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Romano Prodi
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• Scandiano (Reggio Emilia) 9 agosto 1939. Politico. Eletto alla Camera nel 1996 e 2006, due volte presidente del Consiglio (1996-1998, 2006-2008), ministro dell’Industria nell’Andreotti IV (1978-1979), ex presidente dell’Iri (1982-1989, 1993-1994), ex presidente della Commissione europea (1999-2004), ministro della Giustizia ad interim (dal 17 gennaio al 6 febbraio 2008). «Stamattina Prodi guarderà negli occhi tutti i leader della maggioranza e pronuncerà una frase storica: “Uno di voi mi tradirà”. E gli altri in coro: “Io”» (Jena).
• Ha governato il Paese dal 17 maggio 2006 (subentrando a Berlusconi) al 7 maggio 2008 (giorno in cui ha di nuovo ceduto il posto a Berlusconi), 722 giorni in tutto. Maggioranza inizialmente imperniata su un cartello di nove partiti. Da destra verso sinistra: Udeur (Mastella), Italia dei Valori (Di Pietro), Margherita, Partito radicale, Partito socialista (Boselli), Ds, Partito dei comunisti italiani (Diliberto), Verdi (Pecoraro Scanio), Rifondazione. Un’alleanza così numerosa ed eterogenea impose, per via della tradizionale distribuzione equilibrata delle cariche (vedi Massimiliano Cencelli), la formazione del più affollato governo nella storia Repubblica: 25 ministri, 10 viceministri, 66 sottosegretari per un totale di 102 persone (compreso il premier). La legge Bassanini (vedi), che aveva imposto un esecutivo molto più snello venne riscritta (la restaurò più o meno nella versione originale Berlusconi). Anche il programma con cui Prodi corse alle elezioni 2006 risentì delle troppe istanze politiche a cui si doveva dar retta: era un volume di 274 pagine che alcuni, oltre tutto, consideravano «una sintesi» (per esempio Andrea Papini, coordinatore della coalizione).
• L’elefantiasi programmatica, l’eterogeneità delle posizioni politiche e la fragilità di una maggioranza di appena due voti in Senato sono all’origine delle difficoltà incontrate da Prodi sul suo cammino. Il governo tentò di caratterizzarsi prima con un programma di liberalizzazioni impostate dal suo ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani (vedi), autore di un disegno di legge e di un decreto, detti per le loro dimensioni “lenzuolata”, avversati dalle corporazioni dei notai, dei farmacisti, dei benzinai, dei taxisti oltre che dalla potentissima lobby delle banche e alla fine o svuotati di senso o realizzati per una parte insignificante. Poi con un’apertura impegnativa sul piano del costume, cioè quella di una regolamentazione delle coppie di fatto attraverso un progetto di legge preparato da Rosy Bindi e da Barbara Pollastrini e ribattezzato Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), progetto che fu tenacemente avversato dal Vaticano e creò grosse fratture con l’ala cattolica dello schieramento (i teodem della Margherita, capitanati da Paola Binetti). I Dico furono per molti commentatori la causa vera della crisi del febbraio 2007, e vennero alla fine abbandonati, nonché severamente criticati sotto il profilo tecnico da giuristi di tutte le aree (Cesare Salvi, a capo della commissione Giustizia del Senato, riscrisse la legge da capo, sarebbe dovuta andare in aula nel gennaio 2008 quando il governo cadde). Infine, accodandosi alle continue richieste della sinistra a proposito di un preteso “risarcimento sociale” (espressione coniata dal nuovo capo di Rifondazione, Franco Giordano) Prodi, il suo ministro dell’Economia Padoa-Schioppa e il vice-ministro con delega al Fisco Vincenzo Visco prepararono una Finanziaria 2007 pesante sotto il profilo dell’imposizione fiscale e sperperarono poi in mille rivoli i misteriosi avanzi delle entrate fiscali, ribattezzati dai giornali con la parola “tesoretto”. Questa politica economica, di cui si percepiva, o si credeva di percepire, la severità, non veniva poi accompagnata dall’indicazione di obiettivi complessivi capaci di coinvolgere il Paese in scelte forse necessarie, ma che sostanzialmente non venivano capite. Nei sondaggi il governo cominciò a precipitare subito, e dopo una ventina di mesi si trovava a minimi storicamente mai raggiunti da nessun esecutivo precedente.
