gennaio 16 Lunedì calendario

Giù il sipario sul Barnum

Michele Farina per il Corriere della Sera
I quarantatré elefanti, dal baby Mike (3 anni) al settantenne Mysore, erano già andati in pensione un anno fa, dopo decenni di battaglie animaliste. Adesso tocca al resto della compagnia: leoni, tigri, cammelli, lama, alpaca e canguri troveranno qualche riserva disposta ad accoglierli. Mentre i 400 umani (artisti, clown, donne cannone, tecnici e montatori incaricati di spostare il grande tendone da una città all’altra, su strada e via rotaia) dovranno cercarsi un altro posto: il circo Barnum chiude dopo 146 anni di onorata (e discussa) attività. Giù il sipario su un pezzo (un nome) della storia americana che, a partire dalla carriera del suo inventore, può forse contribuire a spiegare la società «trumpiana» della post verità?
«Troppe spese e pochi biglietti». L’annuncio è arrivato da Kenneth Feld, il capo della Feld Entertainment, l’impresa a conduzione familiare che dagli anni Sessanta ha guidato il circo più famoso e iperbolico d’America: «the Greatest Show on Earth» decantato a fine Ottocento dall’impresario P.T. Barnum («lo Shakespeare della pubblicità») è diventato un carrozzone anacronistico e fuori mercato nell’America di oggi dove chiudono i centri commerciali (figuriamoci i circhi). Non bastano 10 milioni di spettatori all’anno per tenere in piedi la baracca e in aria i trapezisti. Non c’è gara tra cyber bagarini per accaparrarsi su Internet i biglietti del due show circensi prodotti dal gruppo, «Circus Xtreme» e «Out of this world».
Fuori dal mondo sono loro, eredi e depositari di una storia a cui Hollywood ha reso omaggio con un film del 1952 prodotto da Cecil B. DeMille («Il più grande spettacolo del mondo») che vinse due Oscar. È singolare che il Barnum si estingua in contemporanea con i suoi animali-simbolo, quegli elefanti ammaestrati-incatenati che hanno fatto la fortuna del circo e che nel loro ambiente naturale sono decimati dai bracconieri. I proprietari Feld hanno spiegato che è stata proprio la decisione di abbandonare i «numeri» con i pachidermi asiatici (finiti in un parco della Florida) a far decrescere la vendita di biglietti nell’ultimo anno. Una decisione «forzata» dalla pressione di gruppi animalisti come Peta, che infatti ieri ha salutato nella chiusura del Barnum «il segno dei tempi», «la fine dello spettacolo più triste della Terra per gli animali selvatici», qualcosa che «dovrebbe essere presa ad esempio dagli altri circhi». Negli ultimi anni sulla pelle delle tigri se le sono date di santa ragione: nel 2011 il circo ha pagato 270 mila dollari di multa per violazioni dell’Animal Welfare Act, mentre nel 2009 diverse organizzazioni per i diritti degli animali hanno dovuto versare ai circensi un risarcimento di 25 milioni di dollari per comportamento «scorretto» in un procedimento giudiziario (avevano pagato il principale test di accusa, un ex dipendente del Barnum).
Fine delle cause vinte e perse. Ancora una trentina di show (senza proboscidi) da qui a maggio, e poi stop, si chiude. Non dev’essere un caso se il gran finale sarà a Long Island. La saga del Barnum (poi diventato «Ringling Brothers and Barnum & Bailey») è cominciata proprio a New York. Anche se l’impresario da cui prende il nome si buttò nel business circense non prima dei sessant’anni. Phineas Taylor «P.T.» Barnum, nato a Bethel in Connecticut nel 1810, cominciò la sua carriera nella società dello spettacolo nel 1835, comprando Joyce Heth, una schiava nera non vedente che si diceva fosse l’ex domestica ultracentenaria di George Washington. Barnum esibì la donna a New York e in un tour del New England come «la più incredibile curiosità mondiale»: la gente faceva la fila per sentirla parlare del Padre Fondatore, «il caro piccolo George», mentre il suo padrone alimentava la voce che Joice fosse in realtà una macchina controllata da un ventriloquo. La verità, di cui non importava niente a nessuno, venne fuori l’anno seguente, alla morte della schiava. La storia della nanny di Washington era tutta una bufala, perché Joyce non aveva più di 80 anni. Lo si capì perché Barnum organizzò un’autopsia pubblica (mezzo dollaro l’ammissione) della povera donna come se fosse uno show.
Un genio. Osceno. Questo era anche Barnum, l’abolizionista. Stupire era il comandamento. Animali strani, umani «diversi» (fece colpo sulla regina Vittoria esibendo un bambino affetto da nanismo). E lo spirito della pubblicità. Come quando convinse l’amministrazione di New York a far marciare 21 dei suoi elefanti sul ponte di Brooklyn aperto da poco, per confermarne la stabilità. Fosse vivo, chissà cosa inventerebbe per l’inaugurazione di Donald Trump.Michele Farina


