La Gazzetta dello Sport, 1 novembre 2007
Epifani, il segretario della Cgil, propone di modificare le buste paga dei lavoratori dipendenti così: togliere cento euro al fisco e metterli nello stipendio
Epifani, il segretario della Cgil, propone di modificare le buste paga dei lavoratori dipendenti così: togliere cento euro al fisco e metterli nello stipendio.
• Ma si può fare?
Certo. Però ci vuole una legge: si tratta praticamente di abbassare l’Irpef dei dipendenti in modo tale che prendano più soldi in busta paga. Per il datore di lavoro non cambierebbe niente: tanto pagava prima e tanto pagherebbe dopo. I cento euro cioè sarebbero finanziati dal fisco. Quindi bisognerebbe, come si dice, “coprirli”, cioè bisognerebbe trovare da un’altra parte i soldi a cui lo Stato rinuncia. Il segretario della Cgil calcola che un’operazione di questo genere varrebbe un punto di Prodotto Interno Lordo (Pil), cioè una quindicina di miliardi di euro. Propone di trovarli dando la caccia agli evasori, tassando le rendite ed eliminando sprechi nella spesa pubblica. Propone anche di procedere per gradi: 20 euro l’anno e arrivare a 100 in cinque anni.
• Mi pare troppo semplice.
In effetti è troppo semplice. Poiché si tratta di fisco, risulta difficile ragionare in cifre assolute come fa il segretari il fisco opera per aliquote, cioè per percentuali, e per rinunciare a cento euro di stipendi bisognerebbe – sto immaginando – lavorare su qualche frazione di punto delle medesime aliquote. O sarebbero cento euro esentasse, cioè messi in busta paga dopo la trattenuta fiscale con una specie di storno? In questo secondo caso, vi sarebbe una disparità di trattamento tra redditi bassi e redditi alti: sarebbe giusto dare gli stessi cento euro al popolo dei “milleuristi”, cioè quelli che devono arrivare a fine mese con mille euro, e ai manager che ogni mese si mettono in tasca parecchie migliaia di euro? Vedo all’orizzonte delle gran baruffe. Ma nello stesso tempo capisco il senso politico della proposta che è stata formulata in questo modo anche perché ne fosse immediatamente comprensibile il senso. Epifani l’ha comunicata al giornalista Enrico Marro del Corriere della Sera, cioè fuori da una sede istituzionale. Quindi va interpretata come un primo passo su una strada che è ancora tutta da percorrere.
• Quale strada?
Intanto l’allarme sulle buste paga degli italiani lanciato qualche giorno fa dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (che ieri ha oltre tutto messo in guardia tutti sul crescere degli interessi sui mutui). Draghi stava tenendo una lezione alla facoltà di Economia di Torino e ha detto quanto segue: a parità di specializzazioni, «le retribuzioni italiane risultano in media inferiori di circa il 10% a quelle tedesche, del 20% a quelle britanniche e del 25% a quelle francesi». Questi stipendi troppo bassi sono ancora più bassi se si considera la fascia degli under 35: «I diplomati o laureati entrati nel mercato del lavoro negli anni più recenti percepiscono una retribuzione inferiore a quella di chi entrava nei primi anni Novanta». Il governatore ci mette poi la precarietà (17% dei giovani fra i 25 e i 35 anni) e la precarietà mascherata da lavoro autonomo (45%) per dire che il fenomeno dei salari bassi pesa sui consumi, cioè alla fine lo paghiamo tutti. La gente compra meno o, per comprare, prende soldi in prestito. Da altri dati sappiamo che il 49 per cento delle famiglie italiane si indebita per far la spesa o abbonarsi alla palestra: +19 per cento rispetto al 2000. Male. E il rimedio a questo male è appunto mettere più soldi in tasca a tutti. Perché mentre è vero che gli italiani guadagnano poco, poi è anche vero che il nostro costo del lavoro è tra i più alti al mond per ogni euro incassato da un lavoratore dipendente, il datore di lavoro ne deve tirar fuori 2,6. Quindi, l’idea di Epifani – cominciare a tagliare la quota di stipendio che spetta al fisco per farla arrivare al lavoratore – è sensata.
• Alla fine si tratta di abbassare le tasse come diceva Berlusconi. O no?
Sì, è così. Epifani ha però anche un altro obiettivo, più politico. Si discute da molti anni della necessità di riformare il modello della contrattazione sindacale: la Cisl, la Uil e Confindustria dicono che procedere col sistema dei contratti nazionali di lavoro non funziona più. Epifani, nell’intervista a Marro, ha ricordato che i contratti nazionali di lavoro vigenti sono addirittura 800. E danno luogo a una disparità di norme e a un intreccio di regole mostruoso.
• E senza contratto nazionale come si dovrebbe procedere?
Lasciando campo libero alla contrattazione aziendale e limitandosi, in sede nazionale, a stabilire solo dei princìpi economici e normativi minimi e validi per tutti. Ma la Cgil, su questo punto – e in particolare l’ala sinistra della Cgil – finora non ci ha mai sentito. Ora Epifani ha rotto un tabù e vedrà che le conseguenze di questa apertura saranno importanti. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 31/10/2007]