• Particolari le difficoltà in politica estera: l’ala sinistra dello schieramento gridava che si ritirassero i contingenti in Afghanistan e soprattutto in Iraq, seguendo l’esempio dello spagnolo Zapatero (che appena eletto aveva richiamato i suoi in patria). A Vicenza, dove gli americani volevano allargare la loro base, scesero in piazza contro il governo e insieme con altre ventimila persone i segretari dei tre partiti di sinistra che stavano nella maggioranza (Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi), cioè Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio (il presidente della Camera Bertinotti, i ministri e i sottosegretari della sinistra non parteciparono al corteo solo perché Prodi glielo vietò con la frase: «Il governo non marcerà contro se stesso». La presenza di supposti amici di Prodi alle manifestazioni contro Prodi era una costante: il 4 novembre 2006, per esempio, avevano sfilato a Roma addirittura i sei sottosegretari Rinaldi, Sentinelli, Cento, Marchetti, Patta, Gianni per chiedere l’abolizione della legge Biagi, la fine del precariato, l’assunzione a tempo indeterminato nelle amministrazioni pubbliche, la cancellazione della Bossi-Fini sull’immigrazione, la cancellazione della riforma Moratti della scuola). Il corteo di Vicenza fece da anticamera alla crisi. Prendendo atto del fatto che tre segretari della maggioranza avevano partecipato a una manifestazione sostanzialmente antigovernativa, il presidente Napolitano chiese a Prodi di verificare la tenuta in Parlamento del suo governo sulla politica estera. Il capo della Farnesina Massimo D’Alema, incaricato di parlare in Senato, premise che con un voto negativo «ce ne torneremo tutti a casa». Pronunciato il discorso – nel quale si proclamavano: l’indispensabilità dell’alleanza con gli americani, e sia pure senza perdere la propria autonomia; la necessità di restare in Afghanistan anche per non trovarsi isolati nel consesso internazionale; l’impossibilità di negare Vicenza senza compiere un gesto inutilmente ostile verso gli Stati Uniti – si passò al voto e il governo raccolse 158 “sì” e 160 “no”, contando tra i “no”, come voleva la regola del Senato, anche le astensioni. Tra i voti che condannarono il gabinetto fecero sensazione quelli di Franco Turigliatto (Rifondazione) e di Fernando Rossi (uscito da Rifondazione pochi giorni prima) e l’astensione di Andreotti, latore secondo tutti della condanna vaticana sui Dico. Il malumore della Confindustria per la Finanziaria varata due mesi prima e in genere per la politica economica del governo fu espresso dall’astensione di Pininfarina, a cui si aggiunse anche quella di Cossiga, che giudicò il governo troppo poco filo-israeliano e troppo antiamericano.
• Prodi fu rimandato alle Camere, riottenne la fiducia e continuò la sua strada irta di difficoltà. Il bilancio dopo un anno di attività risultò piuttosto sconfortante: «Si sono prodotte la metà delle leggi dell’era Berlusconi, s’è fatto ricorso al voto di fiducia 18 volte, le leggi più importanti approvate (compresa la Finanziaria) avevano l’aspetto assai poco democratico della “lenzuolata”, testi lunghi svariate decine di metri e contenenti di tutto, che i deputati e soprattutto i senatori dovevano prendere o lasciare. Il Senato – dove il governo può andare sotto su qualunque materia – è praticamente chiuso e pur di non ricorre alle aule e sopravvivere Prodi adopera ogni mezzo. La capogruppo dell’Ulivo, Anna Finocchiaro, ha ammonito i suoi che la scissione nei ds e la nascita del gruppo Sinistra democratica (la sinistra diessina che si opponeva alla fusione con la Margherita: vedi  Walter Veltroni ndr) rende se possibile ancora più difficile, per la maggioranza, l’iter delle leggi al Senato. La sinistra radicale ha infatti a questo punto a sua disposizione un contingente di ben 50 parlamentari» (Dell’Arti).
• Si aggiunga che la politica estera aveva determinato una freddezza nuova da parte degli Stati Uniti: contravvenendo a una lunga consuetudine, il presidente del Consiglio a un anno dal suo insediamento non era ancora stato invitato in America (lo inviterà Bush, durante le visita di giugno 2007) mentre almeno due volte l’ambasciatore Spogli era intervenuto piuttosto pesantemente nella nostra politica interna. Una volta per sollecitare il finanziamento della nostra missione in Afghanistan (promuovendo una lettera in cui si dichiarava essenziale la presenza italiana su quel teatro, sottoscritta amche dai governi di Gran Bretagna, Olanda, Canada, Australia, Romania). E un’altra nell’aprile 2007, in occasione dell’abbandono da parte di At&t della partita Telecom (vedi anche Marco Tronchetti Provera). Spogli scrisse al Corriere della Sera: «(...) una delle prime reazioni all’interessamento da parte di un’azienda straniera è la sottolineatura che deve prevalere l’interesse nazionale. Qual è il risultato di questo approccio poco aperto nei confronti dei capitali stranieri? Un rapido confronto con gli altri Paesi europei può essere molto illuminante. Secondo i dati dell’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo, nel 2005 l’Italia ha attirato circa 20 miliardi di dollari di nuovi investimenti stranieri. La Francia oltre 60 miliardi. La Gran Bretagna, leader tra i Paesi più industrializzati, 165 miliardi. In qualità di ambasciatore degli Stati Uniti, mi interesso maggiormente degli investimenti del mio Paese, e anche in questo caso la situazione non è confortante. Fino al 2005 il totale degli investimenti americani in Italia ammontava a poco meno di 26 miliardi di dollari, ben al di sotto dei 324 miliardi in Gran Bretagna, degli 86 miliardi in Germania, dei 61 miliardi in Francia e perfino dei 43 miliardi in Spagna. Questi dati dovrebbero far riflettere. Gli investimenti non arrivano dove non sono ben accolti, dove le regole del mercato vengono cambiate continuamente».