Antonio Carioti per il Corriere della Sera
Antonio Gramsci sapeva essere pungente. Ed è rimasta famosa la sua sarcastica definizione del Partito socialista come «circo Barnum» della politica: uno spettacolo colorito e variegato, con personaggi, attrazioni e numeri per tutti i gusti, alla fin fine grottesco e del tutto innocuo per la borghesia. Si racconta che a Livorno nel gennaio 1921, quando i delegati comunisti abbandonarono la sala del Congresso del Psi per andare a fondare il loro nuovo partito, Gramsci abbia esclamato: «Lasciamo il circo Barnum». Di certo su «L’Ordine Nuovo», il giornale che lui dirigeva a Torino, apparve il 15 giugno 1921 un suo articolo che si rivolgeva al Psi apostrofandolo ironicamente come partito «vecchio e glorioso, che non conosci espulsioni, che non conosci disciplina, Barnum dove ogni italiano liberamente può fare i suoi giochi!». Tutto il contrario di quello che voleva essere il Partito comunista d’Italia: un’avanguardia risoluta, dotata di un programma coerente e votata alla causa rivoluzionaria. Oggi quella visione, mutuata dal bolscevismo di Lenin, è da tempo finita in soffitta, ma la formula coniata da Gramsci ogni tanto riaffiora. Già nel 2005 Beppe Grillo la risfoderò per bollare come «circo Barnum» l’Unione di Romano ProdiVittorio Feltri l’ha adoperata più di recente criticando l’agonizzante Pdl. Spesso da sinistra è stata usata per sferzare il Pd renziano. Ma per la verità, nella nostra epoca di partiti pigliatutto, non c’è quasi forza politicadi rilievo che non assomigli al circo Barnum. Del resto Gramsci al buon vecchio Psi non rimproverava altro che di essere troppo aperto, pluralista e democratico.
Antonio Carioti


