La Gazzetta dello Sport, 14 febbraio 2007
I quindici brigatisti arrestati l’altro giorno tra Padova, Milano e Torino hanno un’età media di poco inferiore ai quarant’anni, molti di loro hanno un lavoro, sette sono iscritti alla Cgil, uno s’è già fatto vent’anni di carcere per banda armata e appena uscito ha ricominciato
I quindici brigatisti arrestati l’altro giorno tra Padova, Milano e Torino hanno un’età media di poco inferiore ai quarant’anni, molti di loro hanno un lavoro, sette sono iscritti alla Cgil, uno s’è già fatto vent’anni di carcere per banda armata e appena uscito ha ricominciato. In mezzo c’è anche qualche cinquantenne.
• Ma gente così che cosa voleva fare? Che cosa sperava?
Abbiamo letto che volevano metter bombe a Mediaset e a Sky, colpire la casa di Berlusconi, la redazione del quotidiano Libero, sparare al giuslavorista Pietro Ichino.
• E in prospettiva?
In prospettiva, non so rispondere. Quando qualcuno si mette in un’impresa, gli si chiede in genere di preparare un business plan, cioè un piano dell’affare. Si devono scrivere i costi che si dovranno sostenere, e i ricavi che si realizzeranno. Si deve spiegare il come. Si deve dimostrare che a un certo punto i ricavi saranno superiori ai costi. Che cosa risponderebbe un capo brigatista a cui si chiedesse di preparare un business plan della sua impresa, cioè qualcosa che spieghi nel dettaglio quando prenderanno il potere, come lo prenderanno, che cosa faranno una volta liberato il popolo? A una simile richiesta non avrebbero saputo rispondere i brigatisti degli anni Settanta, cioè i Curcio, i Moretti. Figuriamoci questi.
• E allora come si spiega tutta la faccenda? Ho letto che i brigatisti in Italia sarebbero 7-800 e in gran parte opererebbero al Nord, fra Treviso, Padova, Milano e Torino. Cioè la zona più ricca.
Una piccola parte è costituita da professionisti, disponibili a qualunque operazione. I loro clienti sono i servizi segreti di tutto il mondo. La clandestinità, il brigatismo sono solo coperture che consentono di nuotare senza problemi nel liquido da cui si può estrarre violenza o altra manodopera: centri sociali, organizzazioni no global, pacifismo estremista, qualche ufficio della Cgil. Questo per quanto riguarda i capi. Ma i 7-800 che si buttano nella mischia da dilettanti? La retata dell’altro giorno, impressionante per il numero di anziani, ha messo nei guai anche dei ragazzini: Alfredo Mazzamauro ha 21 anni, Federico Salotto 22, i due fratelli Toschi 24 e 26, idem Amarilli Caprio, 26 anni, l’unica donna, un faccino gentile gentile, almeno in fotografia. Di chi sono figli costoro? Che cosa hanno imparato a scuola? Io sono impressionato dalla somiglianza tra questi brigatisti, che ad un’analisi minimamente approfondita appaiono dei poveretti, e gli altri infelici protagonisti delle violenze italiane: gli ultras negli stadi, la malavita meridionale specialmente se spicciola, i figli di papà che di notte vanno in cerca di qualcuno con cui fare a botte, quelli che vanno ai cortei credendoci e si imbavagliano e sprangano convinti di fare chi sa che».
• Non ne avrà per caso pietà?
Sì, pietà. La maggior parte di costoro pagherà carissimo, più tardi, l’equivoco in cui sono caduti. Quale equivoco? Quello di credere che comportarsi così sia da forti e conduca da qualche parte. Nel libro di Saviano, Gomorra, si racconta la malavita meridionale e l’ideologia che la attraversa. Ideologia che si basa su questo semplice assunt lo Stato è il nemico, meglio morire giovani e con un colpo di pistola in faccia, piuttosto che non farsi rispettare o disonorarsi cedendo allo Stato. Non è lo stesso discorso degli ultras delle curve? Che cosa ci hanno detto gli spettatori dell’Olimpico che domenica hanno voltato le spalle al campo? O quelli che hanno scritto sui muri il loro giubilo per la morte di Raciti?
• Come può esistere gente che la pensa così?
E’ una storia lunga e difficile. Lo scrittore Pietro Citati ha detto che il problema è la scomparsa delle figure autorevoli. Cioè dei maestri. Cioè dei padri. Che cos’è una figura autorevole? Qualcuno che quando parla dice qualcosa che sentiamo come vera. E che crede in quello che dice. E che vive modestamente, senza ricavare da quello che dice alcun tornaconto. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 14/2/2007]