• Era anche uscito il libro La casta di Stella e Rizzo, nel quale si dimostrava che i politici italiani e i loro partiti erano, senza eccezioni, dei comitati d’affari dediti all’opera quasi esclusiva di succhiar denaro al popolo per comprar con quello il proprio benessere e il consenso degli elettori. Idee fortemente rilanciate da Grillo (vedi) e dai Vaffa-Day. Con i sondaggi a picco e le elezioni amministrative di maggio andate male, la depressione era tale che a giugno 2007, in occasione di un incontro di tre ore con i sindacati per discutere la riforma delle pensioni, Prodi e Padoa-Schioppa non pronunciarono nemmeno una parola.
• La trattativa sulle pensioni portò alla luce il contrasto profondo tra sindacati e sinistra di governo, concorrenti nella rappresentanza dei cosiddetti ceti popolari e tutti e due certi di essere i portatori della autentica rappresentanza sociale. Il governo aveva firmato con i sindacati un’intesa sul welfare e la sinistra di governo la giudicò insufficiente, insistendo per ottenere modifiche alla legge Biagi, garanzie di lotta al precariato, abolizione totale dello scalone pensionistico, ecc. L’accordo sul welfare venne poi approvato a grande maggioranza dai lavoratori (benché nelle fabbriche i sindacalisti fossero spesso accolti a fischi) e la riforma delle pensioni, infilata in Finanziaria, sancì l’adozione del sistema delle quote: niente più scalone e in pensione con 58 anni e 35 di contributi al 1° gennaio 2008, e poi pensionamento a 59 anni e quota 95 dal 1° luglio 2009, a 60 anni e quota 96 dal 1° gennaio 2011, a 61 anni e quota 97 dal 1° gennaio 2013. La quota si raggiungeva sommando all’età anagrafica gli anni di contributi. Il sistema in vigore al 5 ottobre 2008.
• Lo sgretolamento accelerò con la nascita del Partito democratico e l’ascesa al suo vertice di Walter Veltroni (vedi). Avendo raccolto nelle primarie del 14 ottobre 2008 3 milioni e 400 mila voti, Veltroni si poneva infatti come un’alternativa credibile per la leadership del centro-sinistra e l’ingresso a Palazzo Chigi quando sarebbe venuto il momento. Le intese tra il nuovo leader della sinistra e Berlusconi vennero accolte con sempre maggior freddezza dal premier. Il 4 dicembre 2008 Bertinotti – che sentiva il precipitare dei consensi per Rifondazione e li attribuiva alla presenza del suo partito nel governo – diede un’intervista a Massimo Giannini di Repubblica nella quale faceva Prodi simile a Vincenzo Cardarelli, che Flaiano aveva definito «il più grande poeta morente». Il 27 del mese i senatori Fisichella, Dini, D’Amico, Scalera, Bordon e Manzione - in sede di votazione per la Finanziaria - annunciarono che, per quanto li riguardava, l’esperienza Prodi era conclusa: chiedere per la trentaquattresima volta un voto di fiducia sarebbe stato inutile. Intanto Napoli e la Campania erano sommerse dalla spazzatura e ogni fatto di cronaca nera veniva attribuito alla debolezza dell’esecutivo, che dopo aver svuotato le carceri con l’indulto (la vulgata dimenticava che quel provvedimento era stato votato anche da Berlusconi), non aveva né la voglia né la capacità di contrastare la malavita. Infine, il 16 gennaio 2008, un magistrato di Santa Maria Capua Vetere metteva agli arresti domiciliari la moglie del ministro della Giustizia Mastella, fatto che ne provocava le dimissioni e l’uscita dell’Udeur dalla maggioranza. Seguiva la caduta, lo scioglimento delle Camere e le elezioni del 13-14 aprile alle quali Prodi, abbandonato in tutta fretta dai suoi, neanche partecipava.
• Dopo le elezioni ha rifiutato la presidenza del Pd e non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione politica, ammonendo a non interpretare politicamente il suo silenzio. Ha dichiarato di essersi ritirato dalla politica in Italia, facendo capire che non avrebbe disdegnato un qualche incarico internazionale.