Marica Stocchi per il Messaggero
Il Circo Barnum chiude dopo 146 anni di spettacoli. Nani e ballerine, donne barbute e donne cannone, acrobati, illusionisti, giocolieri, clown, cavalli e cavallerizzi, tigri, leoni, elefanti, cammelli: si spengono le luci sul «più grande spettacolo del mondo». Perché proprio così - The Greatest Show on Earth lo definì nel 1872 il suo fondatore, Phineas Taylor Barnum, maestro nel miscelare i più diversi ingredienti di spettacolo per nutrire d’incanto e paura piccoli e grandi spettatori. Kenneth Feld, oggi presidente del Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus, ha annunciato la decisione ai suoi dipendenti sabato, dopo gli spettacoli ad Orlando e Miami: restano trenta date, dopo aver cancellato quelle di di Atlanta, Washington, Philadelphia, Boston e Brooklyn, gli ultimi due show saranno a Providence, Rhode Island, il 7 maggio e all’Uniondale di New York il 21 maggio Le ragioni della scelta sono molteplici: dal calo del pubblico - che allarma tutto il mondo dell’entertainment - combinato a un aumento dei costi di gestione, alle battaglie politiche contro chi difende i diritti degli animali coinvolti.
LE RAGIONI
«Non c’è una sola motivazione per la chiusura ha detto Feld ed è stata una decisione molto difficile per me e per tutta la famiglia. Il circo e le persone che ci lavorano sono sempre state per noi una fonte di ispirazione e gioia». La famiglia Feld ha acquistato il circo Ringling nel 1967 e, da allora, «il nemico più temibile è stato il passare del tempo», ha spiegato il presidente: perché «la vita nomade inserita nella società contemporanea ha costi insostenibili, soprattutto se si vuole mantenere il prezzo del biglietto d’ingresso su cifre accessibili», ma anche perché «quando abbiamo rilevato il circo Barnum lo show durava tre ore, la versione attuale è di due ore e sette minuti, con il numero della tigre, il più lungo, di 12 minuti: provate voi oggi a tenere seduto un bambino di tre o quattro anni per 12 minuti».
A tutto ciò si è aggiunto poi il duro colpo che l’azienda ha subito lo scorso maggio quando, a seguito di una lunga e costosa battaglia legale contro il maltrattamento degli animali nel circo - peraltro vinta dalla famiglia Feld - il Barnum ha scelto di rimuovere dal proprio show il numero degli elefanti. La perdita dei pachidermi, da sempre simbolo del grande circo, ha inciso fortissimamente sulla vendita dei biglietti. «Questa è la fine dello spettacolo più triste della terra ha commentato alla notizia della chiusura Ingrid Newkirk, presidente di People for the Ethical Treatment of Animals che spero convinca tutti i circhi con animali a fare lo stesso».

Ed è indubbio che negli ultimi anni l’arte circense abbia subito delle profonde trasformazioni seguendo forse il gusto di molti spettatori che, non più attratti dal gioco degli animali, soffrivano l’innaturalità e, talvolta, la crudeltà degli esercizi cui elefanti, tigri e leoni erano sottoposti. La nascita del noveau cirque in Francia, nella seconda metà del novecento, ha così incoraggiato lo sviluppo di nuovi generi che alle tradizionali discipline circensi hanno affiancato arti teatrali come la danza e il mimo. Il circo quindi si apre alla sperimentazione, lo dimostra lo straordinario e originale sviluppo del Circo di Mosca negli anni Ottanta o la nascita del celebre canadese Cirque du Soleil nel 1984. Proprio l’esperimento canadese, dove acrobazia, colori, luci, musica e coreografie puntano a lasciare a bocca aperta lo spettatore, ha sfidato la velocità e la ricchezza delle nuove forme di intrattenimento e ha vinto con incassi da record. Il Cirque du Soleil è in gran forma, infatti, e, dopo le rappresentazioni a Londra e Vienna, sarà a Roma con Amaluna dal 30 aprile prossimo. Inoltre, esistono artisti come Bartabas che attingono a piene mani all’arte circense.

In Italia i nuovi modelli di circo contemporaneo hanno trovato terreno fertile solo recentemente dando vita a nuove compagnie e ibridazioni, senza però oscurare le esperienze delle grandi famiglie circensi italiane come Orfei e Togni. E se il volume d’affari del circo tradizionale è passato nel nostro Paese da oltre tredici milioni nel 2011 ai nove milioni e settecentomila tre anni dopo, l’Ente Nazionale Circhi risponde con orgoglio: «Non siamo solo artisti ha dichiarato il presidente Antonio Buccioni - siamo anche imprenditori e come tali non spendiamo tempo e soldi in un’impresa che non funziona. Se siamo ancora qui vuol dire che la baracca sta in piedi».


LA SCOMMESSA
 Non è certo facile stabilire quanto un’arte antica come quella del circo, che per secoli si è nutrita di spunti di ogni genere e se oggi una delle ragioni della discordia è l’uso degli animali, ricordiamo che Barnum si definiva un mistificatore e usava ogni mezzo pur di fare spettacolo debba e possa rinnovarsi per rispondere a una società che cambia e che, inevitabilmente, impone nuovi modelli e tempi di intrattenimento. Certo è che il desiderio di abbandonarsi alla magia e alla meraviglia non morirà mai e la scommessa rimane sempre la stessa: conquistare l’immaginazione dello spettatore.