vanity, 18 giugno 2007
Le intercettazioni
• In una parola sta succedendo questo: il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, il Giornale – cioè quotidiani di ogni tendenza – pubblicano intercettazioni telefoniche o verbali d’interrogatorio che mettono in grande imbarazzo la classe politica, e la classe politica – di destra e di sinistra – sostiene che questo è vietato dalla legge (Berlusconi), che la magistratura è colpevole e la pagherà (D’Alema), che i poteri forti stanno lavorando per far saltare il sistema (Giordano di Rifondazione e Rovati, uomo di Prodi) intendendo per sistema non questo o quel partito o coalizione dei partiti, ma tutto lo schieramento nel suo insieme, da Alleanza Nazionale ai trotzkisti. Da quando è uscito il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ha messo sotto accusa la classe politica italiana di destra e di sinistra definendola una casta e mostrando senza essere smentita che i politici italiani e i loro partiti sono, senza eccezioni, dei comitati d’affari dediti all’opera quasi esclusiva di succhiar denaro al popolo che rappresentano per comprar con quello il proprio benessere e il consenso degli elettori, la classe politica ha reagito, a destra e a sinistra, in modo compatto e con gli stessi argomenti: casta saremo noi, ma siete anche voi (giornalisti, magistrati, imprenditori ecc.); chi ci vuol far fuori ha come obiettivo di svendere il paese e fare quello che vuole; la democrazia siamo noi e solo noi, eccetera. Il governo, che potrebbe combattere la natura incontrovertibile della casta prendendo delle decisioni, è talmente debole che venerdì scorso, nell’incontro con i sindacati per discutere delle pensioni, Prodi e Padoa-Schioppa non hanno detto, letteralmente, una sola parola. Questo silenzio lungo tre ore e stupefacente per tutti ha rafforzato la sensazione, espressa in molti articoli e dichiarazioni, che qualcosa debba succedere, qualcosa di grave che potrebbe perfino metter fine alla democrazia e di cui nessuno sa prevedere la natura.
• I giornali all’inizio della settimana hanno pubblicato pagine e pagine di intercettazioni telefoniche in cui si sente Giovanni Consorte, a quell’epoca presidente della Unipol, parlare confidenzialmente con Fassino, D’Alema e Latorre, cioè tre pezzi grossi dei Ds. Niente di penalmente rilevante e niente di decisivo nemmeno sul piano della ricostruzione storica relativa alla scalata della Bnl che Consorte tentò nell’estate 2005 (lato di sinistra del complotto dei furbetti). Quello che ha mandato in bestia D’Alema e Fassino e che ha spinto D’Alema ad accusare in un’intervista al Tg5 la magistratura (con toni mai uditi e mai uditi soprattutto quando vittima dello stesso trattamento erano i suoi avversari politici), è che le telefonate rivelano una grande dimestichezza tra il vertice diessino e i finanzieri. Dimestichezza e condivisione delle logiche di raider e speculatori, cioè (D’Alema a Consorte: «Facci sognare», ecc.). Roba impensabile per una generazione uscita dai lombi dell’austero moralista Enrico Berlinguer. Pochi giorni dopo la pubblicazione di queste intercettazioni, la Repubblica e, a ruota, gli altri giornali hanno stampato i verbali delle confessioni rese da Ricucci ai magistrati quando era in carcere. Ricucci ha raccontato sia il lato destro che il lato sinistro dell’azione dei furbetti, cioè ha detto di aver avuto, per tentare la scalata al Corriere della Sera, il via libera di Berlusconi e Gianni Letta, che lo avrebbero aiutato a far entrare nella partita la famiglia Lagardère (Hachette) e quella spagnola di Aznar. E di essersi sentito spiegare da Caltagirone, quando tirava sul prezzo di vendita delle azioni Bnl (che non voleva dar via a meno di tre euro), che quella era un’operazione di sistema, condivisa cioè da diessini e berlusconiani, in cui alla sinistra era stata assegnata la Bnl e alla destra l’Antonveneta, trovando entrambi gli schieramenti suggello alle loro operazioni nel controllo da conquistare del Corriere della Sera. Ricucci dice ai magistrati che quattro o cinque azionisti del Corriere erano ormai pronti a cedere e tra questi fa i nomi di Ligresti e di Bazoli. La pubblicazione di queste confessioni ha suscitato lo sdegno generale della casta, a cominciare da Berlusconi. E tuttavia che quell’operazione fosse bipartisan – come si dice – lo aveva spiegato Gnutti in una famosa telefonata mai smentita e risultava così ovvio dalla semplice cronaca dei fatti di quel tempo che persino noi l’avevamo spiegata, quell’estate, ai lettori di Vanity Fair, senza che ci arrivasse, all’epoca, nemmeno una riga di correzione.
• in questo clima che il governo deve affrontare la sua ala sinistra, ben decisa a vincere la battaglia sulle pensioni e sul tesoretto. Pensioni: i sindacati e la sinistra radicale vogliono che sia abolito lo scalone, cioè la legge di Maroni in base alla quale dal prossimo primo gennaio non sarà più possibile andare in pensione se non si avranno 60 anni (invece dei 57 che ci vogliono ancora adesso). Tommaso Padoa-Schioppa continua a rispondere che non ci sono soldi. Tesoretto: i due miliardi e mezzo di euro che il governo è pronto a spendere suddividendoli tra pensioni minime, disoccupati eccetera, sembrano a sindacati e sinistra troppo pochi. Alla risposta: «Ma non ce ne sono altri» i sindacati e la sinistra hanno intimato: «Si trovino». [Giorgio Dell’Arti]