• Il 12 settembre 2008 il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, lo ha messo a capo del gruppo di sei esperti internazionali - James Dobbins (Stati Uniti), Jean-Pierre Halbwachs (Mauritius), Monica Juma (Kenya), Toshi Niwa (Giappone) e Behrooz Sadry (Iran) - che dovrà occuparsi della pace in Africa.
• Dal febbraio 2009 è Professor at-large alla Brown University (USA).
• Dal 2010 è stato nominato Professore alla Ceibs (China Europe International Business School) in Shanghai.
• Sulla vicenda Telecom, vedi Marco Tronchetti Provera. Sulla fallita asta Alitalia e su altre questioni economiche, vedi Tommaso Padoa-Schioppa. Notizie sull’attività del governo Prodi si trovano anche alle voci riguardanti i singoli ministri e in particolare: Pierluigi Pierluigi, Rosy Bindi, Barbara Pollastrini, Angelo Rovati, Silvio SircanaLivia Turco, Vincenzo Visco.
• Ha inoltre ricevuto 37 riconoscimenti accademici Honoris (tra il 1998 e il 2013).
• L’11 ottobre 2012, è stato nominato inviato speciale dell’Onu per il Mali e il Sahel. Da allora continua «a girare come una trottola». Prodi fa sapere che vuole lanciare un Fondo internazionale di aiuti per lo sviluppo del Sahel («È una umanità dolente. Per questo bisogna girare il mondo a chiedere la carità»). Da allora si concede il vezzo di firmare gli sms spediti agli amici con una chiusa spiritosa: «Romano l’Africano». [Fabio Martini, Sta. 5/4/2013]
• Venerdì 19 aprile 2013 Pier Luigi Bersani ha fatto il suo nome per il Quirinale. Prodi, dal Mali, ha fatto sapere che tornerà in Italia appena possobile e quando il leader del Pd lo ha chiamato, lui non ha potuto che pronunciare il fatidico sì, ma un semplice «Pier Luigi ti ringrazio...». Fabio Martini sulla Stampa.it: «Prodi è fatto così: orgoglioso e cattolico che ha introiettato il fatalismo della Provvidenza, il Professore non ha brigato, anche se ovviamente ha lasciato che i suoi amici agissero. Anzitutto Arturo Parisi, tessitore dietro le quinte. Ma anche la portavoce (e parlamentare del Pd) Sandra Zampa, protagonista due notti fa di un intervento molto forte alla assemblea dei parlamentari del centrosinistra, che ha commosso diversi presenti, ha lasciato il segno. E ancora Sandro Gozi, l’unico parlamentare prodiano (assieme alla Zampa) presente in Parlamento e Giulio Santagata, il braccio destro a palazzo Chigi, che pur non essendo più deputato, ieri mattina era ricomparso a Montecitorio». [Sta.it 19/4/2013] La scelta di Bersani non piace a Pdl («La scelta di Romano Prodi è una ferita per milioni di italiani, un modo di lacerare il Paese e di alimentare divisione e contrapposizione») che ha fatto sapere che preferisce la Cancellieri. (Giovedì 18 aprile Prodi ha preso 14 voti alla prima votazione e 13 alla seconda).
Paolo Mieli: «È in atto un falso tentativo di inciucio, io sono convinto che al 95 per cento il presidente della Repubblica sarà Romano Prodi. Ha i numeri, è già deciso da tempo, il resto è tutto una grande rappresentazione. Non dico al cento per cento perché c’è sempre l’imprevisto, ma rispetto a quello che si sa davvero, il presidente della Repubblica sarà Romano Prodi, e più che un inciucio questa è un’ammuina, è un inciucio misto ad ammuina» (alla trasmissione radiofonica “Zapping duepuntozero” di Radio1 dell’11 aprile 2013). [Il Foglio 13/4/2013]
Vita Famiglia che risale al XVI secolo, con un capostipite certo in Tognino de’ Prodi di Montebabbio (Giancarlo Perna: «Il Liber Focorum del distretto di Reggio Emilia annota già nel 1315 un Petrus de Gadaprodagis che farebbe pensare al cognome Prodi e alla località tuttora chiamata Ca’ de Prodi»).
• La madre Enrica Franzoni (lontana parente di sua moglie Flavia. Nessuna delle due ha niente a che fare con la Franzoni imputata del delitto di Cogne), maestra, faceva volontariato in parrocchia e nel Cid, associazione di donne per il reinserimento di ex prostitute. Il padre Mario, ingegnere proveniente da una famiglia contadina, progettò il raddoppio della ferrovia Verona-Bologna. Ebbero nove figli, sette maschi e due femmine nati fra il 1925 e il 1941, tutti laureati (vedi Franco Prodi, Paolo Prodi, Vittorio Prodi). Lui è l’ottavo.
• Alla fine della terza media i professori consegnarono ai suoi una lettera in cui consigliavano di non far proseguire gli studi al ragazzo. La moglie: «Mi indica sempre la buchetta di scolo dove l’ha buttata prima di rientrare a casa».
