La Gazzetta dello Sport, 15 marzo 2007
Oggi i due milioni e duecentomila consumatori di buoni pasto, finito di mangiare, si vedranno respingere il ticket e offrire invece un caffè di consolazione
Oggi i due milioni e duecentomila consumatori di buoni pasto, finito di mangiare, si vedranno respingere il ticket e offrire invece un caffè di consolazione. uno sciopero, di un solo giorno, deciso per protestare contro una certa sentenza del Tar sgradita agli esercenti, cioè ai padroni di bar, tavole calde, ristoranti. Vale a dire gli esercizi dove ogni giorno andiamo a consumare il nostro buono.
• A dire la verità io non vado a consumare proprio niente. Che cosa sarebbe questo buono pasto?
Si vede che lei non ha mai lavorato. Faccia conto che sia una banconota del Monòpoli. Sopra c’è scritto – mettiamo – cinque euro. Lei va in una certa tavola calda convenzionata e mangia per cinque euro con la banconota del Monòpoli invece che con cinque euro veri. So già cosa sta per chiedermi: come faccio a procurarmi questa banconota del Monòpoli? Rispond gliela dà il suo datore di lavoro che a un certo punto, durante una qualche contrattazione del passato, ha concordato col sindacato un compenso in buoni pasto invece che in banconote vere.
• Dove sta la differenza?
La differenza sta in quest sul buono pasto, fino a cinque e rotti euro, non ci sono tasse e questo è un risparmio per tutti. Dall’altro c’è un guadagno almeno apparentemente generalizzat la società che emette il buono lo vende con uno sconto all’azienda, l’azienda lo gira al lavoratore spendendo un terzo, il lavoratore col suo buono ha la sensazione di mangiare gratis, la tavola calda convenzionata aumenta la sua clientela di un tot, la società che ha emesso il buono lo ricompra poi dalla tavola calda a un prezzo più basso di quello a cui lo ha venduto all’inizio e realizza il suo margine. Capito il giro?
• Accidenti. E lo sciopero che c’entra?
una lunga storia e riguarda soprattutto la Pubblica Amministrazione. Anche la Pubblica Amministrazione fa mangiare i suoi impiegati con i buoni pasto. Per decidere da chi comprare questi buoni pasto la Pubblica Amministrazione deve indire delle gare. Le regole di queste gare furono stabilite nel luglio del 2005 da un Decreto del presidente del Consiglio (era Berlusconi). Arriva a un certo punto una mega gara della Pubblica Amministrazione, roba per un miliardo e 800 milioni di euro, e una società di Roma, la Repas Lunch, prima ancora che comincino i giochi, ricorre al Tar: secondo quelli di Repas Lunch, il Decreto è illegittimo. Il Tar gli dà ragione e annulla quasi interamente il Decreto. Putiferio.
• Che c’è sotto?
Mettiamo che lei voglia stampare dei buoni pasto. Cercherà di venderli alle aziende con lo sconto più basso possibile rispetto al valore nominale: sul buono c’è scritto 10 e lei tenterà di venderli alle aziende a 9,9. Chiamiamo questa la fase A. Poi arriva il momento in cui dovrà ricomprare il buono dalle tavole calde. Qui, vorrà avere lo sconto più alt sul buono pasto c’è scritto 10, ma io te lo riprendo a 8. Chiamiamo questa la fase B. Prima del decreto di Berlusconi la fase B si svolgeva con la libera contrattazione. Il decreto di Berlusconi, invece, fece in modo che questa fase B fosse in qualche modo fissata dall’alto. Agli esercenti stava benissim non erano più strozzati dalle società emittenti.
• Beh, hanno ragione.
Dipende. Il Tar gli ha dato torto – cioè ha dato torto al Decreto – perché le norme Ue vogliono gare aperte al maggior numero possibile di partecipanti. Invece se la fase B è costretta in uno sconto troppo piccolo, e i margini dunque diventano troppo stretti, hanno la forza economica per concorrere solo i più forti, nel nostro caso le tre società francesi che controllano il 60 per cento di questo mercato da 2,3 miliardi, Accor, Sodexho e Elior. Invece la libera concorrenza fa sempre bene al consumatore e gli farebbe bene anche in questo caso. Comunque: gli esercenti annunciano ricorsi al Consiglio di Stato e si lamentano perché prevedono il ritorno degli sconti a strozzo e dei ritardi folli nei rimborsi (anche otto mesi). La sentenza del Tar, dicono, li precipita di nuovo in un mercato selvaggio, probabile che la spuntino. Le società emittenti sono una ventina, gli esercenti 400 mila. Per un politico – di qualunque tendenza – non c’è storia: starà sempre dalla parte degli esercenti, che abbiano torto o ragione. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 15/3/2007]