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 2007  giugno 19 Martedì calendario

La discesa in campo di Veltroni

• La discesa in campo di Walter Veltroni, decisa oggi e consacrata a Torino otto giorni dopo, potrebbe essere il fatto nuovo che tutti aspettavano, la finestra a un tratto aperta che ha spazzato via i miasmi della cosiddetta «antipolitica», ovvero quell’insieme di sensazioni di cui abbiamo parlato la scorsa settimana e che, fatte scorrere a un tratto nella società civile da una nuova, acuta, amara consapevolezza della mediocrità morale della nostra classe politica, presagivano il crollo della cosiddetta casta e forse addirittura la fine della democrazia. Dal giorno dell’annuncio, invece, l’attenzione generale è concentrata su questo fatto nuovo: il Partito democratico ha messo in campo il leader del suo futuro, l’alternativa a Prodi è già pronta, Berlusconi e il centro-destra troveranno pane per i loro denti, si può ricominciare a discutere di politica, cioè di programmi, soluzioni, sistemi elettorali. Anche se di quello che veramente pensa Veltroni, di quello che concretamente vuol fare si sa pochissimo, per non dire niente.

• Lunedì 18 giugno, essendo riunito il comitato del 45 saggi che deve stabilire come eleggere l’Assemblea costituente del Partito democratico, si decide finalmente che il 14 ottobre – data fissata per questa elezione – si sceglierà anche il segretario del partito, il quale sarà un leader forte, autorevole e adatto a candidarsi poi al governo del Paese. la svolta: fino a quel momento si temeva infatti che un uomo forte alla testa del Pd avrebbe messo in difficoltà il governo, segnandone in pratica la fine. Adesso il forte calo di consensi per Prodi e l’insuccesso delle sinistre alle amministrative impongono quasi ai capi di Margherita e Ds di metter da parte le rivalità e i veti con cui da una decina di anni si bloccano l’uno con l’altro: è chiaro infatti che, persistendo in questo atteggiamento, consegneranno il paese a Berlusconi. Segretario forte, dunque. Ma chi? Veltroni fa subito sapere che non intende candidarsi, perché non gli piace un sistema dove il presidente del consiglio è tanto debole. Ma tiene questa posizione di rifiuto per poche ore: martedì sera, a Ballarò, D’Alema dice che voterà per lui e, a ruota, gli altri leader del centro-sinistra – Rutelli, Fassino, la Finocchiaro, eccetera – gli fanno sapere che, se si candiderà, loro staranno dalla sua parte. Era quello che Veltroni, maestro di ecumenismo, voleva: il prossimo 14 ottobre, anche se Bersani dovesse insistere a presentarsi con una lista sua, non si svolgeranno vere e proprie primarie, ma solo consultazioni di tipo bulgaro in cui Veltroni, opposto non ad avversari politici ma a sparring-partrners, piglierà i voti di tutti o quasi tutti. Il sindaco di Roma, che è maestro di comunicazione, si è già incamminato sulla via dell’incoronazione: invece di rispondere subito di sì ai cavalli di razza della sua parte, ha annunciato che avrebbe sciolto la riserva a Torino mercoledì 27 giugno, s’è fatto intanto fotografare sulla tomba di don Milani insieme al suo prossimo vice, il margheritino Dario Franceschini, quindi è volato in Romania e, mentre i giornali continuavano a dedicargli pezzi su pezzi, ha mandato i suoi a decidere la location del discorso di accettazione-investitura, individuata poi nella sala gialla del Lingotto, a Torino, dove già si svolse il congresso del 2000, quello in cui Veltroni ancora segretario dei Ds lanciò lo slogan kennediano "I care’, assai amato da don Milani (lo ha spiegato lui stesso la settimana scorsa ai lettori di Vanity Fair). L’evento ha così avuto la massima risonanza, come il sindaco desiderava.

• La storia dell’uomo nuovo della politica italiana è presto raccontata: 52 anni, ammogliato con Flavia, figlia di Franca Prisco, pezzo grosso del Pci romano, da cui ha avuto Martina e Vittoria. Consigliere comunale a 21 anni, deputato a 32, direttore dell’Unità a 37, vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni culturali con delega allo Sport e allo Spettacolo nel primo governo Prodi, segretario dei Ds dal ’98 al 2000, poi sindaco di Roma dal 2001 a oggi. Ha puntato fin dall’inizio a occupare la posizione che ha raggiunto adesso, e ha dunque sempre badato a farsi concavo con chi è convesso e convesso con chi è concavo: notoriamente juventino, ha fatto sapere di discendere da un padre romanista e da una mamma laziale, caduto il Muro e benché sempre eletto nelle liste del Pci e dei suoi succedanei, ha sostenuto di non essere mai stato comunista, ha poi fortemente lavorato sulla gente di sport e di spettacolo, favorendola in ogni modo, perché ne cantasse le lodi sulla stampa (come effettivamente avviene da sempre), ha esaltato la “bella politica”, Kennedy, don Milani e parecchie altre icone del nostro tempo, promesso che finita la carriera di sindaco si sarebbe dedicato ai poveri africani, scritto romanzi, fatto il dee-jay, esaltato il basket, perseguito il glamour, badando bene a non confondersi con i politici politicanti, evitando Porta a porta, slittando via ogni volta che si trattava di prendere una qualche posizione netta, del tipo raccomandato dal Vangelo, e cioè se è sì, sì e se è no, no. Quello che si sa adesso sulle sue intenzioni politiche è che gli piace il sistema elettorale francese, che garantisce un potere forte all’esecutivo. Su tutto il resto, nebbia. Che si capisca qualcosa nei prossimi mesi, prima delle elezioni che lo vedranno in lizza per Palazzo Chigi, è piuttosto improbabile (su richiesta della direzione di Vanity Fair ho accettato di tagliare questo capitoletto). [Giorgio Dell’Arti]