• «In matematica era zero. Un disastro. Non gli piaceva e non ne capiva. E non solo alle medie, dove all’inizio faticava anche in altre materie: pure al liceo quando era diventato il più bravo della classe e prendeva nove in italiano. Andava bene in greco, col professor Enrico Dossetti, il fratello del sacerdote. E benissimo in storia, la sua materia preferita. Faceva dei bei temi. Ma la matematica non gli andava giù» (Cesare Fiumi).
• «Per un certo tempo ho anche cullato la speranza, l’illusione, di poter diventare un corridore. Conservo l’ordine d’arrivo di una classica di queste parti, la Reggio Emilia-Casina, 27 chilometri, 500 metri di dislivello, nel 1955. Primo Adorni Vittorio, il cognome e poi il nome, perché così tutto sembrava più importante. Dodicesimo Prodi Romano. Tempo, se la memoria non m’inganna, sui 58 minuti. Gareggiavo su una vecchia, già allora, Frejus, colore chiaro, una corona davanti e tre pignoni dietro. Gli altri vantavano già due corone davanti. Non per accampare scuse, ma Adorni aveva, oltre che molto più talento e gambe, anche un anno più di me» (da un’intervista di Marco Pastonesi).
• Al Liceo classico Ariosto di Reggio Emilia frequentò Giuseppe Dossetti, il padre spirituale dei cattolici di sinistra e, nella parrocchia di San Prospero di Reggio Emilia, Camillo Ruini, futuro capo dei vescovi italiani, che nel 1969 ne celebrò le nozze. Si diplomò con la migliore licenza liceale di tutta l’Emilia
• Giurisprudenza alla Cattolica di Milano dove si è laureato cum laude nel 1961 («ma se tornassi indietro stavolta mi iscriverei a Economia»), convittore all’Augustinianum (dove anni prima era stato anche Ciriaco De Mita), ebbe per compagni i futuri ministri Flick e Treu. Tesi con Siro Lombardini sulle barriere doganali: «Mentre tutti in Italia studiano l’ultima variazione della teoria del valore di Sraffa, lui si mette a studiare l’industria delle piastrelle a Sassuolo, e diventa per tutti, politici e industriali, l’economista che parla di cose che si capiscono» (Edmondo Berselli). Specializzazioni alla London School of Economics, a Harvard e a Stanford, diventò assistente di Nino Andreatta nella facoltà di Scienze politiche a Bologna. Nel 1971 ottenne la cattedra di Economia politica e industriale. Andreatta, che fu suo protettore fino all’ultimo, lo introdusse nella casa editrice Il Mulino (presidente dal 1974 al 1978). Dal 1964 al 1970 consigliere comunale a Reggio Emilia, fu quello l’unico periodo in cui ebbe la tessera della Dc.
• Nel 1978, durante il sequestro Moro, si sarebbe presentato a piazza del Gesù, dove aveva sede la Dc, e avrebbe raccontato a Giovanni Galloni, vicesegretario del partito, che Moro doveva trovarsi a Gradoli, una piccola città del viterbese. Alla domanda su come sapesse una cosa simile, avrebbe risposto che la parola “Gradoli” era uscita fuori da una seduta spiritica che si era svolta pochi giorni prima (domenica, 2 aprile 1978) nella casa di campagna del professor Alberto Clò (vedi), località Zappolino, a 30 chilometri da Bologna: tredici convitati avrebbero fatto girare un bicchierino o una tazzina o un posacenere su un foglio di carta su cui erano state scritte le lettere dell’alfabeto e le anime di don Sturzo e Giorgio La Pira, evocate, alla domanda su dove fosse Moro, dopo aver risposto – facendo correre il bicchierino o la tazzina o il posacenere da una lettera all’altra – Viterbo e Bolsena, avrebbero decisamente e ripetutamente composto la parola Gradoli. Come è noto, la polizia, che aveva inutilmente messo sotto assedio la cittadina di Gradoli nel viterbese, scoprì pochi giorni dopo un covo delle Brigate rosse in via Gradoli a Roma, dove era effettivamente stato rinchiuso Moro. Prodi, che si rifiuta di parlare ancora di quell’episodio, non ha mai cambiato versione sulla fonte della notizia. Cossiga: «Non c’era piuttosto qualcuno depositario di confidenze che si era inventato la seduta spiritica per trasmettercele senza correre rischi?».
