La Gazzetta dello Sport, 18 febbraio 2007
Ieri a Vicenza si è svolta la prevista manifestazione contro l’allargamento della base militare americana
Ieri a Vicenza si è svolta la prevista manifestazione contro l’allargamento della base militare americana. Nessun incidente. Presenti molte mamme con bambini. Aria festosa, palloncini colorati, bandiere della pace. Qualche cartello e qualche slogan di solidarietà con i presunti brigatisti arrestati nei giorni scorsi. Assenti dai cortei membri del governo o delle istituzioni. Tra gli uomini politici in marcia: Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani (partito di governo), Franco Giordano, segretario di Rifondazione (partito di governo), Cesare Salvi, esponente di spicco dei Ds (partito di governo). Tutti i discorsi dal palco si possono riassumere in questi due concetti: l’allargamento della base americana è un incentivo alla guerra; per favorire la pace sarebbe bene che gli americani tornassero a casa e tutte le basi, qui e nel resto del mondo, venissero smantellate. Tra gli oratori anche l’attore premio Nobel Dario Fo.
• Quanti erano?
All’inizio la polizia ha detto 25 mila. Dopo un po’ s’è corretta in 40 mila. Gli organizzatori della manifestazione hanno prima detto centomila, e poi duecentomila.
• Non c’è un modo per farsi un’idea precisa?
Vicenza ha 120 mila abitanti, e più di 120 mila, perciò, non saranno stati. Le file del corteo marciavano inoltre molto distanziate e questo tradisce una preoccupazione degli organizzatori: non siamo poi troppi, è meglio tenersi larghi. A Napoli, l’anno scorso, a chiusura della campagna elettorale, Forza Italia adoperò lo stesso trucc siccome piazza Plebiscito contiene teoricamente fino a un massimo di 90 mila persone e gli uomini di Berlusconi non se ne aspettavano più di 30 mila (erano state ordinate infatti 30 mila bandiere e 30 mila palloncini), il palco venne avanzato fino a dimezzare lo spazio disponibile. Forza Italia potè così dire che avevano applaudito Berlusconi un milione di persone, mentre la Questura forniva un numero di due-trecentomila. Calcoli precisi e spassionati, per situazioni come questa, sono stati fatti da Giuseppe Galasso nel 2001 sulla rivista Acropoli. Applicando quei ragionamenti a Vicenza, beh, non verrebbe un numero troppo alto. Diciamo 10-15 mila.
• Quindi, manifestazione fallita?
Ma no, anzi. Sui numeri c’è un tacito accordo per cui tutti hanno diritto di mentire, e tutti, compreso il ministero dell’Interno, possono quindi diramare qualunque cifra. La manifestazione invece è riuscita: un gruppo importante di cittadini ha pacificamente fatto sapere al governo che non è d’accordo sull’allargamento della base. L’opinione contraria all’allargamento della base, oltre tutto, non è mica solo della sinistra.
• Che male c’è nell’allargamento della base?
L’opinione moderata, che non può essere accusata di prevenzione anti-americana, fa notare che la base è stata costruita nel 1954, in piena guerra fredda, quando cioè si temeva che una III guerra mondiale potesse scoppiare tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Oggi è passato mezzo secolo, l’Unione Sovietica non esiste più e lo scenario internazionale è completamente cambiato. Una cessione di territorio automatica (perché la zona della base non è più Italia, ma America) è quindi faccenda un po’ dubbia. Per lo meno, bisognerebbe discuterne un attimo prima.
• Che ci vogliono fare gli americani con una base più grande?
Vogliono riunificare la 173ª Brigata paracadutisti ora divisa tra la Germania e la caserma Ederle di Vicenza. Sono previste otto palazzine in stile palladiano di quattro piani l’una, una mensa per mille persone, due parcheggi di sei piani. Depositi, negozi, due ristoranti, fast-food, barbiere. Il tutto dove adesso c’è il vecchio aeroporto Dal Molin, cioè a cinque minuti dal centro. La cosa viene presentata come una sistemazione logistica. poi ovvio che da qui partiranno missioni di guerra dirette in Medio Oriente. E il punto alla fine è proprio quest se gli americani fanno la guerra all’Iraq o all’Afghanistan partendo dall’Italia, siamo autorizzati a non considerarci in guerra anche noi? E, soprattutt sono autorizzati, i nemici degli americani, a non considerarci, a nostra volta, dei nemici? [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 18/2/2007]