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Biografia di Luigi Capello

Intra (Novara) 14 aprile 1859 – Roma 25 giugno 1941. Militare di carriera. Durante la Prima guerra mondiale, comandante del VI corpo d’armata, che conquistò Gorizia, poi della II armata: decisivo nella presa della Bainsizza, tra i responsabili della disfatta di Caporetto.
• Sottotenente di fanteria all’uscita dall’Accademia militare, nel 1878, e ufficiale di stato maggiore al termine della Scuola di guerra, nel 1886. Nel 1893 collaborava al Corriere di Napoli con articoli di critica militare, in cui fra l’altro polemizzava contro lo spirito di casta dell’esercito e il criterio dell’avanzamento per anzianità. Fu per questo trasferito a Cuneo, senza effetti però sulla sua brillante carriera. Maggiore generale, partecipò alla campagna di Libia distinguendosi per energia, decisione e spirito offensivo. Un tratto che, insieme alla critica alla prudenza degli altri comandi, caratterizzerà anche in futuro la sua azione.
• Massone, anche in posizioni di responsabilità, strinse rapporti con diversi politici ed ebbe simpatie per il socialismo riformista, con particolare riferimento alla figura di Bissolati. La sua adesione alla massoneria fu uno dei motivi di attrito con il cattolico Cadorna.
• Allo scoppio della guerra, comandante della 25ma divisione, prese parte alle prime battaglie sul Carso. Promosso tenente generale il 28 settembre 2015, gli fu affidato il VI corpo d’armata, con il quale il 9 agosto 1916 conquistò Gorizia, primo netto successo della guerra italiana. La sua popolarità «crebbe rapidamente sino a metterlo in urto con Cadorna. Gli avversari del generalissimo italiano vedevano infatti nel Capello un possibile successore, capace di imprimere un nuovo dinamismo, offensivo alla guerra italiana e di stabilire rapporti più intensi e proficui tra paese ed esercito» [Giorgio Rochat, Dizionario biografico degli italiani, Treccani 1975]. In settembre Cadorna gli affidò il comando di un altro corpo d’armata, di minor rilievo, sugli Altipiani. Poi, riconoscendolo comunque come il migliore dei suoi generali, nel marzo 1917 lo richiamò sul fronte dell’Isonzo affidandogli il comando della zona di Gorizia, e il 1° giugno la II armata. Nel corso dell’undicesima battaglia dell’Isonzo non riuscì a sfondare le difese austriache sul San Gabriele, ma ebbe una parte decisiva nella presa della Bainsizza.
• Le divergenze tattiche con Cadorna, la sua propensione all’offensiva e le indicazioni, sia pur vaghe, del comando supremo disattese contribuirono al cedimento della sua armata, in particolare del XXVII corpo, il 24 ottobre a Caporetto. Il 25, per un riacutizzarsi della nefrite, deve lasciare il comando al generale Luca Montuori. Rientrato dal periodo di malattia, fu destinato al comando della nuova V armata, che tenne per pochi mesi: l’8 febbraio 1918 fu privato del comando e messo a disposizione della Commissione d’inchiesta nominata dal governo per far luce sulla disfatta di Caporetto. Scrisse una documentata memoria difensiva, La 2ª armata e gli avvenimenti dell’ottobre 1917. Indicato dalla Commissione come uno dei responsabili, insieme a Cadorna, della rotta di Caporetto, il 3 settembre 1919 fu collocato a riposo.
• Aderì al movimento fascista, passando poi all’opposizione quando Mussolini ruppe con la massoneria. Il governo fascista, in particolare, condizionò la sua riabilitazione (dopo che una nuova commissione su Caporetto nel 1922 aveva alleggerito di molto la sua posizione) alla sua rottura con la massoneria e a una sua piena adesione al fascismo. Capello rifiutò. Coinvolto nel progettato di un attentato a Mussolini (ma senza alcuna partecipazione attiva), il 4 novembre 1925 fu arrestato, e nell’aprile 1927 condannato dal Tribunale speciale a 30 anni di reclusione e alla radiazione dall’esercito. Dopo due anni di carcere e altri otto in una clinica, fu di fatto rimesso in libertà nel 1936. Non riebbe mai la divisa e i gradi di un tempo.
• «Il suo più recente biografo, Angelo Mangone, sostiene che Capello era il miglior generale dell’esercito italiano nella Prima guerra mondiale. Probabilmente è vero (…)». [Leggi qui tutto l’articolo di Silvio Bertoldi]