• Il 25 novembre 1978 fu nominato ministro dell’Industria al posto di Carlo Donat-Cattin, capo della corrente democristiana Forze nuove appena eletto vicesegretario del partito (dunque incompatibile col posto al governo): per impedire l’ingresso nell’esecutivo di un altro forzanovista (Giuseppe Sinesio), il presidente del Consiglio Andreotti e il segretario della Dc Flaminio Piccoli accettarono il suggerimento di Andreatta e nominarono ministro Prodi, conosciuto allora oltre che per l’episodio di via Gradoli per una serie di collaborazioni giornalistiche con Avvenire, Sole-24 Ore, Corriere della Sera. Faceva comodo in altri termini far entrare al governo un tecnico. Da ministro, il 3 aprile del 1979 promulgò la legge sulle ristrutturazioni aziendali che porta il suo nome: quando è a rischio di chiusura un’azienda di importanza nazionale si può procedere al salvataggio anche in deroga alle procedure fallimentari, per esempio consentendo accorpamenti con altre aziende del gruppo sane (in pratica, in un sistema, basta una pedina buona per consentire il salvataggio delle pedine cattive). Cessata l’esperienza di ministro, fondò Nomisma (nome di un’antica moneta bizantina), società di ricerche economiche, sulla falsariga dell’Ariel e della Prometeia di Andreatta. Ebbe molte commesse da Bnl, banca dei socialisti, presieduta in quel momento da Nerio Nesi. Perna: «Romano nell’autunno dell’82 diventa improvvisamente presidente dell’Iri con cui Nomisma aveva scambi fruttuosi. Frequente il passaggio di studiosi prodiani alle società irizzate per ricoprirvi cariche di presidenti o amministratori; numerose le società Iri clienti di Nomisma. Gli intrecci aumentano con l’arrivo del Nostro e le commesse per Nomisma si moltiplicano. Ce n’è quanto basta per ipotizzare l’interesse privato in atti di ufficio. Il pm romano Luciano Infelisi apre l’inchiesta sulla base di lettere anonime e di una interrogazione del deputato Staiti di Cuddìa. Emerge che Prodi, pur a capo dell’Iri, manteneva la presidenza del consiglio scientifico di Nomisma e che società Iri, Italstrade, Sip, Italsider, ecc., stipulavano contratti di ricerca miliardari “per favorire Nomisma e Prodi”. Nell’85, Infelisi rinvia Romano a giudizio. Tre anni dopo, il giudice Mario Casavola lo proscioglie». La sentenza di proscioglimento si basa tuttavia su un cavillo: poiché i contratti di consulenza con Nomisma sono stati stipulati da società dell’Iri e non dall’Iri, il comportamento del presidente, ancorché censurabile (perché «è indubbio che alcune commesse furono volute da Prodi per aiutare Nomisma che aveva bisogno di lavorare») non configura reato. Per la storia di Nomisma, Prodi fu censurato anche dal cda dell’Iri.
• Presidente dell’Iri fino al 1989, tentò di vendere la Sme (vedi Carlo De Benedetti); dando retta a un grido d’allarme degli Agnelli, impedì alla Ford di comprare l’Alfa Romeo lasciando che se ne impossessasse la Fiat (una scelta molto discussa ancora oggi), vendette il Banco di Santo Spirito alla Cassa di risparmio di Roma (operazione che avviò il processo da cui alla fine sarebbe nata Capitalia, il prezzo e la procedura senza gara di questa prima vendita sono molto contestati), avviò la chiusura dell’attività siderurgica e mise mano a parecchie altre privatizzazioni. «Ho fatto 33 privatizzazioni; quando ho fatto la trentaquattresima hanno privatizzato me e mi hanno mandato a casa».
• Richiamato all’Iri da Ciampi (presidente del Consiglio) nel 1993, subito dopo che i giudici di Milano avevano arrestato il presidente Franco Nobili per la faccenda dei fondi neri, subì un violento interrogatorio da parte di Di Pietro. «Avendo una conoscenza evidentemente approssimativa delle Partecipazioni statali, i magistrati di Milano ritenevano che l’Iri fosse la cassaforte della Dc, come l’Eni lo era del Psi. In realtà mentre le gigantesche transazioni internazionali consentivano all’Eni di muovere somme enormi di denaro in tutto il mondo e quindi di accantonare con relativa facilità “provviste” illecite, l’Iri era soprattutto un gigantesco centro di potere clientelare, meno soldi, ma tanti posti di lavoro. Di Pietro aveva convocato Prodi domenica 4 luglio 1993. Nonostante fosse stato scelto il giorno festivo per garantire all’incontro la necessaria riservatezza, qualcuno aveva avvertito i cronisti, che sentirono nitidamente le minacciose contestazioni a voce altissima mosse, come d’uso, dal magistrato al testimone: “I soldi alla Dc chi glieli ha dati?”. Prodi rimase interdetto e l’indomani, mentre la Borsa crollava per la notizia (falsa) di un suo arresto imminente, si precipitò al Quirinale per segnalare a Scalfaro il trattamento subito. Questa volta il capo dello Stato si mosse. “L’avviso di garanzia è diventato una condanna implacabile” disse “e il carcere deve essere l’eccezione e non la regola”» (Bruno Vespa). Chiamato alla presidenza del Consiglio da Scalfaro alla caduta di Berlusconi (gennaio 1995), dovette rinunciare perché Mario Segni, che avrebbe dovuto fargli da vice, rifiutò sperando che, caduta l’ipotesi Prodi, l’incarico sarebbe andato direttamente a lui (toccò invece a Dini). Guadagnatosi la nomea di tecnico, ma anche, per la prima volta, la qualifica di “risorsa” spendibile addirittura per Palazzo Chigi, avendo la stagione di Mani pulite reso difficile da gestire, in termini di comunicazione, il politico puro, nel 1996 il centrosinistra lo scelse come capo dello schieramento avverso a Silvio Berlusconi.
