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 2007  febbraio 28 Mercoledì calendario

La crisi di di governo

• Sette giorni dopo essersi dimesso, Prodi ha ottenuto la fiducia del Senato e superato così la crisi di governo, essendo scontato l’appoggio che la Camera gli avrebbe dato due giorni dopo, con ampio margine. Al Senato, per avere una maggioranza politicamente valida (cioè priva dell’aiuto dei senatori a vita), Prodi doveva incassare almeno 158 voti. E ne ha presi infatti 158 giusti giusti: decisivo è risultato Marco Follini, già vicepresidente del consiglio di Berlusconi e ora passato al centro-sinistra, che ha pareggiato il trasloco all’opposizione del senatore De Gregorio (già dipietrista). Il governo ha mantenuto per l’occasione l’appoggio dell’argentino Pallaro (in bilico fino all’ultimo) e dei due comunisti Turigliatto (Rifondazione, ora espulso) e Rossi (Pdci), i due che avevano contribuito, sette giorni prima, a mandare Prodi sotto. Turigliatto e Rossi però hanno dato una “fiducia fredda”, cioè voteranno contro il governo quando si tratterà di decidere il rifinanziamento della missione in Afghanistan o l’apertura dei cantieri in Val di Susa per l’alta velocità (Tav). Ad Andreotti non è piaciuta la posizione ambigua del governo sui Dico (la legge sulla convivenza) e ha annunciato l’astensione, allontanandosi però volutamente dall’aula perché il suo voto non venisse computato come negativo, secondo la regola di palazzo Madama. Come l’altra volta, Cossiga ha votato contro, gli altri senatori a vita presenti (Ciampi, Scalfaro, la Montalcini, Colombo) a favore.

• La crisi ha lasciato un paesaggio terremotato. Rifondazione, Verdi e Udc non possono ormai far troppo il partito di lotta, se non vogliono perdere Prodi. E non possono però far troppo il partito di governo se non vogliono perdere voti. La Margherita è spaccata sul problema dei Dico, che Prodi ha abbandonato al loro destino e che una consistente quota del partito vorrebbe portare avanti, in accordo con i Ds, anche per non mostrare una tanto eclatante subalternità alla Chiesa. Difficile anche la situazione a destra. Con toni, argomenti e tattiche diverse, Lega, An e Udc hanno la stessa strategia: liberarsi della leadership di Berlusconi, tanto è vero che Fassino, nel suo discorso alla Camera, glielo ha gridato in faccia («Sei finito, i tuoi non ti vogliono più!»). Due problemi: Forza Italia è sempre il primo partito e nei sondaggi sfiora ormai il 30 per cento; per spodestare Berlusconi bisogna che non si voti subito. Un modo per tenere in piedi la legislatura è quello di andare avanti discutendo della riforma elettorale, secondo il concetto, condiviso da tutti (ma da dimostrare), che votare senza cambiare la legge sarebbe inutile, perché il meccanismo elettorale riprodurrebbe al Senato lo stesso equilibrio paralizzante di adesso. perciò ricominciata, già dal discorso di Prodi alla Camera, la diatriba sul sistema francese o su quello tedesco, doppio turno o turno semplice, maggioritario o proporzionale, mattarellum o porcellum, eccetera eccetera. Tutto mentre avanza un referendum, da sostenersi probabilmente l’anno prossimo, che ritagliando abilmente la legge elettorale attuale renderà impossibili le coalizioni e il candidarsi contemporaneamente in più collegi. Completiamo il quadro segnalando che Prodi, criticando alla Camera il sistema tedesco (proporzionale) ed esaltando le caratteristiche del maggioritario, ha lanciato un messaggio a Berlusconi, pure lui più favorevole (almeno fino ad oggi) al maggioritario. Il messaggio è: mettiamoci d’accordo io e te perché se no i miei faranno fuori me, ma i tuoi faranno fuori te. Infine: è in atto nella Lega lo scontro per la successione a Bossi. Si sfidano Calderoli, senatore, saldamente piazzato a destra. E Maroni, deputato, che parlando alla Camera ha invece aperto a sinistra. [Giorgio Dell’Arti]