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 2007  ottobre 16 Martedì calendario

Domenica sera è nato il Partito democratico... • Questo ce lo aveva già annunciato l’altro giorno

Domenica sera è nato il Partito democratico...

• Questo ce lo aveva già annunciato l’altro giorno.
Già, ma adesso hanno votato, e molti di più del milione auspicato da Veltroni: 3 milioni e 400 mila italiani. Veltroni ha avuto il 74 per cento dei voti, Rosy Bindi il 14, Enrico Letta il 10, Adinolfi l’uno e qualcosa, Gawronski lo zero e qualcosa.

• Numeri credibili?
Il centro-destra dice di no, sospettando soprattutto i dati sulla partecipazione. È vero che in televisione si sono visti i seggi con la fila. Ma, a voler essere maliziosi, per ottenere le file è sufficiente che i seggi siano pochi. Poi manca, come abbiamo scritto ieri, l’elenco preventivo degli elettori, il che rende tutto un po’ casereccio. Il centrodestra qui parla di brogli. Però Veltroni, nella sua conferenza stampa di ieri, ci invita a una stagione di concordia. E accoglieremo l’invito cessando di sospettare. Due cose vanno però dette in ogni caso. La prima: auspicando un milione di votanti, Veltroni ha distolto l’attenzione dal vero numero con cui bisogna fare il confronto, i quattro milioni dell’elezione di Prodi a candidato del centro-sinistra nelle primarie del 2005. Guardando a quel risultato, la partecipazione è un po’ meno trionfale. Il 15 per cento di coloro che avevano eletto Prodi è rimasto a casa e questo 15 per cento corrisponde, più o meno, alla sinistra della maggioranza, cioè i quattro partiti di sinistra che guardano il Partito democratico con il pelo ritto (Verdi, Rifondazione, Pdci e Sinistra democratica, cioè i diessini dissidenti). Veltroni dovrà farci capire, prima o poi, se vuole continuare a marciare avendoceli a fianco o no. La seconda questione riguarda Prodi: Prodi insegue il risultato di domenica – risultato molto importante, sia chiaro – da dodici anni. Non aveva un partito, la stragrande maggioranza della Margherita gli è stata sempre ostile (il leader di questa avversione è stato Rutelli), la scelta di candidarlo a premier sia nel 1996 che dieci anni dopo è stato il frutto delle lotte furibonde tra i cavalli di razza dell’Ulivo, ognuno deciso a impedire all’altro di far carriera. In questo quadro fosco, Prodi e Parisi hanno inseguito l’idea di una forza nuova e alla fine questa forza nuova è nata. L’amara lezione della vita è che sarà questa stessa forza, tra qualche mese, a pensionarlo.

• Veltroni ha detto questo, ieri in conferenza stampa?
Figuriamoci, è stato un proclama continuo sulla necessità che il Pidì scolpisca nelle prossima settimane con decisione le proprie caratteristiche e, nello stesso tempo, sostenga il governo. Bisognerà, per il gusto di Veltroni, che Prodi cada quasi da solo o per mano di qualcun altro e senza che nessuno possa accusarlo. Il leader del Pidì è un maestro nel non sporcarsi le mani. Non si ricorda la motivazione con cui non ha firmato il referendum?

• Non lo ha firmato?
No. Ha detto che firmarlo sarebbe stato uno sgarbo per Prodi, ma ha aggiunto subito che il suo cuore stava con i referendari se, naturalmente, il Parlamento non fosse riuscito a votare una nuova legge elettorale. Ieri non ha parlato di legge elettorale, ma di partecipazione, innovazione, coesione (non unità contro qualcuno, ma coesione per far qualcosa), discontinuità (il voto non è stato antipolitico, però i nostri elettori ci chiedono di non assomigliare ai politici di prima), pace e disarmo, giovani (no al precariato), apertura al confronto con tutti e soprattutto abbandono del “politicamente corretto”. Il che significa che il nuovo leader si prepara a proporre soluzioni per i grandi problemi del paese che potrebbero sembrare di destra: per esempio sulla sicurezza o sull’abbattimento del debito pubblico.

• Perché non prova a dirci come andrà a finire?
Lei vuole mettermi nei guai. Però il più grande giornalista sportivo del secolo, cioè Gianni Brera, faceva i pronostici e ammoniva: solo chi non fa previsioni non le sbaglia. In questo spirito, le dico che a gennaio, pressato da Veltroni, Prodi proverà a fare un governo con meno ministri. Ma non ci riuscirà. Dovrà dimettersi, oppure sarà sfiduciato. Si formerà allora un governo Dini col finto scopo di fare una nuova legge elettorale e col vero scopo di arrivare a dicembre. Sia Berlusconi che Veltroni, infatti, vogliono il referendum, poiché il referendum consegnerà loro una legge elettorale capace di dare tutto il potere al partito che vince, senza gli impicci provocati dalle alleanze. Dini dovrà scavalcare la data del 28 ottobre 2008, che garantisce la pensione ai parlamentari, poi, già che c’è, approverà anche la Finanziaria. A gennaio 2009 si sciolgono le Camere. Tra marzo e aprile si vota. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 15/10/2007]