• Nonostante avesse preso 300 mila voti meno del centrodestra, il centrosinistra vinse in termini di seggi quelle elezioni e Prodi entrò a Palazzo Chigi. Rifondazione stava nella maggioranza ma non nel governo. La situazione economica era resa più grave del solito dalla necessità di centrare i parametri stabiliti a Maastricht per essere ammessi nell’area euro (e in particolare il famoso rapporto deficit/Pil non superiore al 3%). Nel 1997 ai 32 mila miliardi di manovra normale se ne aggiunsero altri 30 mila di tassa per l’Europa (poi parzialmente restituiti). Questa finanziaria e altri risparmi consentirono a Prodi di centrare un obiettivo fondamentale, quello dell’ammissione dell’Italia all’euro, con un cambio di 1936,27 lire che gli avversari hanno in seguito contestato come troppo duro ma che è risultato nei fatti l’unico ammissibile. La necessità di contenere la spesa, un ventilato intervento sulle pensioni, l’annuncio di una finanziaria 1998 altrettanto severa e “inemendabile” e anche il voto sulla missione in Albania (in ottemperanza alla risoluzione 1101 l’Italia avrebbe dovuto mandare un contingente per garantire tra l’altro libere elezioni, Rifondazione votò contro e il provvedimento passò col soccorso del centrodestra) resero sempre più difficile il rapporto con Bertinotti, la cui preoccupazione maggiore sembrava quella di restare schiacciato sull’azione di governo, perdere visibilità, non raccogliere più il consenso della parte più a sinistra del paese. Dopo un’estate molto tormentata, Prodi decise di far chiarezza e il 9 ottobre 1998 pose la fiducia sulla finanziaria. Bertinotti annunciò che avrebbe votato contro, Rifondazione si spaccò (nacque in quell’occasione il Partito dei comunisti italiani di Cossutta e Diliberto), la vigilia del voto passò in un calcolo estenuante su quanti voti avesse davvero a quel punto il governo. Prodi era convinto di avere il vantaggio di un voto (314 a 313), ma la conta mostrò che invece era sotto di uno: il governo venne battuto 313 a 312 grazie al “no” di Silvio Liotta, uomo di Rinnovamento (Dini) subito espulso dal partito (ci furono polemiche anche per l’assenza del presidente della Camera Irene Pivetti, rimasta a casa ad allattare la figlia Ludovica Maria, nata da pochi giorni). L’Udr di Cossiga si offrì di appoggiare il governo a patto che Prodi ne chiedesse esplicitamente il voto. L’offerta fu respinta.
• La caduta fu anche il risultato di un complotto ordito da D’Alema e Franco Marini, di cui Bertinotti non sarebbe stato che lo strumento? Fabio Martini: «Come ha riconosciuto Francesco Cossiga “la sequenza degli eventi che portò alla crisi, sarà un rompicapo per gli storici del futuro”, ma oramai alcuni dati essenziali risultano acquisiti. Il primo: non è mai esistito un “Piano Solo” e tantomeno una precisa “ora X” in cui far saltare Prodi. Esisteva, è vero, un’intesa tra D’Alema e Marini per superare il governo in carica, ma non c’era un piano operativo, l’“intentona” sarebbe dovuta genericamente scattare nel corso del 1999». Mandato da D’Alema a fare il presidente della Commissione europea (modo per non averlo intorno nel 2001, al momento delle elezioni), Prodi evitò di logorarsi nelle battaglie politiche successive, ma non si tenne lontano al punto di essere dimenticato. Suoi uomini, capeggiati dal fido Arturo Parisi, gli fecero da testa di ponte e lui stesso, da Bruxelles, osteggiò per quanto gli era possibile Berlusconi, al punto di guadagnarsi dagli oppositori l’accusa di essere anti-italiano.
• Sulla sua esperienza di presidente della Commissione europea: «A Bruxelles sembrò travolto dal debutto. Nei primi mesi i colleghi della Commissione si chiedevano come avesse fatto a reggere l’Italia. Mario Monti li rassicurava: dategli tempo, vedrete che verrà fuori. È il famoso teorema del Prodi-diesel che soccorre quando lo si ascolta parlare troppo lentamente in tv: si vorrebbe scuotere il televisore pur di sbloccarlo, salvo poi vederlo prevalere. Si era presentato a Bruxelles con l’obiettivo di “chiudere la distanza tra la (ricca) retorica europea e la (povera) realtà” e nel primo anno, complice “lo sforzo di lavorare in tre lingue”, sembrò che la distanza si chiudesse al contrario. La stampa straniera lo faceva a pezzi con metodo, tutte le mattine, il suo passato all’Iri, gli intrecci di consulenze di Nomisma, tutto appariva compromettente. Compreso essere italiano: il Times arrivò ad accusarlo di collusione con la camorra. Poi lo scoprirono andare al lavoro in bicicletta, convocare i breakfast informali del mercoledì per creare spirito di corpo nella Commissione prima delle riunioni ufficiali, organizzare cene spontanee per i colleghi con le mogli e invitarli a Bebbio tra le camerate dei settanta nipoti. La Bbc raccontò con evidente stupore di averlo sorpreso a leggere un romanzo. L’esperienza di Bruxelles è finita in crescendo, l’euro, l’allargamento, la Costituzione. Delle ultime tre Commissioni (da Santer e Barroso) sarà ricordata come la migliore» (Carlo Bastasin).
• Ricorrendo alle primarie, che i capi del centrosinistra non volevano, sgombrò il terreno dalle ambizioni dei suoi concorrenti (in primis Rutelli, divenuto suo acerrimo avversario all’interno della Margherita), raccogliendo il 16 ottobre 2005 il 75 per cento dei voti di un elettorato sorprendentemente vasto (quattro milioni di persone).
• Sposato con Flavia Franzoni dal 1969. Nel 2005 scrisse con la moglie il libro Insieme (San Paolo editore). Due figli: Giorgio (1971, economista), Antonio (1973, biologo). Sei i nipoti: Chiara, Benedetta, Maddalena, Davide e Giacomo. Tommaso (22 ottobre 2011), figlio di Antonio e Elisabetta.
Critica.
• «Dopo Ciampi, è Prodi la persona che meno capisce di politica, ma è uno degli uomini più furbi che io conosca. Allevato come me in sacrestia, dice le bugie meglio di Berlusconi. Non dico che siano bugiardi: dico solo che dicono bugie» (Francesco Cossiga).
• «Romano Prodi ha un sistema nervoso pazzesco. Al primo duello tv è arrivato con 40 minuti di anticipo e nell’attesa si è addormentato. La volta dopo per evitare che si rilassasse troppo gli abbiamo fatto prendere tre caffè» (Angelo Rovati).
Frasi «Quando pedalo tra le nostre colline so riconoscere, da come sono piantati gli alberi ai bordi delle strade, dove passava il confine con lo Stato pontificio, fra la trascuratezza della mano pubblica e la cura dei campi» (Romano Prodi).
«Romano Prodi, il buon professore, il manager, il politico, l’uomo dalle speranze on the road, l’antidivo per eccellenza, il leader che alle telerisse preferisce le teleriflessioni, il sorriso rassicurante, bonario e sereno, gli occhi roteanti e morbidi, parla con le pupille, dialoga con le sopracciglia, comunica con il cristallino» (Prodi secondo Giovanni Minoli)
Religione Già chierichetto, «da ragazzo lo spedivano ai campi estivi dell’Azione Cattolica, al Passo del Falzarego. Poco più che adolescente, ha insegnato catechismo in parrocchia; quindi, sempre a Reggio Emilia, ha fondato il circolo cattolico “Leonardo”. Nella sua crescita, i fermenti del Concilio si sono agevolmente combinati con la più intensa e assidua partecipazione a veglie devozionali, processioni, esercizi spirituali, incontri formativi, missioni, raduni e congressi diocesani» (Filippo Ceccarelli).
Curiosità Il 2 dicembre del 2009 Prodi mise a disposizione per un’asta benefica i regali ricevuti nelle visite ufficiali quand’era premier. Tra questi, il fucile Winchester in ottone dorato, con calcio in lapislazzulo ricoperto di zaffiri e brillanti. Lo comprò il presidente della Sampdoria, Riccardo Garrone per 5.500 euro. Complessivamente, l’asta ha fruttò 49.610 euro.
Vizi Distratto: «Una volta, quando era ministro dell’Industria, lo invitai per un pranzo... Ma sbagliò data e si presentò con ventiquattro ore di anticipo. Lo ricevetti in vestaglia» (Maria Girani, vedova Angiolillo).
• Va pazzo per il pane tostato con ricotta e miele.
Tifo Torinista.
Giorgio Dell’Arti
Catalogo dei viventi 2016 (in preparazione)
scheda aggiornata al 19 aprile 2013

Lunedì 5 dicembre 2016
DAI GIORNALI DI OGGI


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